Più equità e più crescita, perciò meno spesa improduttiva

Pubblicato il 27 aprile 2012, da Interventi al Senato

Intervento in Commissione Bilancio sul Documento di Economia e Finanza, 24 aprile 2012

La importante mole di documentazione del Documento di Economia e Finanza e del Piano Nazionale di Riforme con i loro allegati, il quadro economico e di finanza pubblica che sono tratteggiati e le politiche indicate sono ben riassunte dalla introduzione firmata dal Presidente del Consiglio. Poche pagine, ma sufficienti ad indicare con chiarezza la piattaforma politica dell’azione del governo, la sua missione e le ragioni del sostegno da parte della maggioranza, nella forma eccezionale che si è realizzata.

La presentazione del Presidente Monti si apre con la ripetizione dieci volte della espressione “immaginiamo che”. E’ l’immagine di una possibile Italia diversa nel 2020: immaginiamo una Italia in cui si innalzi del 10% la popolazione attiva,  in cui si realizzi un sistema moderno di assicurazione contro i rischi da perdita di lavoro, in cui diminuisca il carico burocratico per intraprendere, in cui sono accessibili strutture di cura per bambini e anziani, ecc.

Sono infondo gli obbiettivi di Europa 2020, da cui l’Italia negli ultimi anni si è purtroppo allontanata.

Nel dibattito italiano c’è una straordinario richiamo all’Europa, alla necessità che l’Europa possa mettere in campo politiche di crescita e non solo di rigore finanziario. Bene, noi del PD possiamo dare il benvenuto a chi si è convinto che per affrontare la grande crisi serva più Europa, e una Europa dei popoli prima che dei governi, e non meno Europa. Non è stato sempre così. Nel quindicennio passato molto si sono criticati i Governi Prodi dalle forze che erano all’opposizione per il loro tasso di europeismo. E quando i governi a trazione berlusconian/leghista hanno governato molto hanno fatto per indebolire l’iniziativa comune europea e per suscitare nell’opinione pubblica sentimenti di ripulsa nei confronti di un impegno europeo condiviso.

Oggi si chiede molto all’Europa. E ci conviene vedere intanto quello che c’è, impensabile fino a poco tempo fa. Il fiscal compact può essere discusso per l’eccesso di rigore, per obiettivi di rientro del debito troppo accelerati, ma certamente l’aver accettato una regola fiscale comune è un passo in avanti notevolissimo per una governance condivisa. La Banca Europea di fatto è andata ben oltre la propria missione molto ristretta affidatale dal patto europeo con interventi attivi molto importanti.

Questa disciplina condivisa è la base necessaria per impostare più ambiziose politiche di sviluppo a livello comunitario: per arrivare agli euro bond e ad un ruolo della Banca Europea come prestatore di ultima istanza occorre necessariamente passare attraverso regole comune nella gestione della finanza pubblica dei singoli paesi e sulla sostenibilità del debito.

Ci sono perciò ora le basi tecniche e politiche per una iniziativa più forte a livello europeo, che il Governo italiano con diverse iniziative a dimostrato di volere assumere, a partire dal fatto che gli squilibri di finanza pubblica non sono le uniche cause di difficoltà. Ci sono squilibri commerciali che se non gestiti hanno effetti distruttivi, c’è stato un impiego del surplus di capitali che hanno aggravato la situazione: le bolle speculative di Spagna e Grecia hanno molte motivazioni tra le quali certamente un impiego speculativo di capitali da parte delle banche tedesche in primo luogo.

Si tratta di muovere tutta la strumentazione europea: non è che si possa prendere sul serio il Fiscal Compact e poi considerare l’Agenda 2020, con i suoi impegnativi obbiettivi in termini di sviluppo e di equità sociale un semplice esercizio retorico. E’ ora di utilizzare pienamente i due strumenti.

Il Governo sul piano delle politiche interne ribadisce che l’orizzonte in cui si muove è quello del risanamento delle finanze pubbliche e della promozione della crescita con una agenda di riforme ispirata ai tre principi del rigore, della crescita e dell’equità.

Sul piano del risanamento il governo ha impostato una idonea politica, attuando le decisioni più urgenti ed il riconoscimento è largo nella comunità internazionale.

Occorre fare di più per la crescita e l’equità. Ma sappiamo che occorre farlo in una situazione in cui l’uso della leva del bilancio pubblico è limitato dai vincoli di sostenibilità del bilancio. E del resto sono tre fattori che si influenzano reciprocamente. L’Italia, anche prima della grande crisi, cresceva da molto tempo ad un ritmo troppo lento, circa la metà della media europea, e questo per motivi strutturali, ben precisati dall’andamento dell’indice della produttività totale dei fattori, con una forbice che si è pesantemente allargata rispetto ai più diretti concorrenti europei. Il debito è al limite della sostenibilità ed è in gran parte dovuto all’ampliarsi della spesa corrente, non certo a quella in conto capitale, a sostegno di investimenti capaci di accrescere la produttività del sistema paese. Infine si sono accresciute le diseguaglianze nella distribuzione del reddito in un contesto di scarsa crescita del PIL indebolendo la domanda interna come ulteriore contributo negativo alla crescita potenziale.

Bisogna quindi comprendere che per fare concretamente politiche per la crescita occorre aggredire i fattori strutturali che appesantiscono la competitività del paese. Nei primi elementi di azione del governo ci sono comunque elementi importanti che non possono essere trascurati: gli interventi di defiscalizzazione della componente lavoro dall’IRAP e l’introduzione dell’ACE, l’avvio di un intervento determinato per la lotta all’evasione ed all’elusione fiscale come grave elemento distorsivo della concorrenza e dell’equità. L’aggravio del peso fiscale è avvenuto prevalentemente sugli aspetti patrimoniali. I primi interventi su liberalizzazioni e semplificazioni richiedono di essere seguiti da altri più incisivi provvedimenti.

Ora gli elementi di fragilità che indeboliscono le potenzialità di crescita del nostro paese sono ben descritti nel Programma Nazionale di Riforma, nella parte che prende in rassegna un benchmarking a livello europeo. Produttività del lavoro – 3 punti, cuneo fiscale +4, spese in innovazione tecnologica 1,6% del PIL rispetto alla media europea del 2,5%, facilità ad ottenere credito punteggio 3 rispetto ad una media europea di 7, 7 punti in meno di tasso di occupazione, 12 in meno per le donne e 14 per i giovani, 28 punti in meno sull’accesso all’e commerce. Sono migliori invece i dati relativi all’esclusione sociale, dove siamo in media europea o con performance migliori, salvo l’indicatore della spesa sociale non pensionistica che è inferiore di 4 punti rispetto alla media europea: 11,3% sul PIL rispetto al 15,6% media UE:

Questi sono i nodi da affrontare. E spesso la distinzione che viene rappresentata nel dibattito pubblico tra rigoristi e sviluppisti appare alquanto superficiale. Può essere semplice da parte di qualche esponente del centrodestra sostenere che l’IMU debba essere una tantum. Il gettito IMU è così rilevante e così essenziale per il finanziamento delle autonomie (ed è una delle poche imposte patrimoniali) da rendere impossibile né domani, né dopodomani una sua eliminazione. Semmai si tratta di utilizzare fino in fondo questo anno di sperimentazione per eliminare difetti ed iniquità eventuali. Oppure può essere superficiale illudere sulla possibilità di un uso molto più impegnativo del bilancio pubblico con spese aggiuntive per sostenere la congiuntura. Nessun incremento di sviluppo sarebbe in grado di sostenere un servizio del debito che andasse oltre parametri di sostenibilità: un po’ di gettito in più dato dall’innalzamento del PIL non è sufficiente se il costo del debito, con il suo ampliarsi e con un aumento più rilevante dei tassi di interesse, aumenta molto di più dell’incremento del PIL.

Bisogna perciò non distrarsi dalla volontà di aggredire, in profondità e con continuità, i dati strutturali che appesantiscano le potenzialità di crescita.

Sul terzo punto, quello dell’equità, c’è un deficit che deve essere considerato. La riduzione del reddito è stata cospicua in totale con una punta di – 5,5% per il PIL nel 2009 e un calo del reddito lordo disponibile del 4,7% tra il 2007 ed il 2011.

Va tuttavia sottolineato che l’impoverimento si è distribuito in modo molto diseguale tra le diverse classi di reddito. Come a messo in luce uno studio de Lavoce.info osservando l’andamento del reddito disponibile nel periodo 2008-2010 la decrescita del reddito si concentra nei primi quattro decili della popolazione a reddito più basso. Per i successivi decili il reddito si mantiene o ha un lieve incremento. In particolare il 10% più povero ha visto una riduzione di 4,5 punti del già scarso reddito disponibile.

I dati sui salari presentati dall’OCSE egualmente mettono in luce un impoverimento  salariale tra i più elevati in Europa.

Occorrono perciò politiche adeguate a correggere questa distorsione.

Come farlo in un contesto di risorse scarse, in cui non ci sono margini ampi per un ulteriore incremento della pressione fiscale o per un aumento sensibili della spesa pubblica?

Torna al centro il problema di una radicale riqualificazione della spesa. Spendere meno se possibile, senza incidere sui servizi ai cittadini attraverso un incremento della produttività della spesa, spendere diversamente, orientando in modo più appropriato le priorità.

Qui c’è un oggettivo ritardo nell’azione del governo che va corretta con urgenza. L’ultima manovra del precedente governo, nell’estate 2011, conteneva un preciso impegno, introdotto su proposta delle allora minoranze, per una generale spending review sulla pubblica amministrazione. In particolare il governo avrebbe dovuto predisporre entro novembre 2011 un piano di cui la norma delineava i principali contenuti, con particolare riferimento ai risparmi ottenibili da una ridefinizione degli apparati periferici dello stato ed un intervento su duplicazioni e ridondanze delle strutture amministrative. Il piano non è stato ancora presentato e da notizie sulla stampa si ricava un rinnovato impegno del Presidente del Consiglio ma anche che in realtà mancano ancora una struttura di missione dedicata a questo compito decisivo.

Solo da una spending review svolta in profondità e continuità si possono ricavare risorse da dedicare ad azioni per lo sviluppo e l’equità: più investimenti che spesa corrente di mantenimento dell’apparato burocratico, più spesa di servizio ad un welfare che tenga conto delle nuove emarginazioni che crescita in modo indifferenziato della spesa corrente.

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