Liberalizzazioni: un capitolo dei beni comuni

Pubblicato il 29 febbraio 2012, da Interventi al Senato

Intervento in aula sul decreto liberalizzazioni, 29 febbraio 2012

 Il testo che ci viene consegnato dal lavoro della Commissione è un testo in molti punti migliorato ed arricchito rispetto a quello del decreto. Non vi è stato in Commissione il gioco delle parti tra un Governo riformatore ed un Parlamento frenatore. Una rappresentazione che ha avuto un certo corso sul sistema dei media ma che non ha molta parentela con la realtà.

Certo non mancavano tra gli oltre 2000 emendamenti quelli che si ispiravano al manzoniano sopire e troncare. Ma grazie anche al lavoro del Presidente di Commissione e dei relatori il Governo ha trovato una solida maggioranza per rafforzare l’impianto di un robusto disegno riformatore .

Partendo da posizioni anche diverse in Parlamento vi è stata una leale cooperazione tra la competenza talora un po’ astratta dei tecnici e la competenza umana propria dell’arte politica, anch’essa necessaria. Il risultato sono stati passi in avanti e non passi indietro.

Certo su alcuni punti il PD avrebbe voluto un passo più coraggioso e non tutte le proposte nostre sono state accolte. Ad esempio ci appare del tutto insoddisfacente la soluzione data al praticantato professionale. Un rimborso spese forfettario a partire dal sesto mese non appare adeguato a tutelare la dignità di chi si affaccia alla vita lavorativa nel mondo delle professioni.

E tuttavia siccome non siamo dei cultori del benaltrismo diamo un giudizio positivo sul risultato raggiunto e ci ripromettiamo di riprendere alcuni temi a tutela del consumatore in altri provvedimenti.

Perché diciamo passi in avanti.

Si sono rafforzati alcuni elementi strutturali determinanti per la competitività del sistema paese. Viene dato un orizzonte ed un tempo certi alla separazione proprietaria tra ENI ed il sistema di trasporto e stoccaggio del gas, introducendo non solo un elemento di rafforzamento della concorrenza nel settore ma anche dando una nuova soggettività alle possibili politiche industriali del nostro paese. Partirà subito l’Authority per i trasporti, presupposto necessario per una concorrenza ben regolata in un settore strategico.

Per professioni, farmacisti, notai si confermano regole innovative ed aperture effettive: più posti di lavoro per giovani professionisti. Si è detto no ad interventi regressivi che tendevano ad eliminare il secondo canale distributivo del farmaco con le parafarmacie che hanno contribuito ad una riduzione molto significativa dei prezzi dei farmaci.

Nel rapporto cliente/fornitore vengono introdotti elementi di maggiore tutela e libertà di scelta nel campo dei servizi bancari ed assicurativi.

Anche nel settore dei taxi, per il quale pure c’è chi parla di arretramento, abbiamo invece introdotto un principio fondamentale. Le politiche delle mobilità devono restare incardinate nella responsabilità dei poteri locali che sono responsabili della qualità della vita e dell’efficienza dei sistemi urbani ma per le amministrazioni incapaci, pigre o prigioniere di pressioni corporative vi sarà una sanzione e saranno resi manifesti in base a dati oggettivi ritardi ed inadempienze.

Noi del PD restiamo convinti che buone liberalizzazioni siano una buona e necessaria cura ricostituente per il paese. Lo abbiamo dimostrato alla prova del Governo ed il tema liberalizzazioni è entrata nell’agenda della politica grazie all’iniziativa di Governi di centro sinistra.

Tutte le indagini su campo, da quelle della Banca d’Italia a quelle dell’OCSE, registrano che nel medio periodo un coraggioso programma di apertura di mercati chiusi può ottenere risultati importanti in termini di maggiore crescita. Ed in un paese a bassa competitività totale dei fattori e perciò a bassa crescita come è l’Italia quello delle liberalizzazioni è un giacimento di competitività che va coltivato fino in fondo.

Risultati che in alcuni casi sono pressoché immediati e che in altri si ottengono nel tempo. Ma prima si parte e prima si incasseranno i dividendi. E comunque ci sono risultati immediati per la reputazione del sistema paese. Chi compra oggi titoli poliennali del nostro debito pubblico valuta il rischio e decide il prezzo guardando a come sarà il paese al momento cella scadenza del titolo. Buone politiche fanno perciò scontare oggi effetti positivi o negativi che si potranno a vere nel medio periodo.

Buone liberalizzazioni perciò, che vadano anche oltre quelle che in modo talora superficiale godono dell’attenzione dei media. Buone liberalizzazioni sono quelle che si pongono dalla parte del consumatore. Perché possa avere migliori servizi ad un prezzo inferiore, maggior libertà di scelta.

Quelle che offrono una apertura di mercati protetti, di aree di monopolio, di ingiustificata esclusiva, offrendo occasioni di lavoro, particolarmente a giovani che entrano in settori che si aprono; ad esempio l’apertura delle parafarmacia consentite dalla prima lenzuolata Bersani ha offerto oltre 6.000 posti di lavoro a giovani farmacisti.

Quelle che guardano alla vitalità delle aziende, offrendo nuovi mercati e nuove opportunità di lavoro. Ad esempio la liberalizzazione del commercio del ’98 ha creato certamente problemi agli esercizi marginali, ma ha consentito alla parte più dinamica di reggere meglio la concorrenza della grande distribuzione.

Quelle che si muovono con equilibrio, agendo sulle diverse parti delle filiere produttive e delle aree commerciali, senza riguardi per la componente più forte della filiera.

Buone liberalizzazioni sono quelle che non hanno come ambizione centrale un approccio punitivo nei confronti delle categorie. Puntano piuttosto a porsi dalla parte di chi in quel settore professionale o in quel segmento di mercato vuole portare nuove sperimentazioni, nuove energia, un più forte spirito innovativo. Non punizioni, ma promozioni, con la saggezza di chi sa che le norme possono consentire, possono  promuovere ma non possono sostituirsi allo spirito di iniziativa, alla motivazione di chi ogni giorno apre lo studio o la bottega, si pone alla guida di un taxi o di un camion.

Buone liberalizzazioni per preservare un fondamentale bene comune. C’è una positiva riscoperta del ruolo dei beni comuni, dei tanti beni comuni che fanno il bene comune.

 Beni comuni non sono solo quelli ambientali: l’acqua per esempio, su cui si è espressa con chiarezza l’elettorato. Vi sono fondamentali beni sociali, come una buona sanità ed una buona istruzione pubbliche. Tra questi beni vi è certamente l’esistenza di un mercato ben regolato, garantito da autorità indipendenti, all’interno del quale l’iniziativa provata possa creare valore per tutta la comunità e chi c’è non possa impedire a chi vuole entrare di entrarvi e a chi è più debole di agire per rafforzarsi.

Viviamo tempi che richiedono a tutti ed alla politica in particolare di saper guardare alla realtà con occhi  nuovi: fare le cose che servono al futuro, non quelle che si spengono nel presente. Fare le cose non perchè si è sempre fatto così, ma farle come servono per un mondo nuovo.

Ce lo insegnava un nostro predecessore, sir Thomas More, che ha esercitato l’arte politica con tale spirito di indipendenza e di salvaguardia del bene comune da compromettere la propria stessa vita. Chiedeva, da uomo di fede “Dammi Signore un animo che non si spaventi alla vista del nuovo”.

Con l’approvazione del decreto liberalizzazioni si aggiunge un altro mattone all’edificazione di quella Italia nuova che insieme, sostenendo il governo Monti, ci siamo ripromessi di costruire.

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Dove uomini o partiti non hanno idee o per idee si spacciano affocamenti di piccole passioni, urti di piccolo interessi, barbagli di piccoli vantaggi, dove si baratta per genio l’abilità e per abilità qualcosa di peggio — Giosuè Carducci




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