Vincitori a Padova, adesso viene il bello

Pubblicato il 5 luglio 2017, da Realtà padovana

Continuando sul filo della perplessità ha suscitato un po’ di perplessità lo scambio epistolare di qualche giorno fa tra me e Stefano Allievi sui risultati elettorali a Padova. Del resto il compito di persone come me e Stefano che vogliono bene al PD senza avere responsabilità dirigenziali è di offrire delle chiave interpretative non convenzionali per aiutare a capire come correggere le cose che non vanno.

Approfondisco un po’ le valutazioni. Abbiamo vinto e questo è importante e come abbiamo visto non era affatto scontato. Abbiamo detto che la conferma di Bitonci sarebbe stata esiziale per il futuro di Padova e per le libertà di tutti. Si conferma che abbiamo vinto con un Sindaco davvero indipendente dal punto di vista politico e culturale, dunque non sbagliavo quando lo ho evidenziato. Lo ha confermato nella sua intervista al Corriere della Sera: “Io non sono del PD, l’unico PD in cui mi riconosco è quello delle targhe di qui”.

Il PD ha fatto quel che doveva nel costruire una larga coalizione e va dato atto ai due segretari di aver avuto coraggio nel tenere ferma una linea che ha suscitato non pochi scontenti tra dirigenti e militanti ma che è stata necessaria e vincente. Coinvolgere la parte del centro destra che aveva sfiduciato Bitonci, vincendo le resistenze di chi anche nel PD non lo voleva assolutamente. Alla prova elettorale i 2900 voti (pochi) di Area Civica sono stati comunque necessari per vincere (come erano stati necessari per sfiduciare Bitonci).

Con il senno del poi le primarie sarebbero state vinte da Lorenzoni, per la capacità di mobilitazione di un elettorato militante che ha dimostrato di avere rispetto al PD ed alla lista Giordani. Però come si è visto non era maggioritario tra tutti gli elettori che poi sono quelli che contano. Lorenzoni pur con i suoi meriti difficilmente sarebbe riuscito a mettere insieme la maggioranza dei voti dei padovani, perché Padova è diventata una città incattivita, con molti pregiudizi ed è stato essenziale avere un candidato che tenesse dentro un elettorato molto prevenuto verso la sinistra. Lo abbiamo visto al ballottaggio.

Perciò Bettin e Bressa hanno combattuto una battaglia, non si sono fatti intimidire, hanno anche dovuto fare delle forzature, ma alla fine hanno vinto. E le leadership si conquistano così. C’è il momento del dubbio e quello della decisione. Il leader si distingue per questo.

Il PD ha pagato un prezzo molto pesante dal punto di vista elettorale. Non si può e non si deve nasconderlo. Non è solo questione di contabilità di voti, è questione di perdita di radicamento sociale, di rappresentatività sul territorio, di dirigenti politici locali, tutte cose che fanno la reputazione del partito. Non si deve fare l’errore della volta scorsa. Non interpretare il risultato. La volta scorsa sostanzialmente nascondendolo dietro il tema del mancato rinnovamento, oggi dietro la pur importante riconquista dell’amministrazione.

Perché il PD diventa sempre più marginale? Dalla guida dell’Amministrazione a rappresentare i tre decimi della maggioranza politica? Ovviamente non è un problema di imputazione ai segretari, che hanno agito comunque con il consenso esplicito o tacito negli organi del partito. Ricordo solo che con l’iniziativa di Praglia un po’ più di un anno fa avevamo segnalato la necessità che il partito sviluppasse un proprio pensiero anche sulla città, tornasse ad essere attrattivo attraverso un lavoro culturale non superficiale. Siamo stati accusati di voler fare una corrente, di essere divisivi, di disturbare l’azione del partito. Ci siamo ritirati in buon ordine, forse sbagliando. Tutto è proceduto in una placida tranquillità mentre si perdevano militanti, iscritti, consensi e si faticava a dare una caratterizzazione del PD che non fosse quella nazionale. Le ragioni del dimezzamento dei voti sono lontane, sono la conseguenza di un vuoto politico.

Ciò che conta ora però è rispondere a questa domanda: come il PD pensa di essere influente nella conduzione delle politiche cittadine? Vincere per sviluppare una iniziativa politica, non solo per avere qualche posizione di potere. Necessariamente ridimensionato in Giunta, con un sindaco civico puro ed un vicesindaco che esprime una visione della città ben caratterizzata, almeno in astratto? Come evitare che oltre a quello elettorale si restringa ulteriormente lo spazio politico del PD? In una giunta in cui importanti deleghe strategiche (urbanistica, ambiente, mobilità, politiche sociali) per la legge dei numeri sono in mano ad altri? Che le gestiranno con una precisa impostazione ideologico/culturale?

C’è bisogno di fare di necessità virtù. Utilizzare la severa cura dimagrante per recuperare agilità, pensiero, visione. In una giunta in cui Sindaco, Vicesindaco e la quasi totalità degli assessori non hanno alcuna esperienza amministrativa c’è anche uno spazio di libertà e di innovazione che se si vuole, se si è capaci, può essere declinato con successo.

Ma occorre volerlo, occorre ricostruire il PD riaccorpando intelligenze, militanze, competenze che ci sarebbero se si cercano. Si riuscirà a fare un congresso che non sia un superficiale conta di voti ma una autentica rigenerazione del PD, avvertiti della lezione elettorale ricevuta? Se si volesse si potrebbe. Se non lo si vuole rassegniamoci all’ininfluenza strategica del PD a Padova e prepariamoci alla marginalità.

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1 commento

  1. carlo nizzero
    5 luglio 2017

    schema applicabile, mutatis…, a una possibile evoluzione in Veneto e in Italia?


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