Un PD grillino?

Pubblicato il 4 maggio 2018, da Pd e dintorni

Seguo le vicende del PD un po’ dall’esterno. Come un elettore/militante, che non ha alcun incarico di partito, che però ne ha avuti in passato e di un certo livello, nel partito e nei gruppi parlamentari. Perciò guardo da fuori, ma nello stesso tempo conservando qualche amicizia a Roma e avendo alle spalle parecchia esperienza di vicende passate mi accorgo di tante cose che non mi piacciono. Spero sempre di sbagliare, ma purtroppo fin qui quasi sempre si è realizzato ciò che ho temuto!

Bene la unanimità (transitoria) della Direzione nazionale. Ciò che mi piace di meno è il clima che si è creato nel PD. Faccio fatica a chiamarla ancora una comunità. Perché i toni di molti dirigenti, dei più giovani in particolare, sono troppo spesso toni faziosi, pieni di rancore e di disprezzo per chi la pensa diversamente, sempre propensi a dare una interpretazione negativa e svilente delle posizioni altrui. La passione deve essere qualcosa di diverso dal fanatismo. Sembra che la cultura grillina, rissosa e semplificatoria, si sia incistata in una parte dei dirigenti e dei parlamentari, ma almeno i grillini hanno i voti…

Una volta si diceva che per il buon giornalismo occorreva proporre i fatti separati dalle opinioni. Oggi a sentire certo dibattito del PD sembra che siamo alle opinioni separate dai fatti. I fatti che non piacciono si rimuovono, non si prendono in esame. Ci si limita a virulenti cinguettii.

Eppure i fatti stanno di fronte a noi e non possono essere rimossi con la propaganda. Metto in fila un po’ di fatti.

Renzi resta nel PD, piaccia o non piaccia, il leader più carismatico. Ha ricevuto una legittimazione dalle primarie vinte sempre con largo margine. Si è costruito con abilità, e anche per dabbenaggine di altri dirigenti, una solida rete di consenso nel partito e nei gruppi parlamentari. Questo basta per avere ragione? Perché intanto il partito è molto smagrito negli iscritti e nei consensi.

E’ un fatto anche che Renzi ha sempre interpretato il mandato ricevuto in forma leaderistica/autoritaria. Le scelte fondamentali le ha condotte con piglio personalistico: “mi avete votato ed adesso comando io”. Posso fare un elenco piuttosto lungo. Dalla liquidazione del governo Letta in modo alquanto inurbano, alla scelta di Federica Mogherini a commissario europeo, non dando alcuna retta alle richieste che gli erano pervenute dai socialisti europei di candidare Enrico Letta, all’apertura del patto del Nazareno (che ho condiviso) e poi alla sua furbesca ed imprudente rottura, alla legge elettorale con voto di fiducia senza dare retta alle obiezioni pertinenti che erano state sollevate, fino all’impostazione personalistica del referendum, per finire ora con la formazione delle liste dei parlamentari senza alcuna consultazione, liste decise da tre persone (Renzi, Lotti e Boschi) spesso con criteri epurativi e punitivi dei non allineati. Un gruppo di parlamentari renziani ha rivendicato il diritto a decidere in Parlamento. Certo, anche se sanno benissimo che i parlamentari si sono fatti questa volta senza voto di preferenza naturalmente, ma anche senza primarie e neppure una qualche forma di selezione da parte dei livelli locali di governo. Nominati, non eletti. Con il grado di autorevolezza conseguente.

E’ un fatto anche che chi non era d’accordo con Renzi non è mai stato capace di impostare una solida alternativa, con un disegno chiaro e permanente. Mugugni più che iniziative politiche. Una parte di quelli che ora si oppongono alla leadership di fatto che Renzi continua ad esercitare non ha avuto il coraggio di prendere sul serio l’ultimo congresso nazionale, condizionando la leadership renziana per correggerla nei punti sbagliati.

Il fatto più importante che non può essere rimosso è il rendimento elettorale del PD dopo la cura Renzi. Dopo la straordinaria performance del voto europeo abbiamo perso in malo modo tutte le elezioni che si sono succedute. C’ è stato un capo, il capo ha esercitato la leadership in modo molto forte, i risultati sono quelli che sappiamo. Si può essere amici di Renzi, si può stimarlo, ma non si possono negare questi fatti. Insieme ai fatti vorrei mettere due perché.

Perché pur avendo il Governo Renzi ottenuto risultati importanti migliorando molti indicatori economici non vi è stato alcun riconoscimento elettorale?

Perché Gentiloni, che ha proseguito le politiche del governo Renzi è primo per gradimento degli italiani nei sondaggi, mentre Renzi è agli ultimi posti?

Dino Amenduni, esperto di comunicazione politica, scriveva nei giorni scorsi: “serve che parole credibili siano proferite da leader credibili, la cui biografia personale coincida con il vocabolario usato. Barack Obama o Jeremy Corbyn, modelli distantissimi di ‘sinistra’, sono accomunati proprio da questo tratto: non può essere un caso”. Bisognerebbe soffermarsi su questo punto: il tema non è se Renzi abbia avuto ragione o torto, il problema è come Renzi viene percepito ora dall’opinione pubblica, con un corollario impegnativo: se Renzi è parecchio gradito a ciò che resta del PD ma è molto sgradito a settori importanti dell’opinione pubblica possiamo ancora puntare su di lui come candidato Presidente in questo momento storico? Alle prossime elezioni che potrebbero essere molto vicine? I litigi faziosi non affrontano questo interrogativo.

 

 

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1 commento

  1. Mario
    4 maggio 2018

    Ciao Paolo, sono d’accordo con questa tua. Mi permetto solo di dire a riguardo Renzi che viene percepito dall’opinione pubblica non gradito? Se questo dipende da chi sostiene la Lega le 5 Stelle e con i suoi sostenitori i Travaglio e c. di turno, con campagne denigratorie “false” compreso alcuni degli stessi votanti del PD, allora si che il consenso cala. Mettiamoci anche alcuni fuoriusciti dal PD, che non vedevano l’ora della sconfitta, ma questi dell’L.U. sono andati anche loro nel fosso, direi politicamente scomparsi. Buona giornata Paolo, sempre con te!!!


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