Tornare alla politica. Senza visione non c’è cambiamento

Pubblicato il 21 settembre 2016, da Veneto e Nordest

  Tornare alla politica. Senza visione non c’è cambiamento è un nuovo e-book di Venezie Post  che oltre a raccogliere gli editoriali che ho scritto nell’ultimo anno contiene una bella postfazione di Francesco Jori, tutta da leggere.Venezie Post sta svolgendo un meritevole ruolo non solo con una informazione puntuale in particolare sui più rilevanti fatti economici del Nord Est (ad esempio indicando con molto anticipo i disastri che stavano succedendo nelle Banche venete) ma anche promuovendo un dibattito approfondito sul futuro del Nord Est, su punti di debolezza e risorse presenti che andrebbero sviluppate. Riporto qui la mia introduzione al libro che è un piccolo promemoria sul Veneto

Il filo conduttore di quasi tutti miei interventi su Venezie Post qui raccolti penso sia evidente: per affrontare le sfide che il Nord Est si trova davanti occorre essere capaci di ritrovare una alleanza forte tra le istituzioni e società, ed in particolare con i motori dello sviluppo: mondo dell’economia, del lavoro, dell’innovazione. Unificarli in un progetto ambizioso. Come la politica debba essere capace di una profonda riorganizzazione che la renda meno superflua.

Sotto un certo profilo è un tema che è rimasto sempre sottotraccia nella storia del “miracolo del Nord est”. O meglio del miracolo (o dei miracoli) del Veneto, perché nelle Regioni a statuto speciale l’intreccio sviluppo/istituzioni è stato naturalmente più stretto: più soldi, più politiche, più rapporti.

Chi fa da sé fa per tre?

Non è questa la sede di un approfondimento di questo tema (per chi è interessato rinvio al mio saggio “Identità e rappresentanza politica nel Veneto” nel volume coordinato dal prof. Filiberto Agostini “Il Veneto nel secondo Novecento”, Franco Angeli 2015). Diciamo così. Alle origini del “primo miracolo”, che a partite dagli anni ’60 ha portato il Veneto da territorio esportatore di manodopera a uno dei driver dello sviluppo nazionale, più che una guida politica consapevole ci sta la capacità di trasformazione dovuto a quello che i sociologi chiamano capitale sociale diffuso. Certo il campanilismo è stato un limite, ma era anche una risorsa, nel senso che davvero all’ombra del campanile c’erano i fattori che servivano per accendere i moti di un impetuoso sviluppo. Quella rete localistica fatta di operai che diventavano artigiani, di parroci che costruivano reti di servizio (scuole professionali, cooperative, asili, campi sportivi, casse mutue) e capaci di elargire consigli e raccomandazioni per le banche, le persone giuste da assumere. Di Sindaci che lasciavano fare, basta che si costruisse, si assumesse, si producesse ricchezza. Se potevano facevano la zona artigianale, andavano a bussare a qualche porta per i finanziamenti, ma era soprattutto l’energia vitale di un territorio che si esprimeva. Restava la dimensione del famoso discorso del 1954 ai suoi operai di Gaetano Marzotto, che pure di grande impresa e di rapporti con le istituzioni si intendeva: “Lavorar con atension, con impegno, in dignità. Buon guadagno e cuor contento, vita agiata, ma el risparmio che xe sempre necesario per formar la proprietà. Sempre usar moderasion, toleranti con la zente, boni amissi solidali ne la gioia e nel dolor. Andar drio per la so strada, no far ciacole per niente, no badarghe ai fanfaroni, ai busiari, ai mestatori. Sempre pronti ai so doveri, far valere i so diriti e difender tuti uniti Patria, Vita e Libertà”.tornareallapolitica

Anche il “secondo miracolo” in cui si consolidano i primati economici, le piccole imprese diventano “multinazionali tascabili”, si internazionalizzano, si organizzano in distretti produttivi non è che si sia chiesto molto alla politica. Anche se politici di livello nazionale, al vertice dello Stato, come Rumor o Bisaglia, erano certamente terminali di interessi, intermediatori con i Ministeri, realizzatori di opere pubbliche e di interventi statali a favore del territorio (dalle autostrade, ai contributi per le aree depresse). Però la dimensione prevalente del rapporto è stata quella che la politica assicurasse poche tasse, poche regole, libertà nella vita d’impresa. Per la verità con un ceto imprenditoriale che si è più accontentato delle promesse che di azioni concrete. Mantenendo nelle loro scelte elettorali un monopolio politico, di fatto anche dopo la fine della Democrazia Cristiana, partendo dall’idea semplice che comunque le sinistre sono contro l’impresa.

Arrivano gli anni del forzaleghismo e poi del legaforzismo, usando la terminologia di Ilvo Diamanti.

Quando Galan maramaldeggiava nel libro intervista con Paolo Possamai “Il Nord Est sono io” affermando che “Io non mi faccio da parte nell’interpretare queste mie terre, io ne sono il testimone e il difensore a Roma” e prefigurava (come Antonio Bisaglia tanti anni prima per la DC) una sorta di Forza Veneto: “Non so dire se l’idea di Forza Veneto sia una prospettiva reale. Le ultime elezioni evidenziano che, come minimo, domattina Forza Italia dovrebbe organizzarsi su struttura federale”.

Naturalmente nulla si fece concretamente per attuare una prospettiva politica che sarebbe stata quanto mai interessante. E resta l’affermazione paradossale di Ilvo Diamanti in una intervista al Giornale di Vicenza nel commentare il rimarchevole successo di Luca Zaia alle elezioni regionali del 2015: “Zaia nei cinque anni del suo mandato non ha fatto niente…i veneti non amano troppo i politici che si intromettono troppo nella loro vita. Questa è la terra dove l’individualismo è un valore assoluto, dove l’arte di arrangiarsi definisce la graduatoria sociale… Zaia l’ha capito benissimo ed ha assecondato questa propensione evitando di incidere in profondità e facendo poca politica”.

Un racconto del Veneto laborioso che non basta più

Solo che i tempi cambiano. Vi sono periodi storici di una comunità in cui è sufficiente quella che si chiama una efficace narrazione, perché c’è un processo di crescita che si autoalimenta da sé. Può bastare che la politica non lo ostacoli e semmai gli dia un senso comune condiviso. Altri in cui la narrazione non basta. Sia perchè ad un certo punto la narrazione è diventata una descrizione di una realtà che non c’era più, sia perché ci sono dei momenti di svolta che richiedono alleanze forti di tutte le espressioni sociali: mettere in moto tutte le energie vitali capaci di innovazione, riconoscersi in una sfida condivisa: ad ognuno il suo, sia pubblico o privato,un dovere da compiere, una meta da raggiungere.

Il racconto del Veneto laborioso, capace di fare da sé, lontano dalla burocrazia romana, inventivo ed innovativo è un racconto ancora veritiero ma non sufficiente. E soprattutto è un racconto che non basta più. Perchè la competizione globale si sta rapidamente spostando da una competizione tra singole imprese ad una competizione tra territori. Specie se non si è player di dimensione globale o leaders di nicchia (e nel Nord est ne abbiamo parecchi) occorre che la competizione di impresa possa appoggiarsi a territori che offrono un “rendimento” elevato nel predisporre tutto ciò che può servire alla impresa per competere e che non è suo compito produrre.

Cose che il Rapporto Nord Est 2016 ha descritto molto bene e che Stefano Micelli ha ricordato anche di recente sulla stampa: i tre temi decisivi per il futuro secondo Micelli sono quello dell’assetto produttivo (e la rivoluzione tecnologia richiesta dall’industria 4.0, se vogliamo credere, e si deve credere, che la vocazione manifatturiera del Veneto sia un asset anche per il futuro), quello della governance del territorio (come rendere competitivo un territorio che non ha città di tipo metropolitano ma ha la potenzialità metropolitana della grande città diffusa del Veneto centrale, da organizzare, da dotare di adeguate governance, progetti, alleanze). Ed infine il capitale umano, vera risorsa del Veneto del passato, del presente e necessariamente del futuro.

Capacità autocritica: senza deprimersi ma senza cecità

Condivido questa analisi di Micelli. Che richiede anche la premessa di guardare con orgoglio a ciò che il Veneto è stato capace di fare ma anche di non chiudere gli occhi di fronte a gravi defaillance.

Perchè purtroppo la narrazione che il Veneto sia a priori e sempre migliore di altri territori italiani potrà consolare in superficie, ma non corrisponde purtroppo alla realtà dei fatti.

Troppi sono i tristi esempi che non possiamo rimuovere dalla coscienza collettiva. Dall’enorme marciume del Mose, in cui interi pezzi di gruppi dirigenti della società veneta si sono asserviti al malaffare (e speriamo che non si debba scoprire che non solo si sono rubati denari pubblici ma anche si è creata un’opera faraonica incapace di funzionare) ad una gestione delle banche venete che hanno registrato non solo una mala gestio, ma di più una attitudine truffaldina a danno di risparmiatori ed imprese. Ricordo bene l’orgoglio un po’ presuntuoso con cui molti affermavano “da noi certe cose non succedono. I soldi li metto in banche gestite dai veneti”. E’ successo molto di peggio.

E anche dove non ci sono risvolti penali non si può dire che il Veneto abbia saputo produrre esempi preclari di ottima amministrazione, di quel dinamismo e buon governo, che si afferma nelle dichiarazioni contrapponendolo alla incapacità dei poteri centrali, ma che latita nelle pratiche. Quando invece la vera forza per combattere il centralismo eccessivo consisterebbe nell’affermazione di buone pratiche. Insomma: anche nel Veneto ci sono state più amministrazione e burocrazia che progettazione e semplificazione. Purtroppo nel benchmarking tra Regioni raramente il Veneto emerge, a parte la sanità, che non è cosa da poco.

Però nel campo delle opere pubbliche e di iniziative innovative a sostegno dello sviluppo non abbiamo esempi significativi. Pensiamo alla storia infinita della Pedemontana, partita, a quanto si capisce, con un piano finanziario ottimistico oltre la realtà e con una orgogliosa rivendicazione della Regione “faremo da noi e faremo meglio dello Stato” e che ora si sta concludendo (spero positivamente) chiedendo aiuto al Governo centrale. Non è che sia migliore la storia della Venezia Trieste: anche qui una storia infinita, piani finanziari fantasiosi, per realizzare cento chilometri di terza corsia di una autostrada tutta in pianura un tempo da misurare più in decenni che in anni: bisognerà aspettare il 2022 per aggiungere 33 chilometri ai 18 già in esercizio. Per i rimanenti chilometri non si sa. Non parlo dell’Alta Velocità, in cui più che i soldi manca la capacità delle istituzioni venete di fare le scelte che necessitano sui percorsi.

In genere l’incrocio di responsabilità pubbliche e private non si può dire che abbia offerto esempi da ricordare. A parte la vergognosa vicenda bancaria pensiamo a Veneto Sviluppo, a Veneto Nanotech, ora anche al CUOA, che pure è stata a suo tempo una iniziativa esempio di lungimiranza. Perfino sui distretti produttivi, che sono stati per un certa fase il supporto di una evoluzione positiva del sistema manifatturiero veneto, si è finito per ricadere in politiche industriali fatte di contributi a pioggia, mediati dalle Associazioni di categoria, con distretti del tutto inventati per giustificare la vecchia contribuzione pubblica alle imprese. Eppure nel mondo accademico veneto non sarebbero mancate intelligenze e competenze, a partire da Enzo Rullani, per accompagnare in modo positivo l’evoluzione della rete distrettuale. Qualcosa si sta facendo ora lavorando sulle reti d’impresa, ma i frutti sono molto lontani. Deboli anche nella capacità di costruire relazioni, se si pensa al fallimento di Acquae, che doveva essere l’occasione di un intreccio con l’Expo milanese.

Le risorse ci sono, protagonisti nell’organizzarle

Ci sono naturalmente tante cose positive, tante risorse in essere e risorse latenti da sviluppare, sperimentazioni positive che in genere non hanno l’onore delle cronache. Nel campo privato con start up di successo, imprese che presidiano mercati globali, o nel campo pubblico, con sperimentazione di buona amministrazione e processi innovativi rimarchevoli. Che nel Camposampierese si stia discutendo, a partire dall’ottima esperienza dell’Unione dei Comuni, sull’ipotesi di realizzare un’unica città è un segnale formidabile, a prescindere dalla capacità di arrivarci, che dimostra come il territorio sia molto più dinamico di Palazzo Balbi.

Però bisogna capire che non possiamo vivere sul racconto di quello che è stato. Quello che è stato ha funzionato in un mondo diverso. Quello che conta è essere all’altezza di quel passato organizzando il futuro. Nè tanto meno può essere una prospettiva avere un atteggiamento spaventato di fronte al futuro. O coltivare le paure per esigenze politiche, ben sapendo poi che è una finzione e che il sistema Veneto, così integrato nell’economia mondiale, non può che essere promotore di aperture. Ne ha bisogno per funzionare.

Come ha scritto Zygmunt Bauman “paura è il nome che diamo alla nostra incertezza, alla nostra ignoranza della minaccia o di ciò che c’è da fare”. Ma la storia dei Veneti che nel dopoguerra hanno portato il Veneto da regione depressa che offriva braccia all’Italia e all’Europa a driver dello sviluppo europeo non è stata storie di paure: è la storia della forza vitale di un popolo che voleva cambiare il proprio destino. Che non si faceva spaventare. Che non aveva paura del mondo di fuori, ma lo considerava una risorsa su cui basare la propria crescita.

Così deve essere per sfide che ci stanno davanti. Parliamo meno di identità veneta, è un termine di una certa ambivalenza. Lo ricordava già Cesare De Michelis presentando una serie di saggi sul tema dell’identità in una pubblicazione promossa nel lontano 1999 dal Consiglio Regionale del Veneto: “l’identità veneta è ambigua e sfuggente; essa oscilla inquieta tra ansie di autosufficienza e di separatezza e volontà di proiettarsi all’esterno mescolandosi agli altri nel mondo; oscilla caparbia tra l’orgoglio di una tradizione secolare che resiste all’usura del tempo e l’ambizione di riconoscere le proprie tracce nella comune civiltà dell’Europa”. E in modo molto più sconfortato osservava quest’anno sul dorso veneto del Corriere della Sera che il declino che c’è stato è figlio anche di un persistente atteggiamento culturale fatto di “piccolo è bello, del dialetto vernacolare, con il rimpianto di un passato glorioso…del fastidio contro la modernità…così assistiamo al diffondersi delle lamentele e contemporaneamente al resistere di quell’atteggiamento culturale che sembra immodificabile”. Ma conclude De Michelis “la via d’uscita c’è, ma trovarla non è scontato e quindi bisogna cercarla, sperimentarla e percorrerla con tenace determinazione. Rileggere la storia aiuta non solo a capire come sono andate le cose ma anche, forse soprattutto, a immaginare come potrebbero andare diversamente da come vanno, a identificare le risorse su cui si può contare e le debolezze che frenano: un progetto che si proietti nel futuro non può prescindere da un severo confronto con il moderno, da una coraggiosa disponibilità ad affrontarne le sfide e alla volontà di condividere valori e principi su quali orientarle”. Una lunga citazione ma non saprei dire meglio. L’identità, a prescindere dai tanti progetti regionali in cui si buttano denari, spesso è solo un come eravamo invece che una rielaborazione dei materiali culturali su cui fondare un nuovo dover essere.

Senza politica?

“Senza politica” intitolava qualche anno fa un suo saggio Francesco Jori. Con il significato ambivalente di registrare nel Veneto specialmente nel sistema imprenditoriale un fastidio per la politica e la convinzione di potercela fare senza politica, ma anche di una latitanza della politica, del Veneto gigante economico e nano politico, passati i tempi dei Rumor e dei Bisaglia ed il crollo della stagione di Giancarlo Galan. Alla politica chiedendo in sostanza di non disturbare (naturalmente per chi sta sul mercato, perché per chi vive di appalti e concessioni pubbliche l’attenzione per la politica c’è stata eccome).

Si è pensato, di fronte ai fallimenti della politica, anche dal punto di vista della formazione di classi dirigenti, dell’offerta di amministratori adeguati al sistema delle partecipate pubbliche, di fare anche senza i “politici”. E’ stata la stagione di manager ed imprenditori alla guida del sistema delle partecipate pubbliche, con un passo indietro della politica, che aveva una coscienza non troppo limpida nella selezione del personale politico/amministrativo o non riusciva più a produrne. Possiamo dire che è stata una stagione di successi? Sbagliato generalizzare, ma certo il fatto che la politica sia uscita dalle banche non ha portato certo a gestioni migliori. Perchè poi i manager sono stati deboli con la politica, quanto a tolleranza per raccomandazioni, assunzioni, segnalazioni, purché non ci fossero controlli sulle cose essenziali. Creando un sistema autoreferenziale in cui non si è più risposto a nessuno. Esperienze potenzialmente positive come Veneto Sviluppo o Veneto Nanotech affidate a mani imprenditoriali, ritenute più capaci, in realtà sono divenute storie negative.

Sarebbe importante allora fare il punto. Perchè ci sono i momenti in cui le cose vanno da sole, la vitalità di un territorio si esprime da sé e si incanala nelle giuste direzioni, spontaneamente trova le alleanze necessarie, si manifestano spontaneamente leadership per guidare i processi.

Poi ci sono dei movimenti rifondativi, rigenerativi, che richiedono alleanze sociali forti, una visione condivisa. Ricostruire un progetto.

In cui ognuno deve fare fino in fondo la propria parte. La parte pubblica e quella privata. Imprenditori che fanno gli imprenditori innovando e pretendendo dal pubblico ciò che è giusto chiedere. E un sistema imprenditoriale soggetto sociale capace di assumersi giuste responsabilità fuori dall’azienda nel campo proprio. E’ singolare che ci sia voluta una legge dello Stato (il tanto vituperato centralismo) per avviare una riforma delle Camere di Commercio e la riduzione della pletora di partecipate camerali, perché salvo eccezioni il sistema da solo, interamente nelle mani del mondo imprenditoriale, non è stato capace di autoriforma.

La politica naturalmente. Intesa come funzione nobile, capace di mettere in ordine priorità, offrendo un quadro ordinato allo sviluppo, producendo quei beni pubblici che è proprio dovere produrre in modo efficiente. Non come inutile sovrastruttura. Recuperando la propria dignità. Il vecchio (86 anni) Vittorio Emanuele Orlando parlando all’Assemblea Costituente nel 1946 faceva questa osservazione: “Dateci dei tecnici al governo, ecco l’invocazione imperativa dell’uomo della strada. Ora signori io ho sempre pensato e penso che in queste affermazioni ci sia un contenuto di errore o meglio di equivoco che non si vuol comprendere: che il tecnico della politica è l’uomo politico”. Sarebbe da averne più estesa coscienza.

Lasciamo un po’ da parte la parola identità, usiamola per gli studi storici e sociologici, ma per governare il presente parliamo piuttosto di appartenenza, di comunità di destino. In un territorio che necessariamente è dato ormai da una molteplicità di identità, di valori, di storie. Appartenenza appunto ad un comune destino (che riguarda chi nel Veneto ci è nato, chi è venuta da altre Regioni o Stati) di chi sul Veneto scommette la propria vita, Sia esso lavoratore, imprenditore, studente, professionista, ricercatore, intellettuale, artista, religioso…. Cittadino, insomma, ciascuno portatore di qualcosa di utile alla comunità. Anche uomo o donna delle istituzioni. Ai quali competerebbe anzi ed anche offrire al proprio popolo una prospettiva coraggiosa e riconoscibile per il futuro, sperimentazioni coraggiosamente innovative, più che spaventati espedienti retorici.

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