Legge di stabilità: serve una maggiore equità

Pubblicato il 28 ottobre 2012, da Relazioni

La parte fiscale della legge di Stabilità richiede un approfondimento. C’è un evidente scarto tra:

–          l’ambizione del Governo di presentare una manovra che pur dentro un sentiero rigoroso di mantenimento dei saldi di finanza pubblica avvii una riduzione ed una redistribuzione del carico fiscale per le famiglie in direzione di una maggiore equità e di sostegno della domanda;

–          il generale giudizio negativo delle parti sociali e degli stessi partiti che sostengono il Governo.

A cosa è dovuto questo scarto? Per approfondire la questione si può cercare di dare una risposta a queste tre domande:

  1. Qual è il vantaggio fiscale che porta la manovra?
  2. E’ un vantaggio che si muove in direzione dell’equità?
  3. Avendo a disposizione la somma individuata dal Governo è possibile prevedere interventi più efficaci per la domanda e più equi?

I numeri in campo

La parte fiscale della manovra interviene sull’IRPEF in due modi: abbassando di un punto le due aliquote minori dal 23 al 22% e dal 27 al 26% e questo comporta un vantaggio per il contribuente di complessivi 4.271 milioni di euro.

Il secondo intervento si effettua rimodulando il sistema agevolativo delle deduzioni e delle detrazioni per i redditi sopra i 15.000 euro fissando una franchigia di 250 euro ed un tetto massimo di 3.000 euro, con l’esclusione tuttavia delle spese mediche, di assistenza, di invalidità, di previdenza e quelle per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio. Viene inoltre tolta la esenzione dalla tassazione delle pensioni di guerra. Qui naturalmente si tratta di una perdita per il contribuente pari per il 2013 a 2.156 milioni di euro.

La parte IRPEF si concluderebbe quindi con un vantaggio netto per i contribuenti di 2.115 milioni di euro.

Al modulo IRPEF si aggiunge l’intervento sull’IVA. Qui le cose si fanno più complicate e a seconda dal lato in cui ci mettiamo per il giudizio si può parlare di un vantaggio o di una perdita per il contribuente. Cosa succederebbe se il Governo non intervenisse sul punto? L’eredità lasciata dal Governo Berlusconi era l’aumento di due punti delle aliquote normali IVA a partire dall’ottobre 2012 e di un solo punto a partire dal 2014. Il Governo è già intervenuto con il decreto sulla revisione della spesa evitando l’aumento dell’IVA da ottobre 2012 a giugno del 2013. Non facendo nulla avremmo l’aumento delle aliquote IVA di due punti dal 21 al 23 e dall’10 al 12 per il secondo semestre 2013 e l’aumento di un punto solo a partire dal 2014 (quindi 22 e 11).

Il punto di vista del Governo è che limitando ad un solo punto l’aumento dell’IVA, evitando la “gobba” del secondo semestre 2013, si effettua un sostanzioso sgravio per il contribuente. E in effetti il minor gettito rispetto alla legislazione vigente sarebbe pari a 3.280 milioni di euro. Il ragionamento dal punto di vista tecnico non fa una grinza, ma concretamente per le tasche del contribuente c’è un peggioramento, tenendo anche conto del fatto che il Governo aveva sempre sostenuto la priorità assoluta di un intervento per evitare l’aumento delle aliquote IVA.

Comunque mettendoci dal punto di vista dei bilanci familiari e dei soldi che entrano od escono dai portafogli i calcoli sono questi: minore IRPEF pagata per 4,2 miliardi di euro, minori agevolazioni fiscali per 2 miliardi di euro e più IVA per 3,2 miliardi di euro. In sostanza il contribuente si trova con 1 miliardo di euro in meno, ed è difficile che si consoli pensando che poteva andare peggio se l’IVA aumentava di due punti invece che di uno.

Va considerato per un quadro completo che c’è però un intervento consistente per la detassazione del salario di produttività: sono 1,2 miliardi che sono disponibili per i lavoratori. Se consideriamo anche questo effetto siamo sostanzialmente in parità.

Una terza linea di intervento non riguarda direttamente le famiglie ma contiene norme rilevanti: si fanno pagare di più le rendite finanziarie e le assicurazioni, con l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, dando attuazione alle decisioni assunte in sede europea e modificando le norme sulle riserve tecniche delle assicurazioni. E qui certamente andiamo nella direzione giusta. Va aggiunta la stabilizzazione dell’aumento delle accise conseguente al territorio in Emilia.

Equità: non ci siamo

Dal punto di vista dell’equità i calcoli si fanno un po’ più complessi, per l’effetto incrociato degli interventi di modifica delle aliquote IRPEF ed IVA e della limitazione delle agevolazioni fiscali sotto forma di detrazioni e deduzioni, che agiscono in modo differenziato a seconda del reddito e della sua formazione, della composizione del nucleo familiare, della quota di consumi di beni soggetti a IVA aumentata, ecc.

E’ anche da aggiungere che non c’è piena convergenza tra i dati forniti dal Ministro dell’Economia, quelli valutati da ISTAT, Corte dei Conti e Banca d’Italia e da parte di vari istituiti di ricerca.

In ogni caso non c’è dubbio che nessun vantaggio della manovra fiscale per l’IRPEF ne avranno i contribuenti più poveri essendo già nella fascia esente da IRPEF, mentre avranno un aggravio per l’aumento dell’IVA rispetto alla situazione attuale. I beni ad aliquota ridotta al 4% non vengono toccati dall’aumento, ma costituiscono solo il 20% della spesa per consumi, anche se per i redditi più bassi la percentuale sarà un po’ superiore avendo una maggiore componente di spesa per alimentari.

Passando all’effetto per l’IRPEF secondo il modello di microsimulazione dell’ISTAT l’intervento sull’IRPEF porterebbe ad un vantaggio medio di 340 euro per il 77% delle famiglie, un aggravio di 290 euro per il 7,4%, mentre il restante 14,9% non avrà variazioni. Il problema è quello della distribuzione dei vantaggi. I vantaggi sono maggiori per le famiglie sopra i 28.000 euro e con più percettori di reddito, sono minori o inesistenti per le famiglie a basso reddito e monoreddito.

C’è un altro squilibrio: le famiglie con figli, specie se minori, impegnati negli studi ed economicamente non autosufficienti vedono un vantaggio minore rispetto alle famiglie senza figli, ed anche questa è una distorsione inaccettabile.

I professori Baldini, Pellegrino e Zanardi sul sito LaVoce.info effettuano delle stime che confermerebbero uno squilibrio nella manovra a svantaggio dei redditi più bassi. I primi due decili delle famiglie per distribuzione del reddito avrebbero un aggravio fiscale di 1% il primo e dello 0,28% il secondo. Tutti gli altri guadagnerebbero una percentuale tra lo 0,13 e lo 0,27, tranne l’ultimo decile che non avrebbe modifiche.

Si può correggere

Da questi dati deriva la necessità di una correzione della manovra. Anche perché bisogna tener conto degli effetti che potrebbero derivare sull’accessibilità ai servizi sociali o in termini di ulteriore aggravio fiscale dai tagli  aggiuntivi che vengono previsti per il sistema delle autonomie.

In sostanza è positivo che il Governo individui una dote sia pur modesta da destinare ad una diminuzione della pressione fiscale sulle famiglie, ma data l’esiguità delle somme disponibili occorre concentrare l’intervento per massimizzare l’effetto sotto il profilo del sostegno ai consumi con effetti di equità e di rilancio della domanda.

Bisogna perciò concentrare di più gli interventi sui redditi minori: incapienti e famiglie monoreddito con figli, in modo da avere per la parte più debole qualche vantaggio sensibile.

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