Anche a Padova la politica era partita per la tangente

Pubblicato il 21 febbraio 2012, da Dai giornali

Il Gazzettino di Padova, pagg. 10 e 11

Nel 1992 Giuseppe Agostosi, da Conselve, ha 54 anni. Da poco più di dieci mesi la sua carriera ha raggiunto l’apice: è direttore generale della holding Grassetto spa, e consigliere d’amministrazione della principale controllata del gruppo, la Grassetto Costruzioni spa. Ma è anche presidente del Consorzio Padova sport, il concessionario per l’erigendo nuovo stadio Euganeo, e del Consorzio La Pace, concessionario dell’altra grande opera padovana: il nuovo Palazzo di Giustizia. Il 10 giugno del ’92 Agostosi viene arrestato, e con lui finiscono in carcere Paolo Finesso, 47 anni, padovano, direttore della Finesso Costruzioni, e Maurizio Gianbartolomei, 43 anni, presidente della Scarparo Costruzioni di Este. Gli arresti arrivano al culmine della Tangentopoli veneziana. Ma un foglietto trovato a casa di Agostosi, con quattro cifre, un codice, di fatto fa partire la “Mani pulite” padovana: in quel foglietto era riassunta la contabilità delle mazzette pagate per lo stadio.
Senatore Paolo Giaretta, lei all’epoca era sindaco di Padova. Conosceva Agostosi?
«E chi non lo conosceva? Era una persona molto attiva, vivace, piena di idee. Lo si incontrava in tutti i tavoli della Padova che contava. Era il manager di un gruppo storico: in Grassetto c’era già Ligresti, la testa della società era già a Milano, ma lui era pur sempre il rappresentante di una grande realtà di tradizione padovana».
Stesse tangenti, stessa corruzione a Padova come a Milano?
«Con una variabile interessante: la nostra Tangentopoli si sovrappose ad una svolta politica che io avevo cercato di dare alla città dopo il risultato disastroso delle elezioni politiche della primavera del ’92. In qualche modo avevo cercato di anticipare la domanda di novità, di nuovi equilibri politici, di un modo nuovo di amministrare che saliva dalla società italiana, e Padova non faceva eccezione. Ricordo che tra i pettegolezzi cittadini c’era anche quello secondo cui io avrei avuto qualche “soffiata” dalla magistratura tale da indurmi a determinati passi».
Non era così?
«No davvero. Io ero partito da un ragionamento tutto politico, dall’enorme crescita della Lega, che richiedeva una risposta adeguata, quella che il vecchio pentapartito non era in grado di soddisfare. Bisognava allargare la base democratica ed aprire un dialogo con la parte riformatrice dei Ds».
Era già l’Ulivo?
«Direi di sì, in embrione: in qualche modo a Padova ne proponemmo un’anticipazione, con una giunta insieme ai Ds».
Quasi un compromesso storico?
«La parola compromesso, che pur sarebbe nobile, cioè un patto con una promessa, ha sempre avuto un’accezione negativa. No: l’idea di Moro era stata quella di mettere al sicuro il Paese in tempi difficili con nuove prospettive politiche. Noi invece stavamo tentando un incontro su temi amministrativi e sulla necessità di rinnovamento».
Così quel suo nuovo Nuovo progetto come si realizzò?
«All’inizio del ’92 a Padova c’era una giunta “classica”, Democrazia cristiana, socialisti, repubblicani e via dicendo. La mia giunta nacque il 12 giugno del ’92, il giorno prima della festa del Santo: era una svolta autentica, con i Ds, i repubblicani e i Verdi, ma con i socialisti all’opposizione, davvero una singolarità».
Giaretta sindaco, Zanonato vice, quindi. Ma la sua giunta si trovò subito nella burrasca di Tangentopoli.
«Sì, mesi difficili. Alla fatica di un’inedita maggioranza politica si aggiungeva il clima di straordinaria incertezza, con momenti anche drammatici dal punto di vista umano».
Gli arresti eccellenti?
«Prima Agostosi, poi Franco Cremonese, presidente della Giunta regionale, ordinato dal giudice Felice Casson. Poi altri giorni drammatici, l’arresto di Sergio Verrecchia, di Diego Chiesa, di Giuseppe Calore, gli avvisi di garanzia agli onorevoli Testa e Gottardo. Fu difficile mantenere la barra dell’iniziativa politica in un contesto umano così. La mia giunta visse mesi di grandi tensioni, con surroghe in corso d’opera. Introdussi anche la novità di assessori esterni, proprio per dare un ulteriore segnale di un sistema politico capace di aprirsi e innovare».
Però le manette continuavano a stringersi…
«Non si può trascurare anche la spettacolarizzazione di Mani pulite: si cercava di indovinare chi sarebbe stato il prossimo. Non sempre tutta la magistratura ha saputo usare l’equilibrio necessario per individuare il malaffare ma secondo i principi garantisti dello Stato democratico».
Qualche esempio?
«Ricordo per tutti gli arresti di otto ex assessori provinciali, per una vicenda legata alla gestione dell’azienda di trasporto Atp, accusati di bancarotta fraudolenta: grande spettacolarizzazione, mitra spianati e manette davanti alle tv. Una triste liturgia».
Tanti peccatori, nessun peccatore?
«S’era perduta la percezione dell’illegalità, specie nella zona grigia del finanziamento ai partiti, dove non c’era la consapevolezza di una precisa violazione della legge. C’era un allentamento delle procedure, all’interno del quale s’era innescato il meccanismo corruzione-concussione dove venivano deviate le corrette procedure amministrative. Ma al di là delle memorie, il tema più interessante oggi, a vent’anni di distanza, è chiedersi perchè da tutto ciò non nacque una repubblica degli onesti».
Anzi, secondo la Corte dei conti oggi siamo messi peggio.
«È vero, ed è singolare. Le iniziative dei giudici di Milano, seguite da quelle dei loro colleghi di tutt’Italia, cercarono il sostegno dell’opinione pubblica. Evidentemente i magistrati, consapevoli dell’estensione del malaffare, cercarono l’appoggio popolare per far produrre al corpo del Paese gli anticorpi giusti per estirparlo, indebolendo però nello stesso tempo la loro azione giudiziaria».
Evidentemente, non vi riuscirono.
«Era un disegno un po’ giacobino: come ti educo il popolo. Ed invece il ventennio che venne dopo è stato eticamente ancora peggiore. La risposta politica fu la nascita di governi in cui l’unica politica è stata la negazione dell’etica pubblica. In realtà, lo sbaglio è stato dare significati politici a Mani pulite: l’azione giudiziaria non avrebbe dovuto assumere connotazioni salvifiche, ma restare nel suo ambito, appunto quello giudiziario».
Oggi addirittura non si ruba per i partiti, ma ai partiti stessi.
«Ruberie tutte private, ognuno per sè. Il lassimo etico dilaga: chi può ruba, evade. E il cieco che vede benissimo ma intasca la pensione non pensa di essere un malfattore, ma un furbastro».
Più o meno come vent’anni fa?
«Ma oggi dobbiamo cercare di salvaguardare il punto storico: il malaffare esisteva, il sistema dei partiti era deragliato, e quindi le iniziative giudiziarie non erano inventate, ma si basavano su fatti concreti. Anche se si verificarono pericolose imitazioni…».
Tipo?
«Beh, in Veneto vi furono arresti del tutto immotivati. Si ricorreva all’arresto perchè era la mossa più semplice: intanto ti arresto, poi vedremo. Ci si fece trascinare troppo dall’indignazione. Però agli indignati oggi bisognerebbe chiedere: dalla vostra indignazione cos’è poi nato? E la risposta è: il berlusconismo, non una repubblica degli onesti».
Indignati è un termine quanto mai attuale…
«Esatto, ed è giusto anche oggi indignarsi, per i costi della politica, per i privilegi della casta e via dicendo. Ma bisogna stare attenti: non sempre dalle indignazioni esce un Paese migliore, a volte viene fuori solo un populismo accelerato. E a volte l’indignazione, che nasce da un sentimento nobile, nasconde solo rancore sociale. In realtà, si sbaglia a pensare che la colpa sia solo degli altri, che noi non si deve cambiare in nulla, ma gli altri sì. Il Paese cambia se i cittadini desiderano davvero che cambi la politica, e non con qualcun’altro che faccia il cambio per noi».
Torniamo al 1992. Come mai alla fine si dimise?
«Ricevetti un avviso di garanzia per finanziamento illecito al partito, per tre milioni delle vecchie lire. Mi ci vollero tre anni per far stabilire poi dalla Giustizia la mia completa innocenza».
Intanto, però, quell’avviso la spinse alle dimissioni?
«Sì. Nessuno lo faceva, ma lo feci io, convinto che per un politico vi sia solo un capitale davvero fondamentale: la reputazione».
Se n’è mai pentito?
«No, assolutamente. Mi dimisi nel dicembre del ’92. Fu un gesto che la gente comprese, tant’è che tre anni dopo, appena intascata la piena assoluzione, mi elesse al Senato. Un’elezione per me anomala: mi chiese la disponibilità alla candidatura sia l’Ulivo che Forza Italia».
Ma i padovani sono cambiati in questi vent’anni?
«Tangentopoli non era la regola,a Padova, era un’eccezione. Ne siamo usciti per via politica: ricordo che quando mi dimisi cercai di far mantenere alla città la prospettiva politica che avevo intrapreso. Fui sostituito dal mio vice, Zanonato, e l’amministrazione potè proseguire».

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