Cosa farebbe Giorgio Lago di fronte a questo ambiguo referendum sull’autonomia?

Pubblicato il 27 aprile 2017, da Veneto e Nordest

Venezie Post 27 aprile 2017

E’ con qualche variazione l’articolo che ho già postato ieri, con qualche chiave di lettura aggiuntiva

Zaia è un grande comunicatore e quindi ha scelto di firmare la convocazione del referendum sulla cosiddetta autonomia con tutto il necessario apparato retorico: gonfalone di San Marco, , giunta schierata, lacrima di commozione per il “momento storico”, ecc.

E Zaia è accorto nell’usare il doppio registro: da una parte un referendum che avrebbe l’unico obiettivo di dare maggiore forza nella trattativa con lo Stato per una maggiore autonomia del Veneto, obiettivo condiviso pressochè da tutti gli elettori. Ed in sé l’innocuità e genericità del quesito facilita questo messaggio. Nessuna solida piattaforma rivendicativa, solo un generico “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?” Come si fa a non votare Sì? Mettendo insieme tante cose: il Sì di chi crede semplicemente nel valore dell’autonomia, ben radicata nella tradizione veneta, di chi si illude di poter trattenere il “residuo fiscale”, di chi vorrebbe essere come il Trentino, di chi pensa ad una vera e propria secessione, ecc. Referendum dalle molte facce.

Bisogna però uscire dalla banalizzazione riducendo tutto ad una risposta scontata ad un quesito innocuo, o a pensare di “dare un segnale a Roma”, o ad una operazione immagine di Zaia in vista di leadership leghiste nazionali. Bisogna guardare a quello che c’è dietro. Perché è evidente che dal punto di vista della trattativa con lo Stato su maggiore autonomia non c’è referendum che tenga: il limite è quello preciso dato dalla Costituzione, art. 116. Ed è singolare naturalmente che si promuova questo referendum che non può cambiare la Costituzione mentre la Lega ha lavorato per bocciare quello sulla Costituzione che prevedeva di ampliare e di molto le materie su cui la Regione avrebbe potuto esercitare la propria autonomia.lago

Invece c’è certamente una utilità politica per Zaia. E’ lui che dà le carte politiche per questo referendum. Ed è il secondo registro, quello dell’impostazione chiarita dal Presidente della Regione: “Il nemico è Roma…Dobbiamo dimostrare di essere un popolo, il popolo veneto”. Qui non si può sfuggire. L’uso politico che si farà (si farebbe) del Sì è esattamente questo.

Siamo convinti davvero che oggi, in un mondo globalizzato e destabilizzato, il nemico per il Veneto è Roma? Che sia bene costruire una narrazione di un Veneto che vive di nemici, contro lo Stato, contro l’Europa, autosufficiente, rancoroso e spaventato? La orribile parola “sovranismo” qui è ridotto al sovranismo di una piccola patria contro tutti. Quando, per una regione produttrice di beni materiali, di cultura, di accoglienza turistica, il passato (e soprattutto il futuro) è stato e dovrà essere, di apertura, di relazioni con il mondo, di globalità in cui far valere le proprie specificità. Una Regione che ha i suoi miti fondativi, da Antenore a Marco, sulla contaminazione con i “foresti”, che ha vissuto la sua gloria maggiore all’insegna di una Repubblica aperta al mondo, che si è riscattata dalla povertà diventando una delle regioni europee più dinamiche puntando sui mercati mondiali, radici nel territorio, testa nel mondo.

E forse bisognerebbe anche riflettere su che uso hanno saputo fare i gruppi dirigenti delle autonomie esistenti. Hanno avuto l’opportunità di gestire una grande opera pubblica a tutela del proprio territorio interamente finanziata da Roma ed il Mose si è ridotto ad una cloaca di corruzione, con molti dubbi sul funzionamento prima ancora di essere finito. Avrebbero potuto sfruttare il grande bacino di raccolta del risparmio del territorio come leva finanziaria a servizio dello sviluppo e lo hanno ridotto allo strumento di una truffa. Per non parlare di una Regione rimasta centralistica e burocratica, non diversamente dallo Stato. Ci serve coscienza delle potenzialità ma anche severo esame di coscienza sugli appuntamenti persi.

Perciò nel dibattito che accompagnerà il cammino verso il referendum tutto si potrebbe accettare meno la banalizzazione. Dietro ci sono grandi questioni, istituzionali, culturali e politiche. Mi viene spontaneo domandarmi cosa farebbe un federalista ed europeista impenitente come Giorgio Lago: accetterebbe l’asservimento di una idea grande come il federalismo, per lui bandiera di liberismo, apertura, modernità, autogoverno basato sulla responsabilità, ad una iniziativa politica di parte, in cui le parole d’ordine diventano chiusura, nemici, autosufficienza, paura del futuro?

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