C’è un grande lavoro da fare

Pubblicato il 14 maggio 2018, da Pd e dintorni

Dunque questo governo penta leghista si farà. Faticano un po’ sulle poltrone, ma si farà. Come avevo previsto fin dall’inizio (vedi i miei editoriali ad esempio del 5 marzo http://www.paologiaretta.it/2018/03/il-rottamatore-rottamato/ o del 6 aprile http://www.paologiaretta.it/2018/04/la-grande-sceneggiata/ . Troppo simili i due populismi, tanti punti di contatto elettorali. Tanta la voglia di potere. Del resto una alleanza politica che corrisponde a ciò che la maggioranza degli elettori ha espresso. Potevano arrivarci prima, con più rispetto per le istituzioni, con un po’ più di coraggio e meno ipocrisie, con la volontà di parlare a tutto il paese e non solo alla propria base elettorale.

Quanto durerà si vedrà. Le contraddizioni sono molte, le idee cambiate in questi due mesi idem, la differenza tra gli annunci e i fatti evidenti. Ma il potere è un grande cemento.

Possiamo avere due prospettive. Una ottimistica: governando si impara, si accrescono le competenze, si capiscono meglio vincoli e limiti. Anche Tsipras in Grecia ha vinto con promesse irrealizzabili, si è dovuto piegare al realismo delle cose.

La seconda forse più probabile. Quella che di fronte alle difficoltà oggettive si accresca il tasso del populismo, si alzi ancora l’asticella dell’irresponsabilità. Il vero riformismo è di chi sa che occorrono decisioni nell’immediato impopolari, ma capaci di fare il bene del paese e che restituiscono credibilità nel medio periodo. Qui è più facile che capiti il contrario: fare subito provvedimenti popolari destinati a distruggere il bene delle future generazioni.

Si vedrà. Intanto dobbiamo guardare alle responsabilità che attendono il PD. Non senza ricordare che al governo arriva un fascio leghismo suscitatore di ogni sentimento xenofobo, di chiusura e di costruzione di paure, con un leader che è andato allo stadio con la maglietta di casa Pound, e ci arriva grazie anche ai tanti (o pochi) elettori della sinistra senza se e senza ma, quelli del disgusto per il PD che hanno pensato bene di votare M5S credendo di spostare il paese a sinistra. I vari Jacopo Fo, Marescotti, Travaglio, ecc. Ci dovrebbero pensare. Senza scusanti peregrine tipo colpa del PD che doveva fare il governo con M5S. Sono loro (i vincitori) che scelgono l’alleanza…

Per il PD: intanto non guardiamo con sufficienza a questo Governo, con l’idea di una superiorità pretesa che ci rende spesso antipatici a tanti elettori. Abbiamo avuto anche noi Ministri e sottosegretari senza esperienze significative precedenti. Alcuni hanno fatto bene, altri no. Né serve puntare ai fallimenti altrui, perché le delusioni non si traducono automaticamente in voti a nostro favore.

Al PD serve intanto una profonda rigenerazione. Prendere l’insieme di valori, idee, progetti che sono state alla base della sua costituzione, che si sono in parte persi per strada. Vedere cosa c’è di ancora valido e cosa vada sostituito. Riprendere un discorso con il paese, con più freschezza, originalità, consapevolezza dei cambiamenti radicali che sono intervenuti.

Ha ragione Martina. “Bisogna fare un percorso che non sia solo una conta sulle persone. Sono fra quelli che pensano che di fronte a una sconfitta tanto pesante noi dobbiamo cambiare. E per farlo serve, oltre al coraggio della autocritica e alla forza del riscatto, un lavoro costituente. Per rimettere a fuoco il nostro progetto politico, culturale, organizzativo. E cercare insieme risposte che non abbiamo saputo dare. Sono tre le parole da cui inizierei: protezione, cura, comunità”.

È un lavoro faticoso, che richiede tanta generosità, spirito dell’impresa, lungimiranza, fantasia. Può essere entusiasmante se ci liberiamo della noia delle cose risapute. Se ci liberiamo di insopportabili dibattiti sul metodo, su primarie subito o primarie dopo, su Renzi che non c’è ma che c’è, ecc. Se sapremo andare alla ricerca dei tanti che se ne sono andati ma che potrebbero tornare se si presenta un progetto affascinante, un racconto convincente.

C’è anche un problema di classe dirigente. Occorre un esame severo. Le scelte per le liste poco hanno avuto a che fare con capacità e competenza, molto con fedeltà. Ma quando si sta all’opposizione in Parlamento non si fa nulla se non si è capaci, se non si studia, se non si è autorevoli. Giorno per giorno, nelle commissioni, in Aula, nel paese.

Tanti bravi e competenti sono stati lasciati a casa. I nuovi devono dimostrare di essere capaci, lavorando, studiando, rappresentando. Sono stati riconfermati parlamentari che avevano incarichi di primo livello nell’esecutivo nazionale PD e che non hanno prodotto niente. L’altra sera mi sono sorbito una comparsata televisiva di Faraone. Quello che era definito il proconsole di Renzi in Sicilia e che ha annichilito il PD in quella regione. Quello che era sottosegretario all’Istruzione che pressoché nessuno nel mondo della scuola stimava. Non voglio personalizzare, ma se ci si vuole rialzare c’è un problema di qualità.

Un progetto, delle idee affascinanti, dirigenti credibili, umili e competenti. Sono le cose che servono.

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