Pensando al dopo

Pubblicato il 2 gennaio 2018, da Politica Italiana

Primo commento del 2018. Tra due mesi avremo un nuovo Parlamento. Riuscirà ad esprimere una maggioranza? Non lo sa nessuno. Molti pensano che si dovrà ritornare al voto.

L’Italia è un paese in cui trova spazio il rancore. Ce lo dice l’ultima rapporto del Censis. Ma altre indagini registrano che tra le popolazioni europee siamo tra le più pessimiste e sfiduciate. I motivi non mancano, con una crescita che per fortuna ha ripreso ma ancora non si è trasferita in modo sensibile per creare un maggiore benessere diffuso e più opportunità di lavoro.

Il problema è che rancore e pessimismo restano sentimenti improduttivi, individualisti, non si trasformano in una iniziativa collettiva per costruire una alternativa. E sono sentimenti che, anche per responsabilità dei media, rischiano di tacitare l’Italia positiva che si dà da fare per costruire il futuro, per sé e per gli altri. Come ha ben ricordato il Presidente della Repubblica nel suo messaggio: “Si è parlato, di recente, di un’Italia quasi preda del risentimento. Conosco un Paese diverso, in larga misura generoso e solidale. Ho incontrato tante persone, orgogliose di compiere il proprio dovere e di aiutare chi ha bisogno. Donne e uomini che, giorno dopo giorno, affrontano, con tenacia e con coraggio, le difficoltà della vita e cercano di superarle”.

La campagna elettorale rischia comunque di essere dominata da sentimenti negativi o proposte illusionistiche. Basta seguire la sequela di promesse di Di Majo o la riproduzione delle stesse promesse irrealizzate vent’anni fa da Berlusconi.

C’è una politica che pensa di essere utile rappresentando il rancore. Potrà rappresentare dei sentimenti, ma non risolvere i problemi. I rancori grillini, l’impudente rancore di Travaglio, che non dedica una riga alle responsabilità M5S sulla mancata approvazione dello jus soli, ma in compenso parla di “legislatura da sciogliere nell’acido” (avrà nostalgia di quelle berlusconiane). Con un linguaggio a sua insaputa mafioso. C’è uno spropositato rancore in alcuni esponenti di LeU verso il PD, rancori personali prima che politici.

E il PD? Mi sembra che Renzi abbia (finalmente) capito che competere sul piano del populismo e del qualunquismo non rende. Non è lì che possiamo trovare elettori. C’è un elettorato magari più silente di altri che vuole un messaggio di concretezza, fermezza, lungimiranza. Che si è un po’ stufato degli uomini soli al comando che finiscono per essere troppo fragili, esposti alla volubilità dei sentimenti più che alla solidità della ragione. A cui piace ad esempio lo stile di Gentiloni.

Ci sarà uno spazio per recuperare? Lo vedremo in questi sessanta giorni. A partire dalla composizione delle liste. Su cui per il momento (ma sarebbe questo il momento) sembra non esserci discussione. Cinque anni fa  avevamo fatto le primarie. Non troppo fortunate, con risultati poi alterati dalle decisioni finali a Roma. Ma comunque con un processo che oggi non c’è. Saranno liste in cui verranno confermati i fedelissimi, indipendentemente dalle capacità che hanno dimostrato, con qualche nome simbolo (magari utili dal punto di vista comunicativo, ma che il più delle volte si sono dimostrati del tutto inutili nel concreto lavoro parlamentare) oppure si terrà conto di competenze dimostrate, della quantità e qualità del lavoro svolto? La cura dimagrante dei gruppi parlamentari che comunque ci sarà per il cambiamento della legge elettorale avverrà a danno dei più capaci perché non proni agli ordini superiori, ai gigli magici romani e locali? Si vedrà e non sarà secondario nell’orientamento di voto. I militanti giudicheranno anche questo.

Bisogna pensare al dopo. Quelli di Liberi e Eguali al momento pensano che sia produttivo fare una campagna tutta contro il PD. Non sembra che i sondaggi li stiano premiando. Ricorro ancora alle parole di Mattarella: “La democrazia vive di impegno nel presente, ma si alimenta di memoria e di visione del futuro. Occorre preparare il domani. Interpretare, e comprendere, le cose nuove. La velocità delle innovazioni è incalzante; e ci conduce in una nuova era, che già cominciamo a vivere.”

Il tema della necessaria ricomposizione di una vasta area riformista non sarà purtroppo risolta con la campagna elettorale, e ne pagheremo il prezzo. Ma resterà nell’agenda e non potrà essere elusa. Ricomposizione che non potrà avvenire sulla contabilità dei torti e delle ragioni della stagione renziana. Guardando indietro, con ricette vecchie, ma appunto come ha ricordato Mattarella con la capacità di interpretare e comprendere le cose nuove. Servono appunto cose nuove. Alla prossima puntata.

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2 commenti

  1. Mario
    2 gennaio 2018

    Ciao Paolo, forse Renzi ha capito la lezione nella comunicazione agli Italian. Dal Referendum perso ha imparato qualche cosa e gli è servito per le elezioni del 4 Marzo. Credo anche, bisogna sostenere in tutti modi, questa area di Governo, senza se e senza ma. Altrimenti si rischia trovarsi, come hai scritto con i populismi grillini o salviniani di turno.


  2. Paolo
    2 gennaio 2018

    giusto, speriamo che sia così


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