Un lavoro per il Pd

Pubblicato il 25 maggio 2013, da Relazioni
Intervento al l’assemblea dell’Associazione Libertà Eguale, Roma 25 maggio 2013
Concentro il mio intervento su cosa si possa fare, anche con lo strumento dell’associazione per aiutare il Pd, nella ovvia convinzione che senza la capacità del Pd di sviluppare un coerente disegno riformatore la prospettiva riformatrice in Italia non potrebbe esistere. Morando ha giudicato una catastrofe l’esito elettorale. Condivido questo giudizio, perché in questa materia i giudizi sono sempre relativi: se non si è riusciti a vincere quando tutte le condizioni erano favorevoli, per debolezza degli avversari, per aspettative dell’elettorato, significa che c’è qualcosa di strutturale da correggere. Ignorare questo punto significherebbe non tanto il rischio liquidazione del partito (comunque c’è un elettorato ed una tradizione che converge sul Pd) quanto una cosa se possibile peggiore: la sua irrilevanza.
Perciò bisognerebbe lavorare (il congresso dovrebbe servire a questo) per correggere le debolezze del Pd, per me le due principali sono: l’indeterminatezza della missione che assegnamo al Pd a servizi del paese e l’incertezza del popolo che vogliamo rappresentare.
Su questo secondo punto: per rappresentare un popolo bisogna prima conoscerlo, avere sensori adeguati. Ora pensiamo come mediamente si forma una opinione sulla società il nostro partito, anche nelle strutture periferiche. Intanto la rete dei militanti, i nostri circoli. Un conto e la generosità della militanza che è preziosa, un conto e non vedere i limiti. Non avendo affrontato il problema di una nuova forma partito, ed avendo guardato con sospetto chi la richiedeva assistiamo ad un grave rinsecchimento del nostro insediamento sociale. Per cui l’atteggiamento prevalente rischia di essere una insopprimibile tendenza alla nostalgia, e poiché la principale presenza organizzata del passato e quella di matrice comunista una nostalgia per liturgie, forme, parole d’ordine capaci di ridare una identità (quella del passato però) ed anche un certo fastidio per chi a quella storia non vuole conformarsi e vorrebbe maggior dibattito e maggiore capacità innovativa. Perciò il rischio di una fuga in due direzioni per una parte importante della militanza, o verso un rifluire nel privato non trovando più interesse in un partito fatto così o nella ricerca di luoghi più affascinanti e creativi o ritenuti infondatamente tali.
Un secondo canale di conoscenza sta nella Rete. Però più subita che gestita attivamente. Ci facciamo più moltiplicatori di luoghi comuni e di favole metropolitane piuttosto che protagonisti nell’uso di uno strumento partecipativo e comunicativo innovativo. Per cui 4.000 “voti” di militanti grillini a Rodota’ diventano per una parte considerevole anche di parlamentari un altare su cui distruggere non solo Marini ma anche Prodi, pensando che inseguendo un presunto mainstream della Rete si faccia il bene del Pd, mentre invece se ne distrugge la capacità propositiva.
Poi ci sono le trasmissioni militanti che ci scaldano il cuore ma anche deformano la realtà: percepiamo in popolo di indignati che sembra la maggioranza del paese. Poi va Berlusconi, impone un contraddittorio e purtroppo ne escono distrutti i rappresentanti degli indignati, e comunque è sempre purtroppo le urne mostrano un paese diverso da quello che ci piacerebbe.
Questo mettere al posto di una capacità di lettura della realtà fattuale l’evocazione come se fosse reale della società come ci piacerebbe che fosse rappresenta un grave arretramento rispetto alla capacità di analisi che stava nella tradizione della sinistra italiana: realismo storico (la famosa doppiezza togliattiana), tentativo di costruire con il lavoro culturale una capacità egemonica in settori strategici della convivenza civile, una capacità di presenza reale dentro la vita concreta delle persone, l’organizzazione veniva dopo. Quando non c’è stata questa capacità ci son state gravi sconfitte della sinistra.
La correzione di questo limite ci riconduce all’altro. Che sta sostanzialmente nella mancanza di un pensiero fondativo  che sia condiviso e vissuto come tale intanto nella circuitazione dei militanti e poi da un più ampio (molto più ampio) bacino di elettori. Diciamo la verità: non c’è alcun lavoro costante ed in profondità (anche se Gianni Cuperlo aveva sviluppato alcune interessanti iniziative) teso a irrobustire la proposta del Pd sul piano di una offerta di senso: la politica che entra nella vita delle persone e si pone come credibile strumento per migliorarla. Nelle condizioni materiali di un popolo, ma anche come capacità di dare un senso comune alla convivenza una rassicurante apparenza ad un destino comune. Consiglierei di seguire con molta attenzione il discorso pubblico di Papa Francesco. Se lo liberiamo di una in certo modo indecorosa tendenza dei media di ridurlo in una dimensione oleografica e riduttiva di una sorta di Parroco globale possiamo avvertire la robustezza di un pensiero (propria della tradizione gesuita) che ha l’ambizione di essere una offerta di senso, certo nella dimensione spirituale e trascendente ma anche nella dimensione civile.
Io resto convinto che dopo l’ubriacatura del tutti a casa, della casta indifferenziata, dell’indignazione (retorica) elevata a sistema si farà presto strada una nuova domanda di riformismo serio, che prospetti una credibile soluzione dei nodi della società italiana. Non tutto subito ma tutto dentro una ambizione complessiva, un cammino costante e coerente. Bisogna prepararsi a questo compito, con una rinnovata capacità di entrare nel merito dei problemi, non accontentandosi di formule general generiche, di slogan a qui non segue mai l’enunciazione delle conseguenti politiche necessarie: prima il lavoro e va bene, ma poi?
Qui sta un lavoro che certamente è congeniale alla vocazione di Libertà Eguale e che perciò val la pena di perseguire per il Pd e non solo.
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