Serve una Europa più coraggiosa

Pubblicato il 9 maggio 2012, da Interventi al Senato

Dichiarazione di voto a nome del gruppo del PD sul disegno di legge riguardante poteri speciali dello Stato sugli assetti societari nei settori di rilevanza strategica, 9 maggio 2012

Testo del disegno di legge

Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, i nostri relatori hanno bene indicato i motivi per cui esprimere un voto favorevole sul provvedimento in esame, che naturalmente il Gruppo del Partito Democratico conferma, dopo quello espresso alla Camera dei deputati.

Si tratta di norme che agiscono su un settore specifico, ma che ci offrono l’occasione per una riflessione generale: l’esistenza di un mercato unico europeo ben regolato non impedisce la difesa dei legittimi interessi nazionali o, meglio, la difesa del bene comune delle singole comunità nazionali. A maggior ragione, buone regole per il corretto funzionamento dei mercati e l’esercizio di poteri pubblici, cioè ispirati dalla difesa degli interessi nazionali, sono strumenti ancora più necessari in un mondo caratterizzato da una finanza pervasiva che ha cambiato la natura stessa del capitalismo. Le esigenze di profitto a brevissimo termine hanno spesso portato alla distruzione di valori, di competenze e di capacità produttive. I derivati finanziari si sono ormai distaccati dalla ricchezza reale, superiori di oltre 10 volte il PIL mondiale. Occorrono perciò regole di difesa da scalate ostili, da alterazioni della concorrenza distruttive di ricchezza.

Vorrei anche osservare che, in fondo, le norme al nostro esame costituiscono una buona applicazione dei principi previsti dall’articolo 41 della Costituzione (quell’articolo che qualcuno voleva mettere in discussione). Come recita il testo, «l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

Siamo esattamente in questo campo e le norme che approveremo costituiscono un significativo passo in avanti, non solo come risposta all’apertura nel novembre 2009 di una procedura d’infrazione a livello europeo, ma come regola più efficace ed appropriata di quella esistente a tutela degli interessi strategici nazionali, in un intervento che si articola attorno a tre assi.

In primo luogo, non c’è più un abuso dei diritti dello Stato proprietario a possibile danno di altri azionisti, ma una regola generale di intervento non dello Stato proprietario, ma dello Stato regolatore. Non rileva che un’azienda sia a partecipazione pubblica o privata, ma il fatto oggettivo che l’attività aziendale incida sugli interessi del Paese in settori strategici.

In secondo luogo, la predisposizione di una pluralità di strumenti di intervento da usare in modo proporzionale agli interessi in gioco: dall’imposizione di specifiche condizioni allo svolgimento dell’attività aziendale, all’esercizio di un diritto di veto su decisioni che alterino gli equilibri proprietari e l’oggetto sociale, fino all’opposizione all’acquisto di partecipazioni significative da parte di soggetti diversi dallo Stato italiano.

In terzo luogo, un sistema di procedure per l’attivazione di questi poteri in modo trasparente e garantito.

Questo provvedimento dimostra perciò che i vincoli del mercato unico non sono in contrasto con un penetrante intervento dei poteri statali a difesa di interessi generali della comunità. Possiamo però cogliere l’occasione di questo dibattito per passare dal settoriale al generale, perché la tornata elettorale, che domenica scorsa ha interessato diversi Paesi europei, ha visto emergere un sentimento diffuso nell’opinione pubblica europea: che l’Europa possa essere una causa della grave e inedita crisi economico e sociale piuttosto che lo strumento per risolverla. Mancanza di lavoro, riduzione dei redditi e delle tutele sociali: se le leadership europee non sapranno mettere in campo azioni efficaci per combattere questi mali sociali, è evidente il rischio di un arretramento gravissimo con il risorgere di populismi, di nazionalismi, di degrado delle basi democratiche della convivenza. La storia è lì ad insegnarci quali possono i drammatici esiti. Sarebbe la sconfitta del sogno europeo, nato dalla tragedia della guerra e da sanguinarie dittature, volto a promuovere pace, democrazia e diritti attraverso una maggiore integrazione.

L’insegnamento che si deve trarre è che l’austerità fiscale fine a se stessa non è una soluzione adeguata e sufficiente. La sostenibilità del bilancio pubblico è piuttosto una premessa: senza la sostenibilità non si possono sostenere politiche pubbliche per lo sviluppo. Sbaglia chi pensa che la modificazione degli equilibri politici europei possa togliere di mezzo il fiscal compact; potrà renderlo più intelligente e graduale, ma la sostanza resterà.

La verità infatti è che, dal 2001, nell’eurozona la spesa pubblica è aumentata in termini reali di oltre il 39 per cento; nell’Europa senza la Germania è cresciuta del 41,5 per cento; 23 punti in più della crescita della spesa tedesca. Altro che mancanza di un uso del deficit del bilancio pubblico come strumento di politica economica! Il punto è che, contravvenendo Keynes, è cresciuta la cattiva spesa pubblica a danno di quella buona: più spesa corrente che investimenti, più spesa per il mantenimento degli apparati che spesa per servizi innovativi per un nuovo welfare.

Tuttavia, la regola fiscale ha bisogno della regola dello sviluppo; su questo punto deve esercitarsi un nuovo e coraggioso compromesso europeo. Senza politiche per lo sviluppo non cade solo la sostenibilità del bilancio: cade la sostenibilità sociale dell’intero edificio europeo, la sua stessa credibilità politica.

Gli strumenti necessari sono stati ben individuati anche nella lettera del febbraio scorso di 12 Primi Ministri dell’eurozona a Van Rompuy e a Barroso; project bond, ricapitalizzazione della Banca europea per gli investimenti (BEI), rilancio dell’Europa sociale, scomputo delle spese per investimenti strategici, utilizzo almeno parziale degli eurobond e così via.

Devono essere robusti tutti e tre i pilastri per sostenere la buona Europa. Una sostenibilità fiscale condivisa, un progetto per la buona crescita e un grande mercato ben regolato: su questi tre pilastri tornerà ad essere evidente un positivo dividendo europeo.

Il Governo italiano può fare molto in questa direzione. L’autorevolezza conquistata sul campo delle istituzioni europee nel loro passato servizio pubblico dal presidente del Consiglio, professor Monti, e dal ministro Moavero Milanesi è una ottima base per una iniziativa di convinzione degli altri partner europei, perché queste politiche siano attuate con lungimiranza e immediatezza.

Il nostro voto favorevole assume oggi anche questo significato: un pieno sostegno al nostro Governo perché combatta questa buona battaglia in Europa. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

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