Senatore Paolo Giaretta



Pavia, 1 marzo 2010

CRISI ECONOMICA: NUOVE LEZIONI PER LA POLITICA?
Relazione al Corso di Formazione dei Giovani Democratici di Pavia
Sen. Paolo Giaretta

Molto si è scritto sulle origini della crisi finanziaria nata negli Stati uniti da una bolla speculativa sugli immobili che ha generato l'immissione nel circuito finanziario globalizzato di titoli tossici che hanno portato al fallimento di importanti istituzioni finanziarie trasferendo poi le conseguenze negative di una inaffidabilità molto estesa del sistema bancario sull'economia reale, con pesanti conseguenze occupazionali.
Ora al di là degli aspetti tecnici che presentano una indubbia complessità a noi può interessare mettere in luce quelle chiavi di lettura che mettono in luce più direttamente le responsabilità della politica e ne possiamo individuare tre.
La crisi nasce da un eccesso di diseguaglianza. In luogo di procedere per via fiscale ad una più equa distribuzione del reddito prodotto le politiche fiscali dell'Amministrazione Bush hanno privilegiato i redditi più elevati. Per le famiglie a reddito medio e basso invece di politiche salariali adeguate a sostenere un maggiore potere d'acquisto si è concessa la possibilità di accedere a credito senza garanzie idonee e con tassi di interesse molto bassi. Ciò ha generato un colossale indebitamento delle famiglie americane e con l'esplodere della crisi un enorme impoverimento: posti di lavoro persi, case pignorate, risparmi in fumo. La crisi segnala anche una diseguaglianza a livello planetario. Gli Stati Uniti che vivono con un tenore di vita superiore a quello che sarebbe consentito dalla ricchezza prodotta e si indebitano sul mercato internazionale. La Cina che impone un risparmio forzoso ai propri cittadini mantenendo bassi consumi e servizi e investendo i risparmi sul debito americano: la Cina è il primo creditore degli Stati Uniti, e questo spiega molte difficoltà della politica estera americana.
La crisi nasce per una rinuncia della politica a tutelare i risparmiatori. La lievitazione di strumenti finanziari sempre più complessi che in realtà nascondono la mancanza di un rapporto tra ricchezza disponibile e strumento finanziario sono resi possibile dalla rinuncia dello Stato a svolgere il proprio compito di buon regolatore del mercato. Le autorità di vigilanza chiudono gli occhi, gli interessi tutelati sono quelli dei grandi manager, dei fondi speculativi, della creazione di ricchezza senza base produttiva.
La crisi è figlia di una scelta ideologica della destra. Risale all'epoca delle politiche del duo Reagan Thatcher sostenuto dalle idee della scuola di Chicago con Milton Friedman di eliminare ogni forma di regolazione dei movimenti di capitale a livello transnazionale creando le premesse di un eccesso di finanza speculativa che lungi dal sostenere la creazione di ricchezza diventa strumento di distruzione. I fondi speculativi si muovano a livello globale, cercando il rendimento a brevissimo termine, spesso spolpando le aziende e abbandonandole al loro destino, scommettendo sui rendimenti futuri di ogni bene, innescando rialzi speculativi di beni essenziali, dal cibo ai metalli.
La crisi globale ha contribuito anche ad alzare un velo che offuscava una chiara visione dei cambiamenti che sono intervenuti: il cambiamento profondo della geopolitica nell'ultimo ventennio e l'affermarsi di alcuni elementi strutturali che se non corretti portano a guasti gravi a livello planetario.
Una nuova geopolitica
Sono cambiati i rapporti di forza tra le nazioni e le aree economiche. 10 anni fa il gruppo del G7 (USA, Canada, Giappone, Francia, Germania, Italia, Regno Unito) possedeva l'80% della ricchezza mondiali e regolava i propri rapporti sull'economia del dollaro, da cui il resto dell'economia mondiale dipendeva. Oggi i paesi dell'ex G7 raggiungono a malapena il 50% della ricchezza e si sono affermate aree produttive competitive. Il dollaro non è più la moneta dominante e deve fare i conti con altre monete. Si affermano nuove potenze economiche: Cina, India, Brasile...Del resto le proiezioni della Banca Mondiale al 2050 presentano un panorama molto diverso da quello che conosciamo oggi. Mettendo in fila i paesi per Pil la graduatoria è Cina, Usa, India, Giappone, Brasile, Messico, con l'Italia solo al 14° posto: una geografia nuova in cui culturalmente facciamo fatica ad orientarci ma di cui dobbiamo prendere coscienza.
E d'altra parte il processo di globalizzazione che ha portato con sé comunque un innalzamento del benessere medio a livello mondiale evidenzia tuttavia l'emergere di tre insostenibilità che devono essere assolutamente corrette per evitare un degrado accelerato della convivenza con l'insorgere di conflitti sociali, etnici ed economici difficilmente governabili.
Un eccesso di diseguaglianza
La prima insostenibilità è di carattere sociale. Crescono molto le diseguaglianze nel mondo, sia all'interno dei singoli paesi, sia tra la parte della popolazione mondiale che è riuscita a prendere un treno della crescita e quella parte che è prigioniera della trappola della povertà. All'interno degli Stati le politiche fiscali figlie di una idea di un iperliberismo senza regole ha contribuito ad accrescere le diseguaglianze. Negli Stati Uniti il compenso medio dei top manager è divenuto pari a 150 volte il salario operaio, mentre 20 anni fa era 25 volte il salario operaio. Anche in Italia gli studi della Banca d'Italia registrano un crescere delle diseguaglianze: chi è ricco diventa più ricco, chi è povero non riesce più a trovare ascensori sociali che diano opportunità di migliorare le proprie condizioni.
La globalizzazione ha comportato opportunità di crescita per paesi che in un mondo più chiuso erano rimasti al margine di processi di sviluppo ma, a parte il fatto che anche per questi paesi la distribuzione del reddito marca forti diseguaglianze, superiori a quelle dei paesi occidentali, la distribuzione resta fortemente squilibrata e la velocità di crescita non diminuisce le distanze. Se prendiamo l'indice di sviluppo umano calcolato ogni anno dall'ONU possiamo registrare che i 20 paesi più ricchi hanno lo stesso scarto con i paesi più poveri oggi come vent'anni fa.
Lo sviluppo si accompagna poi al permanere di fenomeni intollerabili con la visione dei diritti umani sancita dalla carta dell'ONU. Facciamo sostanzialmente finta di non vedere ma al mondo continuano ad esserci decine di milioni di schiavi, legati al datore di lavoro da debiti contratti che gli tolgono la libertà, cresce la tratta internazionale degli esseri umani (circa un milione di esseri umani trafficati ogni anno, per motivi sessuali o di lavoro nero), il lavoro minorile, anche di bambini di pochi anni, resta una componente essenziale nella divisione internazionale del lavoro. Oltre 1 miliardo di esseri umani (per la prima volta è stata superata la barriera del miliardo) soffre la fame ed è prigioniero (particolarmente nell'Africa subsahariana) di una trappola della povertà che non offre alcuna speranza di una vita migliore. Resta precario per miliardi di esseri umani l'accesso a beni essenziali: casa, salute, istruzione. Più della metà della popolazione mondiale vive in città. Spesso megalopoli in cui le condizioni di vita per miliardi di esseri umani non sono diverse da quelle che il terzo Reich offriva nei campi di concentramento.
Questi squilibri irrisolti generano due fenomeni: la iniqua distribuzione delle risorse genera una sovraproduzione (con le conseguenze che vedremo sugli equilibri ecologici). Poiché le fasce più ricche non vogliono rinunciare al benessere raggiunto, anzi lo devono incrementare, per garantire un minimo di accesso alle fasce più deboli occorre prevedere sovraproduzioni di beni, con tutti i costi che ne derivano. Le diseguaglianze planetarie, rese visibili dai network mondiali della comunicazione, accessibili in ogni parte del globo, caricano una molla di rancore sociale e un sentimento di ingiustizia che offre a movimenti fondamentalisti e terroristi una drammatica riserva di reclutamento.
Insostenibilità ambientale
Una seconda insostenibilità riguarda la sostenibilità ambientale. Il tema è all'attenzione del dibattito pubblico e non occorre aggiungere molte considerazioni. L'intensità dello sviluppo ha avuto come altra faccia della medaglia un pesantissimo stress ambientale: consumo delle fonti fossili accumulate per miliardi di anni, deforestazione, avvelenamento dell'area e dell'acqua, alterazioni climatiche. Finora l'ambiente non è stato un costo, ma un bene disponibile per chiunque e senza misura. Non si può continuare in questo modo: il rapporto tra produzione di ricchezza e consumo di beni non rinnovabili è troppo elevato e ci stiamo appropriando dei beni delle generazioni future. Siamo ormai in presenza di una rottura del ciclo energetico, un impoverimento della biosfera con una fortissima diminuzione delle biodiversità, ecc. Lo stock dei beni naturali sta deperendo troppo rapidamente. L'ultima conferenza di Copenhaghen è stato un fallimento quanto a risultati concreti sotto il profilo dell'adozione di politiche, però lascia in eredità un riconoscimento globale che il problema esiste, è drammatico e richiede un di più di responsabilità. Abbiamo meno disponibilità di beni ambientali, in compenso abbiamo più sapere e più tecnica e con una assunzione di responsabilità collettiva, con una distribuzione equa degli oneri, è possibile garantire sviluppo ecosostenibile. La parola sta ancora alla politica.
Ricchezza di carta
Una terza insostenibilità riguarda l'eccesso di finanziarizzazione dell'economia. Brutta parola, ma in sostanza ha significato una grande finzione in cui si è privilegiato il capitale speculativo a quello creatore di ricchezza. Non vi è alcun rapporto tra la massa finanziaria e la ricchezza prodotta. Il volume delle attività supera di molte volte, da 7 a 10 il volume della ricchezza prodotta. L'indice Down Jones in 5 anni alla fine degli anni 90 è passato da circa 3.000 a oltre 11.000: quasi quadruplicato, ma nello stesso tempo il prodotto interno lordo cresceva solo del 30% e gli utili delle aziende quotate in borsa del 60%. Non diventa più conveniente dedicarsi alla produzione di ricchezza materiale, innovare sulla qualità dei prodotti. Rende di più scommettere sul futuro. Come ha osservato Giorgio Ruffolo questa enorme finanziarizzazione non genera nuova ricchezza. Gran parte delle transazioni avviene su mercati secondari, riguardano cioè titoli che rappresentano ricchezze già esistenti e si risolve quindi in distribuzione della ricchezza esistente.
L'estrema volatilità dei capitali genera una crisi fiscale degli stati, che devono competere al ribasso sui livelli di tassazione. E questo porta ad un arretramento generale della capacità dello Stato di produrre buoni beni pubblici ed una progressiva privatizzazione, con un declino dei beni collettivi rispetto a quelli privati: consumo, quindi sono.
Presente senza futuro
Sono tre insostenibilità che in fondo hanno una radice comune. E' quella che Tommaso Padoa Schioppa in un bel saggio ha definito il limite della veduta corta. La preferenza va al presente e perciò si deprezza il futuro.
Si sposta l'orizzonte al presente nelle scelte di impresa in cui il giudizio onnipotente del mercato non valuta l'investimento di lungo periodo, la creazione di valore basato sulla ricerca, l'investimento in capitale umano ed in beni strumentali, quanto piuttosto la capacità immediata di generare profitto. La Trimestrale di cassa diventa il metro di misura: ricchezza prodotta nella dimensione trimestrale non con i tempi del buon seminatore. Anche il privato cittadino è portato per mano a disprezzare il futuro: una enorme pressione consumistica viene esercitata da una alleanza micidiale di media e pubblicità. L'Italia è ancora un'isola felice sotto il profilo di una buona propensione al risparmio, ma è una virtù che anche da noi sta rapidamente declinando, anche per una insufficiente politica di sostegno dei redditi. La spinta è a consumare sul presente, investendo meno sui beni che significano creazione di valore futuro della vita delle persone: istruzione, sicurezza sociale, abitazione, coesione della famiglia, ricchezza delle relazioni sociali. Tutto è merce e tutto viene deprezzato. L'evoluzione della catena distributiva negli Usa è significativa. Ormai una decina di grandi gruppi dominano l'intero mercato continentale e sono in grado di fare i prezzi che vogliono sia nei confronti dei produttori, strozzati dal potere dominante delle catene commerciali, sia nei confronti dei consumatori, che possono essere attratti da prezzi bassi, però con un risvolto. Il cheap capitalism, il capitalismo dello sconto offre la possibilità di un maggiore possesso di beni a bassa qualità, ma anche il lavoro diventa una merce ed è soggetto allo stesso regime: bassi salari, scarsa qualità del lavoro. Infine anche la politica è prigioniera del presente. I sondaggi quotidiani ritmano le scelte della politica. Non più visioni strategiche ma l'inseguimento di una opinione pubblica emotivamente stressata dalla grande rete comunicativa che ci avviluppa incessantemente.
Per un mercato civile
Per una buona economia deve per forza tornare in campo la buona politica. Il ciclo aperto con la stagione dell'eccesso liberista si è concluso con un fallimento. Occorre rifondare i materiali che pure sono stati alla base di una stagione di grande crescita e di progresso sociale. Non si tratta di tornare a forme improbabili e fallimentari di statalismo, in un mondo in cui lo Stato nazione ha perso molti poteri ed in cui, purtroppo, la vitalità democratica delle pubbliche istituzioni si sta pericolosamente indebolendo. Si tratta come osserva Stefano Zamagni di "consentire che il mercato possa tornare ad essere mezzo per rafforzare il vincolo sociale attraverso la promozione sia di pratiche della distribuzione della ricchezza che si servono dei suoi meccanismi per raggiungere l'equità, sia di uno spazio economico in cui i cittadini che liberamente lo scelgono possono mettere in atto, e dunque rigenerare, quei valori (quali la solidarietà, lo spirito d'impresa, la simpatia, la responsabilità d'impresa) senza i quali il mercato stesso non potrebbe durare a lungo" (in S. Zamagni, L'economia del bene comune, Città Nuova, Roma 2008, pag. 10). Per strada, sotto la pressione di cambianti economici, sociali, antropologici, si è perso il valore di alcuni pilastri che avevano fatto nascere l'economia di mercato e la sua evoluzione nell'Europa occidentale che usciva dalla tragedia della seconda guerra mondiale in economia sociale di mercato. Dobbiamo risalire indietro, ce lo ricorda sempre Stefano Zamagni, a prima della rivoluzione industriale ed alla filosofia utilitaristica di Bentham per ritrovare il significato profondo di alcuni termini. L'idea della divisione del lavoro che lungi dall'essere lo strumento per una redistribuzione del lavoro basata sulla compressione del salario era l'aspirazione di poter far lavorare tutti secondo le proprie capacità. L'idea dello sviluppo che lungi dall'interpretare una ideologia della crescita basata sulla rapina dei beni del futuro e sulla alienazione dell'umanità era al contrario l'idea che la generazione presente deve farsi carico delle generazioni future, non consumando tutto ciò che viene prodotto ma attraverso l'accumulazione trasferirlo al futuro, innescando un meccanismo solidale nel tempo di crescita. L'idea della competizione nel mercato che lungi dall'essere l'ideologia del successo del più forte era la creazione di uno spazio di libertà in cui il cittadino poteva realizzare le proprie aspirazioni.
Possiamo aggiungere: la rifondazione dell'idea del ruolo dello Stato nell'economia. Non una dialettica sbagliata (più mercato meno stato recitava uno slogan di un certo successo qualche anno fa) ma piuttosto la necessità di una leale cooperazione tra stato ed economia privata, in cui lo Stato si riassume il ruolo del buon regolatore del mercato e della produzione di quei buoni beni pubblici essenziali allo sviluppo equo e sostenibile.
Una governance globale e democratica
Occorre lavorare in due direzioni. Una riguarda la costruzione di un nuovo ordine mondiale, che non è una utopia ma una necessità. Il mondo è globalizzato sotto il profilo della circolazione delle merci, in parte delle persone, della finanza, di poteri transnazionali dati dalle grandi corporation, sotto il profilo delle produzioni culturali e della forza del sistema massmediatico. Gli effetti delle decisioni di questi ambiti hanno effetti globali ed i problemi sono globali. Se parliamo di lotta al terrorismo, di lotta al cambiamento climatico, di sicurezza internazionale, di lotta alla tratta degli esseri umani, di lotta alla povertà, di lotta per il diritto all'alimentazione ed all'acqua, di controllo delle speculazioni finanziarie, ecc. Sono tutti elementi che richiedono una governance globale. C'è stata una capacità di pensare ad istituzioni nuove: la società delle Nazioni dopo la prima guerra mondiale, travolta da un conflitto ancora più sanguinoso e rifondata nell'ONU, gli accordi di Bretton Woods nel 1944 per dare una maggiore stabilità economica, da cui nacquero poi Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale...Pensiamo che l'Organizzazione Internazionale del Lavoro nasce nel 1919 per promuovere la giustizia sociale e i diritti umani internazionalmente riconosciuti: una grande lungimiranza, cui purtroppo non hanno fatto seguito poteri adeguati per costruire un sistema di diritti del mondo del lavoro globale.
Il mondo è diventato multipolare, superando sia l'assetto contrapposto della guerra fredda, sia l'assetto "imperiale" dell'unica potenza. Non bastano più però le varie sedi di incontro che si riducono alla elaborazioni di accordi generici (dal G8 al G20) ma occorre un rilancio delle sedi istituzionali, dell'ONU e delle sue agenzie, con poteri reali e una più ampia democratizzazione e delle sedi di cooperazione a livello di grandi aree geopolitiche.
Per l'Italia tornare alla buona crescita
E per la nostra Italia? Gli elementi che ci distinguono in negativo sono la presenza di una bassa crescita: da molti anni cresciamo meno (dalla metà ad un terzo) dei paesi occidentali più direttamente nostri competitori e abbiamo cumulato un elevato debito pubblico: abbiamo in sostanza prelevato risorse dal futuro per garantire un benessere presente. In compenso abbiamo una base produttiva basata su uno spirito imprenditoriale diffuso e un risparmio provato che resta ancora una risorsa importante a differenza di altri paesi. Ma fino a quando durerà?
Perchè anche nel sistema italiano assistiamo ad un degrado di una tenuta sociale e valoriale, della presenza di sistemi di welfare naturali come quelli offerti dall'intensità delle relazioni familiari e sociali che sono stati un elemento importante di coesione e di stimolo alla crescita ed all'innovazione.
Ci sono degli elementi che vanno corretti per ricostituire la riserva necessaria ad affrontare le sfide che ci attendono. Siamo diventati una società troppo instabile e smarrita, in cui tutele sociali che hanno accompagnato la crescita non sono previste per il futuro: un conto è una società dinamica disposta ad affrontare il rischio assistito da ragionevoli tutele, un conto è la società dell'incertezza e della solitudine. E' una società troppo diseguale: l'Italia ha assicurato nella sua fase di trasformazione in alcuni periodi impetuosa grande mobilità sociale. Oggi gli ascensori sociali si sono fermati, si è indebolita la capacità redistributiva di accorte politiche fiscali ed è una società sostanzialmente ingessata in cui le tutele restano a chi ce le ha a prezzo di una esclusione di chi non possiede tutele: pensiamo alla reazione di tutto il mondo delle professioni ai timidi tentativi di riforma messe in campo da Bersani. E' una società che assiste al degrado dei beni pubblici: da tempo si investe pochissimo per rinnovare il patrimonio infrastrutturale e di capitale sociale e si abbandonano a sé stessi le infrastrutture sociali che sono essenziali per offrire condizioni di eguaglianza e risorse per lo sviluppo futuro, dalla scuola all'Università, alla sanità in una parte del paese, alle politiche dell'abitare, ecc. Tra i beni pubblici la cui produzione si è indebolita a pieno titolo va il principio di legalità, essenziale per la buona convivenza civile, che in ogni modo è stato attaccato nel periodo di governo delle destre.
Per capire la dimensione del problema ricordiamo che negli ultimi due anni è comparso il segno meno di fronte alle cifre del PIL: - 1,0% nel 2008, -4,9% nel 2009 (-5% nell'ultima revisione ISTAT). Siamo sostanzialmente tornati al livello del reddito del 2000, un arretramento di dieci anni quanto a PIL pro capite. Per apprezzare la pesantezza di questo -4,9 si deve considerare che da quando esistono le serie storiche dell'Istat della contabilità nazionale non si è mai registrato un crollo di questa dimensione.
In ogni caso la crescita prevista da FMI registra un +1 per il 2010, in media euro (che tuttavia aveva registrato un saldo netto di - 3,3 nel biennio 2008-2009 rispetto al 5,9 dell'Italia) ed un +1.3 nel 2010 rispetto ad un'area euro al +1,6. Nell'area G8 tranne la Spagna siamo quelli che cresceremo meno nel biennio 2010/2011.
Del resto oltre al dato del PIL sono gli altri dati sensibili che dimostrano che la situazione resta difficile. I documenti del Governo riconoscono esplicitamente che la situazione occupazionale continuerà a peggiorare per tutto il 2010, incominciando ad invertire la tendenza solo nel 2011, ma restando comunque anche al 2012 in condizioni peggiore del 2008. Il tasso di disoccupazione avrebbe questo andamento: 6,7 nel 2008, 7,7 nel 2009, 8,4 nel 2010, 8,3 nel 2011, 8,0 nel 2012. Purtroppo si conferma ciò che abbiamo sostenuto fin dall'inizio: che la crisi è lunga e profonda (lo spunto ottimistico dei dati del terzo trimestre 2009 è purtroppo già stato contraddetto dal dato del quarto trimestre 2009 che segna un -0,2 rispetto al trimestre precedente e un meno 2,8 rispetto all'ultimo trimestre del 2008, che l'indice destagionalizzato della produzione industriale di dicembre segna un arretramento di 0,7 punti rispetto a novembre, segno che la velocità di uscita dalla crisi è lenta ed incerta ) e i riflessi sociali andranno ben oltre la fase di inversione nella curva del PIL.
Anche per l'Italia dunque la ripresa di una buona crescita richiede la ridiscesa in campo della buona politica. Le ricette che la destra ha messo in campo si sono rivelate profondamente sbagliate: coltivazione dell'egoismo sociale, abbandono dell'equità fiscale, disprezzo del ruolo dei compiti pubblici, abbandono di una visione europeistica, eccitazione di ogni paura. Buona crescita significa coltivare i comportamenti virtuosi delle imprese: chi investe, chi innova, chi crea buona occupazione, chi si muove in nuove specializzazioni produttive, ad esempio quelle della filiera della green economy. Il contrario di ciò che è stato fatto premiando evasione, speculazione, interessi forti costituiti. Buona crescita significa anche coltivare una amministrazione pubblica efficiente. Il contrario di ciò che è stato fatto togliendo risorse ai comuni, punendo quelli a buona amministrazione, impedendogli di investire le risorse che sono in loro possesso e premiando comuni dissestati, da Catania a Palermo, a Roma.
Buona crescita significa utilizzare la risorsa fiscale in modo equo, come strumento per una redistribuzione equilibrata della ricchezza prodotta e come incentivo per i comportamenti di lealtà fiscale. Buona crescita significa coltivare con cura il mantenimento ed il miglioramento dei beni pubblici essenziali a garantire a tutti la partecipazione al processo di crescita.
Per una nuova etica dello sviluppo
Economia del dono, bene comune, umanesimo democratico, domanda di senso, etica condivisa, andare oltre la dittatura del PIL per misurare la felicità, sono tutti termini che sono usciti dai libri di etica e di sociologia e compaiono nei saggi degli economisti, di uomini di pensiero laico e religioso. Amartya Senn, Stefano Zamagni solo per citare un esponente indiano premio Nobel dell'economia ed uno italiano che si è soffermato a lungo sui temi dell'economia solidale hanno aperto piste nuove di riflessione. Non è in fondo una novità. Anche i teorici del liberalismo avevano ben presente che il mercato poteva funzionare se esistevano nella società valori condivisi di onestà e fiducia, che andavano oltre la correttezza commerciale ma esprimevano una convinzione etica. Un grande studioso liberale Hirsch li definiva beni pubblici indisponibili, senza i quali non poteva esservi sviluppo. Non occorre qui ricordare come il lungo cammino di riflessione della Chiesa Cattolica che va sotto il nome di Dottrina Sociale ha prodotto sempre documenti rivoluzionari per il tempo in cui furono scritti. Dalla prima enciclica di Leone XIII la "Rerum Novarum" che alla fine dell'800 poneva il grande tema della questione operaia, della giustizia sociale e del conflitto tra capitale e lavoro, alla "Populorum Progressio" di Paolo VI, che con molta lungimiranza poneva il tema della globalizzazione dello sviluppo e dell'unicità delle famiglia umana, fino alle encicliche sociali di Giovanni Paolo II che contengono una critica serrata e radicale alle deviazioni del capitalismo. Fino all'ultima enciclica di Benedetto XVI "Caritas in veritate" che offre una chiave di lettura unificante tra giustizia sociale e rispetto del creato. Ci ricorda Benedetto XVI che per dare un senso al profitto occorre che abbia senso il modo di produrlo tanto quanto il modo di utilizzarlo, che spesso la povertà estrema si basa non tanto sulla mancanza in assoluto di risorse materiali, ma sulla scarsità di risorse sociali. Che i costi umani sono sempre anche costi economici. Vi è l'invito a saper "dilatare la ragione" per affrontare le sfide inedite di imponenti nuove dinamiche.
Il pensiero laico e quello religioso, quello cattolico in particolare, si scontrano con molta durezza su alcuni temi, penso all'area della tematica della bioetica, eppure trova invece una particolare consonanza di fronte ai mutamenti economici e sulle ricette che servono. Tanto da far dire ad un pensatore laico come Giorgio Ruffolo che è necessario recuperare la dimensione della trascendenza e a Aldo Schiavone, anch'esso pensatore laico, che attraverso la scienza e la tecnologia l'infinito sta entrando stabilmente nel mondo degli uomini. Questa evoluzione del pensiero è una risorsa particolare per il PD, perchè si dimostra che i materiali culturali su cui è possibile fondare il progetto culturale del partito sono ancora materiali validi. I principi della giustizia sociale, del personalismo comunitario, i valori dell'eguaglianza e dell'unica appartenenza alla famiglia umana che hanno segnato la storia delle culture fondative della sinistra e del cattolicesimo democratico, così come la cultura dell'ambientalismo del fare sono materiali appropriati per affrontare le sfide che abbiamo davanti a noi. Sotto questo profilo il Pd ha un serbatoio di idee valide a cui attingere per impostare la propria proposta politica, molto più appropriate di quelle fallimentari che in questi anni ha messo in campo il centrodestra.
Qui nella vostra città, nella magnifica chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro insieme a quelle di Sant'Agostino riposano le spoglie di Severino Boezio, filosofo e martire cristiano giustiziato nel 525 dopo Cristo. In una delle sue opere più significative, il De Consolatione philosophiae, scritto in carcere, Severino Boezio annota questa penetrante osservazione: "Quei re che vedi assisi in alto trono, di porpora splendenti, d'armi cinti paurose,...se togli a quei superbi di vani fregi il velo, vedrai che nel profondo sono avvinti da assai strette catene". Sono parole appropriate anche per il presente: si è tolto il velo di enormi operazioni speculative che avevano artificiosamente gonfiato e squilibrato la crescita e di una ideologia che era quasi una idolatria per un mercato senza regole; restano le catene di diseguaglianze ed ingiustizie che sta alla politica buona e lungimirante infrangere.

Suggerimenti di lettura

Sui temi della crisi globale

AA VV, Governare l'economia globale, Passigli, Firenze, 2009
M. Onado, I nodi al pettine, Laterza, Bari, 2009
T. Padoa Schioppa, La veduta corta, Il Mulino, Bologna, 2009

Sui temi della insostenibilità sociale e ambientale

J.P Fitoussi, E. Laurent, La nuova ecologia politica, Feltrinelli, Milano, 2009
P. Bevilacqua, Miseria dello sviluppo, Laterza, Bari, 2009
S. Enderlin, Black out, Miti e realtà della questione energetica, Il Saggiatore, Milano 2010
J.D. Sachs, Il bene comune, economia di un pianeta affollato, Mondadori, Milano, 2010
G. Ruffolo, Il capitalismo ha i secoli contati, Einaudi, Torino, 2008
S. Fassina, Governare il mercato, Donzelli, Roma, 2008
L.Pennacchi, La moralità del welfare, Donzelli, Roma, 2008

Sui temi di una nuova etica per lo sviluppo

A. Schiavone, Storia e destino, Einaudi, Torino, 2007
A. Sen, Lo sviluppo è libertà, Mondadori, Milano, 2000
E. Bianchi, Per un'etica condivisa, Einaudi, Torino, 2009
M. Ceruti, T. Treu, Organizzare l'altruismo, globalizzazione e welfare, Laterza, Bari, 2010
S. Zamagni, L'economia del bene comune, Città Nuova, Roma, 2009
D. Tettamanzi, Etica e capitale, Rizzoli, Milano, 2009


 
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