Province: no a cadaveri istituzionali

Pubblicato il 28 novembre 2012, da Interventi al Senato

Intervento nella Commisssione Affari Costituzionali del Senato sul decreto province, 26 novembre 2012

La maggior parte degli interventi fin qui svolti hanno evidenziato delle condizioni di criticità nella proposta del Governo.

Il problema è che la proposta può apparire troppo rivoluzionaria a chi vorrebbe non cambiare nulla, a coloro che si sono battuti in questi anni per creare delle nuove province, a chi pensa che gli apparati politico/burocratici delle province e gli apparati periferici dello stato devono restare immutati, senza una verifica della necessità e qualità dei servizi ai cittadini, che si debba coltivare ogni localismo.

La proposta viceversa può apparire insufficiente (ed io sono tra questi) a chi ritiene che si deve cogliere l’occasione per una profonda riorganizzazione del sistema del potere locale, centrandolo sulle province e sui comuni e che avrebbe visto come buona soluzione più che la riduzione del numero delle province la loro soppressione, lasciando alla libera determinazione delle regioni, dentro principi previsti dalla legge nazionale, l’organizzazione di necessari livelli intermedi di governo. Così come appare ancora troppo generica al riorganizzazione periferica degli uffici dello stato.

Rischiamo di rimanere in una sorta di terra di mezzo, in cui continuano ad esistere istituzioni depotenziate quanto a competenze e mezzi finanziari, di cui si pensa una riorganizzazione territoriale in parecchi casi discutibili dal punto di vista delle effettive gravitazioni ed integrazioni territoriali, richiedendo un grande sforzo di adeguamento per arrivare ad un risultato che non potrà essere considerato definitivo.

Tuttavia occorre chiedersi: cosa hanno fatto le forze politiche per aiutare il Governo a proporre soluzioni più innovative? A me sembra che in modo bipartizan la posizione delle forze politiche sia stata in parecchi passaggi più in direzione della conservazione, di voler rendere le proposte delle governo più limitate e fragili, con ripetuti tentativi di svuotarle. Ad esempio in alcun modo è stato incoraggiato il Governo a perseguire la strada maestra di una riforma costituzionale con l’eliminazione delle province.

E’ emerso nel dibattito da parte di alcuni intervenuti la tentazione di collocare il provvedimento in un binario morto e sostanzialmente non arrivare alla conversione del decreto legge, rinviando il tutto alla prossima legislatura. Stiamo attenti, perchè se oggi vi sono dei movimenti in difesa del permanere di determinati presidi provinciali, per il timore di perdere identità (in una società globalizzata…), di veder messi in discussione spezzoni di ceto politico/burocratico, domani se si abbandonasse di fatto il disegno di riforma vi sarebbe una rivolta molto più ampia dell’opinione pubblica, verso l’incapacità riformatrice del Parlamento.

Perciò si tratta semmai di migliorare il provvedimento, di affrontare parallelamente nella legge di stabilità il nesso tra funzioni e finanziamenti, di rendere più certo il percorso della parallela riorganizzazione (migliori servizi a costi minori) degli uffici periferici dello stato), di valorizzare gli aspetti innovativi.

Tra questi vi è certamente la creazione delle città metropolitane, con la finalità di individuare un livello di governo adeguato alla complessità delle aree metropolitane o di città diffusa. Il governo comprensibilmente ha usato una prima individuazione semplificata, riprendendo sostanzialmente il vecchio elenco della 142 del 1990, elenco allora predisposto con criteri alquanto superficiali e comunque con riferimento ad una Italia profondamente diversa.

Uno dei punti su cui lavorare sarà perciò arrivare ad una migliore individuazione dei confini delle città metropolitane.

Parlo in particolare del territorio che meglio conosco, quello della Regione Veneto. La individuazione della Città metropolitana coincidente con la provincia di venezia pone diversi problemi: da un lato la provincia di Venezia è tra quelle venete forse la meno omogenea estendendosi dai confini con il delta del Po al confine con il Friuli Venezia Giulia e dall’altro la limitazione dentro i confini della provincia non riesce a rappresentare quella vera e propria area metropolitana che si è addensata nel Veneto centrale, coinvolgendo parte delle province di Padova e Treviso.

Non a caso perciò si è sviluppata in queste settimane una iniziativa guidata dai Comuni di Venezia e Padova, a cui si sono associati numerosi altri comuni delle province di Padova e Treviso finalizzata a prevedere l’estensione della città metropolitana al territorio delle tre province.

Problematiche simili possono esserci per altre aree metropolitane del territorio nazionale.

E’ una questione da guardare con grande attenzione per trovare idonee soluzioni, perchè in questo caso si tratta di movimenti virtuosi finalizzati non a indebolire la semplificazione proposta dal governo ma al contrario a rafforzarla.

La soluzione dal punto di vista tecnico può essere affrontata da due punti di vista. Il primo è quello di far prevalere la prospettiva della costruzione di un soggetto istituzionale (la città metropolitana) corrispondente alle trasformazioni e gravitazioni territoriali di area vasta, tenendo conto che le funzioni amministrative della città metropolitana sono prevalentemente legate alla gestione di questi fenomeni e quindi procedere per sommatoria delle conterminazioni provinciali. Quindi nel caso del Veneto prevedere che la città metropolitana di Venezia comprenda l’intero territorio anche delle province di Padova e Treviso.

Il secondo è puntare alla autodeterminazione dei territori. Spazio che vi era, sia pure in termini molto ristretti temporalmente nella procedura individuata dalla spending review, ma bisogna dire che non tutte le regioni hanno utilizzato questo spazio di autonomia, limitandosi alcune a riproporre l’attuale conterminazione delle province, ancorchè in violazione dai parametri previsti per il mantenimento delle province. Seguendo questo secondo processo si tratta di dare un congruo termine ai comuni per esercitare la previsione di cui all’art. 133 della costituzione avendo la sicurezza che la norma legislativa di chiusura necessaria per la procedura del 133 venga emanata in tempi certi per consentire di partecipare al processo di formazione della città metropolitana e più in generale di aggiustamento dei confini provinciali previsti dal decreto.

L’unica cosa che non sarebbe giusto fare è un rinvio che si sostanziasse nella non conversione del decreto. Sconfitta del parlamento ed ulteriore alimentazione del fuoco dell’antipolitica. Oltretutto con un risultato paradossale per i difensori dello status quo. Che i poteri previsti dalla spending review (più ampi di quelli previsti dal decreto salvaitalia) non entrerebbero in vigore e resterebbero quelli ristrettissimi previsti appunto dal salvaitalia. Quindi  si certificherebbe l’esistenza di morti istituzionali che camminano: province senza poteri e senza finanziamenti, veri e propri enti inutili (tranne che per qualche sopravvivente burocrazia politico istituzionale)

competenze province decreto SalvaItalia e decreto Spending review

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