Ridare vento al Nord Est

Pubblicato il 6 ottobre 2017, da Dai giornali,Veneto e Nordest

Il Mattino di Padova, 6 ottobre 2017

C’è ancora il vento del Nord Est? Le storie di successo del Veneto sono state storie affidate alla capacità di gestire il cambiamento e non aver paura del futuro. Innovando, ma avendo sempre il retroterra di un solido radicamento sociale.

Da regione economicamente marginale siamo divenuti protagonisti del miracolo economico, potendo contare su un capitale sociale che sosteneva una crescita impetuosa: legami sociali e identitari forti, amministrazione locali al servizio dello sviluppo, reti che tenevano insieme la società, dalle parrocchie alle banche locali.

Così è stato per il Veneto dei distretti, vincente nella sfida della internazionalizzazione, dell’acquisizione di quote nel mercato globale, con le multinazionali tascabili che trascinavano sulla strada dello sviluppo e dell’innovazione. La rete dell’economia è stata anche una rete che ha mantenuto quella civile, che ha prodotto interscambi virtuosi tra scuola e impresa, invenzione di nuove forme di welfare (pensiamo agli enti bilaterali, alla sperimentazione di fondi pensioni).

E ora? Due elementi nuovi. Due fratture. Da un lato (e lo mettono bene in luce gli ultimi studi della Fondazione Nord Est) la parte del sistema manifatturiero che si è pienamente globalizzata, è riuscita a presidiare nuovi mercati, ha costruito forti innovazioni di processo e di prodotto ha retto alla crisi, l’ha affrontata e ne sta uscendo vincente. Non riesce però più a trascinare con sé il resto del sistema produttivo. Che da solo fatica a raggiungere le robustezze produttive, finanziarie, manageriali per reggere nello scenario internazionale.

C’è poi una frattura sociale. Quel capitale sociale che per decenni aveva accompagnato la trasformazione economico con una sostanziale tenuta sociale si è slabbrato. Così si rafforza un Veneto delle paure e delle chiusure, che rinuncia a guardare con fiducia al futuro.

Con la grande assenza della Politica, che preferisce coltivare qualche paura, qualche rancore e qualche illusione. Ad esempio l’idea che un referendum senza base vincolante per nessuno possa cambiare la propria storia. Senza aver ancora compiuto una riflessione seria dei deficit che la classe dirigente veneta nel suo complesso ha purtroppo dimostrato. Nel campo delle grandi opere pubbliche, a parte lo scandalo del Mose, la vicenda della Pedemontana, orgogliosamente rivendicata come test della capacità autonomistica della regione, è messa come sappiamo. Nel campo del trasporto pubblico i pieni poteri che già la Regione possiede non hanno portato ad alcun miglioramento, né dal punto di vista organizzativo (frammentazione del servizio, mancate gare) né dal punto di vista del rispetto dell’utenza. Potremmo continuare con il sistema fieristico, i servizi pubblici locali, per non parlare della vergognosa vicenda delle banche locali. Per finire con le prospettive di Industria 4.0 che hanno visto fortemente attive le Università del Triveneto e del tutto assente la Regione.

L’incertezza che attraversa un luogo di pensiero ed interpretazione come la Fondazione Nord Est o le difficoltà che incontra il mondo confindustriale a darsi un assetto innovativo, di cui si è parlato anche su queste pagine, sono sintomi di questa crisi. Ci sarebbe bisogno che il Veneto affrontasse con più coraggio le sfide di questo passaggio epocale. Valorizzando tante risorse inesplorate piuttosto che rinchiudendosi dentro spaventate idee di autosufficienza localistica. Scriveva Giorgio Lago che “a Nord Est siamo fortunati, molto fortunati perché ci troviamo nel posto giusto al momento giusto se il tema del giorno è la sintesi tra globale e locale”. Son passati15 anni ma è un argomento ancora valido. Basta crederci.

 

Di questo e altro si parla al convegno “Il Vento del Nord Est, la ripresa e le nuove sfide” organizzato da un gruppo di associazioni culturali venete  sabato 7 alle 9.30 alla Texa spa di Monestier di Treviso con Dario Di Vico, Gigi Ciopiello, Gianfelice Rocca, Maria Cristina Piovesana, Bruno Vianello e Carlo Pasqualetto

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