Ripensare l’Europa

Pubblicato il 5 dicembre 2012, da Dai giornali,Relazioni

Il Domani d’Italia, n. 10 novembre/dicembre 2012

Ha osservato Mauro Ceruti nel suo “Una e molteplice, ripensare l’Europa” che dei 30.000 kilometri di confini esistenti tra gli stati europei 12.500 sono stati tracciati tra il 1990 ed il 1993. Dentro la sicurezza della “nostra Europa” fatichiamo a cogliere la profondità del mutamento realizzato. E che in realtà c’è stato un disegno non inferiore per ambizione a quello realizzato nel primo dopoguerra. Allora ex nemici seppero trovare una via d’uscita dai lutti drammatici e dai rancori di una guerra così sanguinosa con la concretezza di una gestione degli interessi e la lungimiranza di un disegno sapiente per il futuro: dalla Comunità del Carbone e dell’Acciaio, primo rudimento di una collaborazione europea, non a caso per la gestione di risorse che erano state alla base di due guerre mondiali, alla Comunità Europea. Anche allora non riuscendo a realizzare tutto ciò che il pensiero politico lungimirante aveva saputo intuire. E’ nota l’amarezza di De Gasperi per non essere riuscito negli ultimi mesi della sua vita a vincere la battaglia per la realizzazione della Comunità Europea di Difesa, il nucleo di un esercito europeo che avrebbe dato una enorme accelerazione all’integrazione europea.

Leader lungimiranti allora, ma leader lungimiranti dopo la caduta del Muro nel pensare un assetto europeo, in particolare Kohl e Prodi. L’allargamento verso est, con molti problemi da risolvere ma con visione del futuro. C’è oggi un nuovo espansionismo russo con un recupero dell’area di influenza dell’ex impero sovietico: le elezioni in Georgia ed Ucraina portano al potere uomini di Mosca. Se non ci fosse stata quella scelta lungimirante, con la consapevolezza di dover affrontare problemi complessi (pensiamo alle tensioni interne per l’apertura dello spazio europeo alla Romania) si sarebbe lasciata aperto lo spazio ad una riaggregazione geopolitica più figlia delle gravitazioni del passato che dell’ambizione di una nuova Europa.

Certo, cambia rapidamente la geopolitica mondiale e l’Europa dovrebbe correre più in fretta e stando ferma rischia di perdere il consenso dei popoli di fronte all’impatto socialmente così rilevante della grande crisi, che è insieme l’effetto di un fallimento di una idea di un liberismo globale senza regole e di una grande redistribuzione della ricchezza a livello globale.

Eppure è proprio l’intensità della crisi e l’impossibilità di risolverla dentro i confini nazionali, anche per gli Stati più robusti, a far fare passi in avanti decisivi.

Non si tratta solo delle decisioni prese, dal Fiscal Compact agli strumenti di difesa del sistema finanziario europeo. Possiamo attingere anche alla cronaca quotidiana per percepire il cambiamento che si sta realizzando. La Merkel può stare nel mirino delle critiche, per non aver accettato per tempo un intervento in Grecia che sarebbe stato molto meno costoso, per i greci e per l’Europa. O può essere criticata per eccessive rigidità, e tuttavia c’è da chiederci quale leader odierno riuscirebbe a convincere una opinione pubblica a pagare nell’immediato i debiti degli altri. Resta il fatto tuttavia che la Germania ha accettato di essere messa in minoranza nel Consiglio Europeo e nel Direttorio della Banca Europea, accettando l’idea che non esistano diritti di veto, neppure da parte del più forte.

Si approva l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie con il meccanismo della cooperazione rafforzata, non tutti ci stanno ma la parte che ci sta va avanti. A prescindere dai risultati pratici (quanto gettito ci sarà senza l’approvazione del Regno Unito, dove si effettuano 2/3 delle transazioni finanziarie europee) è interessante l’intreccio di interessi nazionali ed europei attraverso cui si raggiunge il risultato. La Merkel la sostiene per ottenere il consenso dei socialdemocratici all’approvazione del fiscal compact, Hollande pure alle prese con la necessità di convincere i socialisti recalcitranti all’approvazione del fiscal compact ritiene che sia un buon viatico dimostrare che dalla cooperazione europea possano derivare successi sulla linea sostenuta dai socialisti. E del resto il Governo francese sostiene la possibilità di accettare i vincoli più stringenti del fiscal compact perché la presenza di Monti alla guida del Governo italiano e la sua impostazione della cooperazione europea ha cambiato il quadro di riferimento.

Tutta Europa attende la decisione della Corte tedesca sulla costituzionalità dell’adesione al trattato e gli equilibri politici dei singoli paesi hanno un effetto immediato sugli equilibri europei. I partiti nazionali diventano lentamente ma progressivamente partiti europei, i risultati elettorali acquisiscono rilievo continentale: Monti in Italia è una assicurazione per tutti, le elezioni olandesi sono stato un tonico che ha incoraggiato la leadership europea.

Esiste una “generazione Erasmus” certamente minoritaria, ma che impetuosamente si sta affermando: nuove generazioni nate in un paese, formatesi in un altro e che lavora in un terzo e che considera il mercato del lavoro ormai davvero un mercato europeo. Certo, la diversità linguistica è ancora una barriera, tuttavia dovremmo pensare agli oltre 30 dialetti correntemente parlati in India o al fatto che in Cina ci sono almeno sette grandi famiglie di lingue.

I sentimenti antieuropei che si stanno rafforzando insieme ai populismi ed ad un ritorno di nazionalismo radicali sono figli della crisi che distrugge certezze e speranze per il futuro. L’Europa appare matrigna e tale viene fatta apparire da gruppi dirigenti a giustificazione dei propri limiti.

Dobbiamo invece guardare con più fiducia e coraggio all’Europa che si sta realizzando anche al di fuori delle cancellerie: nell’economia, nella cultura, nella conoscenza dei territori data dai grandi flussi turistici.

Sta anche alla classe politica spiegare con più chiarezza ai propri popoli che ogni passo in vanti verso una federazione europea non si traduce in una cessione di sovranità ad altri, ma piuttosto in una condivisione di una sovranità più larga, nella realizzazione di un mondo multipolare che è lo strumento necessario per difendere la civiltà dei diritti che ha le sue radici nella storia europea.

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