Liste dei Capi, Parlamento debole, democrazia fragile

Pubblicato il 30 gennaio 2018, da Politica Italiana

D’accordo, ora bisogna fare la campagna elettorale, sostenere le ragioni del PD, le sue proposte elettorali. Però questo è un luogo semi privato in cui non ho mai fatto pura propaganda elettorale. Ho cercato di fare delle riflessioni politiche, di parte ma non faziose. Mi sarà consentito perciò di esprimere con sincerità anche un sentimento, ed il sentimento che provo per le modalità con cui sono state fatte le liste del mio partito si riassume in una parola: un notevole disgusto.

Non mi consola il fatto che gli altri hanno fatto eguale o peggio. In Forza Italia viene ricandidato Ghedini, anzi le liste le fa lui, che è il più assente di tutto il Parlamento: al 99,8% delle votazioni lui non c’è stato. O le finte primarie del M5S decise senza possibilità di farsi conoscere e comunque alterate dalle insindacabili decisioni del vertice. E’ così dappertutto, grazie alla legge elettorale: la candidatura viene annunciata da una telefonata del Capo che porta in regalo un seggio in parlamento in cambio di imperitura fedeltà. Come insegna la storia poi la fedeltà basata sulla convenienza può venire presto sostituita da altre più convenienti… Il fatto è come ha scritto Giannini su Repubblica “che il Pd dovrebbe essere diverso da tutti gli altri. Che dovrebbe guidare un centrosinistra largo, inclusivo e plurale. Che era nato per vincere, non per scongiurare il suo declino chiuso dentro una trincea”.

Intendiamoci non sono un ingenuo, ne ho viste molte e far le liste è sempre difficile, se poi non c’è la possibilità dei cittadini di decidere con la preferenza è ancora più difficile. Ero segretario regionale del PD quando facemmo le liste per le elezioni del 2008. Anche allora ci furono decisioni di vertice, paracadutati, squilibri, ad esempio ci fu una sopra rappresentanza di Venezia e Rovigo rimase senza rappresentanza parlamentare, e fu un fatto grave, sacrificando un bravo parlamentare, ci trovammo Calearo capolista, nonostante avessi fatto ben presente che sarebbe stata una scelta sbagliata. Però ci furono delle procedure trasparenti: i territori fecero delle rose di nomi, andai a Roma con una delegazione rappresentativa di tutto il partito, fummo ricevuti dalla commissione nazionale che rappresentava tutti e ci fu possibile illustrare le nostre ragioni. Poi decisero in modo anche discutibile ma comprensibile, collegiale e trasparente, le liste furono approvate con voto unanime. Ci furono singoli scontenti ma non uno scontento politico.

Non è che si debba inseguire il dispiacere del singolo. Sempre in politica ci sono legittime ambizioni che non vengono soddisfatte, lavori generosi che non vengono riconosciuti, migliori che vengono allontanati e peggiori che ce la fanno. Però banalizzare il dissenso a questioni personali è davvero irresponsabile. Quando si vuol far passare per resistenze al rinnovamento la decimazione di una rappresentanza delle minoranze che comunque hanno avuto alle primarie un terzo dei consensi si è irresponsabili. Quando anche all’interno della stessa maggioranza del segretario si premiano i fedelissimi e si epura chi non è stato servilmente allineato si è irresponsabili. In un partito che ha subito una scissione se ne incentivano altre. Irresponsabilmente.

Penso alla mia provincia. A parte Margherita Miotto che da tempo mi sembra avesse concentrato la sua attività a Roma, impegnandosi in modo eccellente nel ruolo importante di Segretario d’aula alla Camera non vengono ricandidati o candidati senza possibilità di successo Giampiero Dalla Zuanna, Alessandro Naccarato, Giorgio Santini. E’ antipatico fare confronti perché ognuno dei nostri parlamentari si è impegnato, ma chi ha seguito l’attività politica sui media, sulle attività territoriali di partito, sui siti del parlamento, su Openpolis dovrà riconoscere che sono stati i tre parlamentari più presenti. Con carismi diversi. Alessandro impegnato sul fronte della sicurezza e della legalità, Giorgio punto di riferimento su tutte le politiche economiche, Giampiero sui temi sociali e ambientali, scrivendo tra l’altro saggi di grande successo e anche questo è un modo di fare politica.

Al di là di chi ha deciso di non candidarsi (ma nessuno a Roma ha pensato di dissuaderli, ritendo importante il loro lavoro) fatto sta che chi meritava esce. E francamente non si può dire che le scelte fatte nel Veneto abbiano avuto a che fare con una valutazione sulla qualità del lavoro fatto, hanno avuto a che fare con l’idea di essere fedeli al capo come unica qualità richiesta.

Il problema grave non sono le delusioni individuali, è l’idea di partito che ne esce. Un partito di tipo padronale, in cui le liste vengono fatte in solitudine da un capo, in cui il dissenso o semplicemente la volontà di esprimere un proprio punto di vista è considerato un disturbo, in cui si svillaneggia anche il Presidente del Consiglio (la mancata candidatura di una persona per bene e stimata come Ermete Realacci) o si fa sì che compaiano titoli come “Ira di Minniti, non vota le liste” quando il Ministro Minniti qui nel Veneto dovrebbe essere il simbolo di un PD volitivo. Sembra che si voglia dimostrare che costoro non contano niente. Lo fece già con D’Alema e Letta al momento della nomina del rappresentante italiano alla Commissione europea. Comando io.

E’ finita la breve illusione che Renzi avesse capito che un uomo solo al comando non funziona per una parte importante dell’elettorato che guarda al PD. Faccio quel che voglio, senza neppure la buona educazione di comunicare a chi qualche ruolo verso l’opinione pubblica ce l’ha le proprie decisioni ed i motivi che le hanno generate.

Ci si illude che queste cose non contino nell’opinione pubblica? Non credo, credo che avremmo un ulteriore grave danno elettorale. Tanta gente non andrà a votare, ne ho già sentiti parecchi, o voteranno in altre direzioni, si conferma un pregiudizio che già è presente nei confronti di Renzi e purtroppo si esprimerà nelle urne. Mi sbaglio? Magari, ma temo di no. Il 4 marzo è vicino.

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2 commenti

  1. Vincenzo Degan
    30 gennaio 2018

    Gentile dottor Giaretta,
    Il Suo articolo rispecchia “in toto” il mio stato d’animo di questi giorni. Sento un partito sempre più distante dalla militanza e dagli elettori, un partito che sempre di più subisce editti bulgari dall’alto, un partito al cui vertice si preferisce la fedeltà alla competenza e all’impegno per il proprio territorio. Fa specie pensare che il vero e unico artefice (che Lei menziona) di quei 56 milioni di euro per la seconda linea del tram sia stato, di fatto, condannato a sconfitta certa nell’alta padovana/vicentina, mentre viene blindato alla camera nella nostra città chi, dopo esperienze di trasformismo, ha avuto l’unico merito di dimostrare totale devozione al segretario e spesso è apparso sui giornali cittadini spacciandosi come grande fautore di quei 56 milioni citati poco sopra. Come faccio io che sono giovane ad andare a votare contento, per il partito cui sono iscritto, pur avendo molto entusiasmo e molta voglia di partecipare? Davvero provo “un notevole disgusto”. Avevo aderito a questa realtà (il PD) perché la ritenevo appunto democratica, diversa dagli altri partiti o sedicenti movimenti, una realtà che premia i meritevoli indipendentemente dalla corrente o correntina di riferimento. Non dico che mi turerò il naso, ma il “modus operandi” con cui queste liste sono state fatte porterebbe a farlo… E lo dice uno che in Renzi ha creduto molto. Cosa si deve sperare allora? Che le cose vadano male e ci sia un ricambio al vertice? Che arrivi un segretario inclusivo, meno esuberante, che sappia davvero federare attorno al PD le forze di sinistra e non partitini con percentuali da prefisso telefonico? Sono, politicamente parlando, giorni difficili per me e per moltissime altre persone: temo sia in corso una grave crisi d’identità nel nostro popolo… Magari Lei, vista l’esperienza, saprà darmi qualche risposta.
    Cordialità, Vincenzo Degan


  2. Paolo
    30 gennaio 2018

    Caro Vincenzo, il problema è che al momento non ho una risposta! Di qui il disgusto…


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