Legge di stabilità: bene, ma…

Pubblicato il 6 dicembre 2012, da Interventi al Senato

Intervento in Commissione Bilancio sulla legge di stabilità, 6 dicembre 2012

L’esame della Camera ha consentito di modificare profondamente la proposta iniziale del Governo, in una direzione che giudichiamo migliorativa per una equità, con maggiore attenzione al problema delle famiglie a basso reddito, del lavoro e della crescita.

E’ importante comprendere che la frase che spesso abbiamo sentito ripetere dal Governo e dai commentatori “l’importante è che non si modifichino i saldi di finanza pubblica” è allo stesso tempo giusta e sbagliata. Giusto assumere come impegno inderogabile i vincoli di finanza pubblica stabiliti nell’ambito degli accordi europei e necessari a rendere sostenibile il bilancio. Vincoli che servono ad evitare una irresponsabilità vero il futuro ma che non impediscono affatto un uso del bilancio come strumento di politica economica.

Sbagliata se servisse a registrare una indifferenza sulle modalità con cui si arriva a mantenere i saldi di finanza pubblica. Si arriva allo stesso risultato di saldo aumentando la tassazione o diminuendo la spesa, mantenendo un prelievo squilibrato tra i redditi ed i cespiti o introducendo una struttura fiscale più equa, colpendo gli evasori o richiedendo un supplemento a chi è già leale con il fisco, tagliando finanziamenti a servizi essenziali o investimenti necessari o tagliando la spesa improduttiva. Il risultato in termini di saldi sarebbe esattamente lo stesso ma profondamente diverso sarebbe l’effetto sul paese reale, in termini di potenzialità di sviluppo, di equità sociale, di benessere dei cittadini.

Ad esempio uno studio recentemente presentato dal prof. Giavazzi stima che vi sia un moltiplicatore fiscale pari a 1 per l’anno successivo all’inasprimento fiscale e pari a 2 nel biennio successivo. Un aumento di un punto di PIL della pressione fiscale porterebbe ad un effetto recessivo di pari importo nell’anno successivo e crescente nel biennio successivo.

Dunque è da sfatare un altro luogo comune che si sente ripetere: “Il bilancio dello Stato viene scritto a Bruxelles”. I vincoli esistono, ma poi le ricette applicabili sono profondamente diverse. Dipende dal coraggio riformatore che si riesce a mettere in campo. Alla forza che i Governi possono dispiegare per correggere gli eccessi di spesa improduttiva, le disuguaglianze sociali, le distorsioni fiscali in direzione dell’iniquità, ecc.

Un altra affermazione che, senza adeguata qualificazione, rischia di essere un luogo comune è quella che richiede un uso attivo della spesa pubblica per sostenere il ciclo economico. Ed difatti sia il nuovo testo dell’art. 81 sia le regole del fiscal compact prevedono la possibilità dell’uso del bilancio pubblico in senso congiunturale. Non è che la legge di stabilità che stiamo esaminando, pur in un contesto di rigore finanziario, non consideri il ruolo della spesa pubblica. Se noi guardiamo i dati programmatici vediamo che nel triennio che abbiamo davanti le spese al netto degli interessi sul debito registrano comunque un lieve incremento passando da 720.462 milioni di euro a 739.208 milioni di euro, forbice che si amplia considerando la spesa per interessi da 809.669 milioni di euro a 844.573. La pressione fiscale dopo l’impennata di due punti tra il 2011 e il 2012 è in discesa dal 45,1 al 44,5% del PIL. E’ evidente che qui non vi sono molti margine per far crescere spesa e pressione fiscale. Si possono fare altre cose, che così possiamo riassumere.

Se non si può nell’immediato provvedere ad una diminuzione della pressione fiscale si può certamente procedere ad una sua ridistribuzione, sia sulla platea dei contribuenti (lotta all’evasione a favore dei contribuenti onesti, alleggerimento della pressione sui redditi più bassi chiedendo a chi ha le spalle più robuste) sia sui cespiti (di più le rendite, di meno il lavoro e l’impresa, più i patrimoni, meno i redditi). Non c’è dubbio che il Governo nell’anno della sua esistenza si sia mosso in questa direzione, intervenendo sui beni immobiliari e sulle rendite da capitale, non aggravando la pressione sui redditi da lavoro e sulle imprese. Con la legge di stabilità si concentrano risorse, purtroppo ancora modeste per alleggerire l’onere fiscale per le famiglie a basso reddito e per le imprese, con interventi sull’IRAP.

Si può procedere in direzione di una razionalizzazione della spesa: mantenere gli stessi benefici ai cittadini producendo beni e servizi ad un costo minore. Sul contenimento della spesa i primi risultati sono stati conseguiti nell’ultimo anno del governo Berlusconi, ma con il sistema dei tagli orizzontali. Il Governo Monti ha avviato un ciclo importante ed innovativo con il sistema della revisione della spesa. L’impostazione è buona, i risultati vengono a fatica, non solo perchè sono processi destinati a produrre risultati nel tempo, ma anche perchè molteplici sono le resistenze e complessi sono i problemi. Però incominciano ad aversi strumenti più raffinati di analisi della spesa con i dati forniti dal Commissario Bondi. Bisogna insistere in questa direzione.

Infine occorre aiutare in ogni modo la produzione di ricchezza. Sappiamo quali sono i problemi italiani: perdita di competitività, basso livello di investimenti sia pubblici che privati.

Ci sono politiche che costano, e bisogna concentrare le risorse negli interventi capaci di generare un moltiplicatore ampio dello sviluppo. Occorre concentrarsi anche sulle riforme che non costano. Buona regolazione dei mercati e semplificazione degli oneri burocratici sono due aspetti importanti per rendere più dinamica l’economia.

Bisogna riconoscere che il Governo si è impegnato su questo tema. Con i due decreti sviluppo e con il decreto liberalizzazioni la produzione normativa è stata imponente, forse troppo perchè si corre anche il rischio della dispersione e poi di non riuscire a dare concreta attuazione a norme che richiedono poi un complesso apparato di norme amministrative applicative.

Molto però resta da fare e cito due esempi di cattiva regolazione dei mercati che generano inefficienze e costi aggiuntivi per la pubblica amministrazione.

Nelle scorse settimane l’Autorità per la Concorrenza ha avviato una istruttoria nei confronti di quattro maggiori gruppi assicurativi italiani, sospettati di aver messo in opera intese restrittive della concorrenza in occasione delel gare per la fornitura dei servizi assicurativi RC auto per le aziende di trasporto pubblico locale. Si sospetta che almeno per gli ultimi 7 anni le società assicurative abbiano realizzato delel intese per poter mandare deserte le gare e potersi aggiudicare la fornitura a trattativa privata con incrementi sostanziosi degli importi di aggiudicazione. Si può calcolare che questa pratica collusiva abbia comportato un aggravio sul sistema delle aziende di trasporto pubblico locale di oltre 200 milioni di euro annui, in 7 anni quasi un miliardo e mezzo di euro. Nel momento in cui si restringe pesantemente l’apporto al fondo per il trasporto pubblico si può comprendere come la rimozione di ostacoli alla concorrenza in questo settore avrebbe generato un risparmio di spesa in grado di rendere molto meno drammatici i bilanci delle aziende del trasporto pubblico. Tra l’altro è da rilevare che a fronte della meritoria attività dell’Autorità per la Concorrenza nulla abbia fatto l’autorità specializzata del settore, l’ISVAP, che ben ha fatto il Governo a ristrutturare completamente.

L’altro esempio riguarda il tema di cui ci siamo occupati nel corso dell’esame del decreto sviluppo nei giorni scorsi.

Riguarda il settore delel concessione delel spiagge, per le quali si è purtroppo previsto una ulteriore proroga quinquennale delle concessioni in essere. Un settore strategico per il bene turismo del paese, che produce un apporto importante al PIL nazionale che continua a restare in una situazione di assoluta mancanza di concorrenza: chi c’è ha il diritto di restarci, chi volesse entrare apportando iniziativa e capitali non può farlo. E’un settore che comprende oltre 28.000 concessioni demaniali e che ha visto negli ultimi 40 anni succedersi oltre 40 atti normativi senza che si arrivasse ad una buona regolazione di un sistema così importante dal punto di vista economico. Si lascia il settore in una situazione di incertezza, incertezza che genera minori investimenti, si permette il permanere di situazioni ai cui il concessionario originario paga un canone risibile allo Stato e magari subconcede al vero gestore, che deve pagare una quota rilevante del proprio profitto al concessionario che nulla fa godendo pressoché gratuitamente di un bene pubblico. Sono anche attività ad altra evasione fiscale e contributiva. E di fronte c’è la certezza di una pesante multa a livello comunitario. Dopo l’esperienza delle quote latte non è certo saggio ancora una volta illudersi che si possa prorogare all’infinito: quando le sanzioni arrivano sono molto pesanti e rischiano di pagarle ingiustamente tutti i cittadini, che dalla mancanza di concorrenza hanno solo un danno, pagando più cari i servizi balneari.

Non si fa certo un servizio al settore promettendo ogni volta la proroga di concessioni, in infrazione alla legislazione comunitaria. Un  servizio al settore ed all’economia italiana si fa dando un quadro di certezze: gare per l’aggiudicazione delel concessioni, a scadenze sufficienti per ammortizzare gli investimenti e comunque riconoscendo gli investimenti realizzati, diritto di prelazione per gli operatori per assicurare una continuità positiva senza danneggiare i cittadini, canoni proporzionati ai profitti realizzati, ecc.

Anche in questo campo l’immobilismo ed il conservatorismo sono pratiche negative.

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