Uno, due tre: attraverso le repubbliche

Pubblicato il 31 maggio 2013, da Relazioni

Lezione tenuta per il corso di Storia Contemporanea, Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali dell’Università di Padova, 21 maggio 2013.

Il prof. Filiberto Agostini, docente di Storia contemporanea all’Università di Padova mi ha chiesto di tenere per gli allievi del primo anno del corso da lui tenuto una lezione-testimonianza sulla politica italiana tra prima e “terza” Repubblica alla luce della mai esperienza politica/istituzionale. Riporto qui la traccia della conversazione.

Il prof. Agostini mi ha chiesto in questa conversazione di proporvi un breve excursus sulla storia politica italiana di questi anni a partire dall’avvio della prima esperienza di centrosinistra, all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso, con la particolare angolazione offerta dalla mia personale esperienza all’interno della vita di partito e delle istituzioni, con riferimento anche alle due principali esperienza di vita istituzionale, quella di Sindaco della Città di Padova e quella di Senatore della Repubblica.

In effetti posso dire che le mie principali esperienze politiche istituzionali si sviluppano in alcuni momenti forti della vita nazionale. Inizio ad interessarmi più direttamente di politica negli anni immediatamente successivi alla formazione del primo governo di centrosinistra in Italia nel 1963, grazie anche ad incontri con coetanei sui banchi universitari, proprio della facoltà di Scienze Politiche, in una stagione di forte aperture sociali: l’avvio di nuovi equilibri politici con l’apertura a sinistra e la formazione di governi con forti aspirazioni riformatrici, sull’onda anche delle aperture della Chiesa introdotte da Giovanni XXIII con il Concilio e le grandi encicliche sociali, la stagione della nuova frontiera con John Kennedy negli Stati Uniti.

Gli anni della mia sindacatura tra il 1987 ed il 1993si collocano nel periodo dell’esaurimento degli equilibri politici che avevano sostenuto l’Italia dal dopoguerra. I governi di centrosinistra diluiscono la spinta riformatrice, i tentativi di costruire una evoluzione del sistema politico italiano perdono drammaticamente due protagonisti di questi tentativi, con l’assassinio di Aldo Moro e la morte prematura di Enrico Berlinguer, qui a Padova. Si esaurisce un ciclo politico e si disgregano i partiti storici sotto l’urto dell’emersione di gravi fenomeni corruttivi messi in luce dall’inchiesta Mani Pulite, ma anche per il profondo cambiamento degli equilibri geopolitici successivi alla caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’impero sovietico e di conseguenza di quel “bipolarismo imperfetto” su cui si era retta la vicenda politica italiana nel contesto internazionale.

La mia esperienza parlamentare, tra il 1996 e il 2013  infine attraversa quasi tutto l’arco del tentativo di costruire nuovi equilibri politici (la cosiddetta seconda repubblica) con una profonda riorganizzazione del fronte moderato (scomparsa della Democrazia Cristiana e discesa in campo di Berlusconi con la nascita di Forza Italia) e di quello progressista (riunificazione di correnti riformiste di matrice postcomunista e post democristiana e nuovo protagonismo di una società civile oltre i partiti con la nascita dell’esperienza dell’Ulivo). Tentativo sostanzialmente fallito, pur con l’emergere di nuovi partiti (il Partito Democratico in cui milito) e una torsione in senso populista dei tradizionali schieramenti moderati sulla destra dello schieramento politico che porta ad un disgregarsi delle potenzialità coalizionali in quel campo (autonomia dell’UDC, frattura con una parte di Alleanza Nazionale). E termino appunto la mia esperienza parlamentare con le incerte prospettive che caratterizzano questi mesi, senza una chiara maggioranza parlamentare uscita dalle urne, dopo l’esperienza obbligata dalle circostanze interne (fallimento del governo Berlusconi) ed internazionali (vincoli europei).

In effetti posso dire di aver avuto in questa lunga esperienza politica istituzionale un osservatorio previlegiato: ho fatto in tempo a vivere, sia pure a livello di esperienza di base, la stagione dei grandi partiti di massa, fortemente radicati nella società italiana e capaci di una forte rappresentanza ed organizzazione di interessi reali, ne ho vissuto la crisi, i tentativi di trasformazione (la stagione dei referendum sulle leggi elettorali, a partire dai referendum Segni) mal compresi da partiti in via di esaurimento. Quando sono entrato in Parlamento nel 1996 non esisteva più nessuno dei partiti che avevano caratterizzato il panorama politico quando da giovane studente avevo incominciato la militanza politica (la Democrazia Cristiana, a cui ero iscritto, il Partito Comunista Italiano, l’altro principale partito, il Partito Socialista protagonista nella stagione del centro sinistra, e i partiti laici minori, il Repubblicano, il Socialdemocratico, il Liberale). Il Partito di maggiore anzianità era quello nato più di recente, la Lega Nord, l’unico tra quelli nati nella prima repubblica a permanere nella seconda.

Non è questa la sede per ripercorrere un periodo così lungo. Posso limitarmi a sottolineare alcuni elementi. Vi sono stati periodi in cui a cambiamenti sociali impetuosi è corrisposta una capacità di risposta del sistema politico. Pensiamo al primo centro sinistra che non senza errori ed ingenuità ha comunque profondamente arricchito il sistema del welfare: l’introduzione, tra molte resistenze, della scuola media unica, che offriva una parità di accesso al sistema scolastico e una formazione di base eguale per tutti, la realizzazione del sistema sanitario nazionale per l’affermazione dei diritti del malato, l’avvio dell’esperienza regionale ad oltre 20 anni dalla previsione costituzionale, lo Statuto dei lavoratori, ed altre innovazioni importanti.

Vi sono stati anni di fortissime tensioni sociali, in parte affrontate, in parte degenerate nella lunga stagione del terrorismo, culminato con l’assassinio ad opera delle Brigate Rosse di Moro e della sua scorta, che ha rovinato una intera generazione ma che ha visto anche una forte capacità di reazione popolare, appoggiata sull’iniziativa di partiti e sindacati ancora forti.

Una stagione anche di difficoltà e di fallimenti. Possiamo considerare due elementi che ne spiegano in parte il perché. Un grande spostamento nella dislocazione dei poteri rispetto alla stagione della forte crescita economica (il miracolo economico fu definito) appoggiata anche da una capacità dello Stato di infrastrutturare il paese e guidare settori strategici per l’apparato produttivo. Uno spostamento dal locale al globale, superando in molti campi la dimensione nazionale della regolazione; dal pubblico al privato, anche in conseguenza della globalizzazione, con una diminuzione dell’intervento pubblico in economia; dalla produzione materiale, ancorata al territorio alla finanza, volatile e per sua natura a dimensione globale.

Un secondo elemento sta nel rafforzarsi in un atteggiamento complessivo che riguarda le scelte economico finanziarie e quelle politiche. Un termine nuovo che si usa con sempre più frequenza è il “cortotermismo”: un eccesso di visione di breve periodo che caratterizza i processi decisionali: investimenti capaci di produrre profitti a brevissimo termine, rinunciando agli investimenti di lungo periodo, consenso da raccogliere nell’immediato nel mercato della politica con il rafforzarsi di leadership tutte emotive, impedendo l’emergere di leadership robuste, costruire su un solido sistema di valori e su una visione complessiva delle cose.

Una chiave di lettura retrospettiva potrebbe essere quella di avvertire come vi sia stato un cambiamento di orizzonte.

La fase della crescita, dell’ampliamento dell’esigibilità di diritti diffusi aveva un orizzonte di speranza. Speranza di una ragionevole crescita per tutti, di un miglioramento concreto delle condizioni di vita, di un investimento sui figli perché era ragionevole pensare che potessero stare meglio dei genitori e realizzare in una solidarietà intergenerazionale gli obiettivi di miglioramento. Speranza che poneva le sue fondamenta anche nella vitalità di un sistema di rappresentanza degli interessi: quelli sociali, con sindacati diffusi e rappresentativi del mondo del lavoro, quelli politici, con partiti che raccoglievano la fiducia di milioni di cittadini offrendo grandi orizzonti di formazione di opinioni condivise, di incivilimento delle proprie aspirazioni civiche.

Oggi è piuttosto prevalente un orizzonte di sfiducia. Sfiducia nel futuro, pensando che il tempo futuro sia un tempo di peggioramento delle condizioni materiali e non solo per sé e per i propri figli, sfiducia che si tramuta in paura in ciò che è nuovo, che appare mettere in discussione le proprie certezze. Perciò paura della novità, della diversità: è quel fenomeno della solitudine del cittadino globale di cui  ha parlato Bauman. Sfiducia che si riversa sulle istituzioni e sui partiti, percepiti come incapaci di far fronte a cambiamenti così rapidi e così profondi, difendendo il benessere, la sicurezza, le aspettative. E d’altra parte le istituzioni, la politica servono per risolvere i problemi che attraversano la vita dei cittadini, se la vita peggiora nelle sue condizioni economiche, con una diminuzione del reddito, un aumento dei fenomeni di esclusione e di diseguaglianza, si interrompe l’ascensore sociale, si smarrisce il senso stesso della vita è inevitabile che scatti una sorta di trappola dell’immobilismo: meno vengono risolti i problemi, più aumenta la sfiducia nelle istituzioni, ma meno è forte la fiducia necessariamente più debole è la capacità di risposta.

Il secondo punto che il prof. Agostini mi ha chiesto di svolgere riguarda l’esperienza di Sindaco. Ho fatto il Sindaco di Padova, la mia città, dal 1987 al 1993. Il quadro istituzionale era molto diverso: non c’era l’elezione diretta del Sindaco, più fragile era l’autonomia comunale, sia per un maggiore centralismo della finanza pubblica, sia per la presenza di un più penetrante apparato di controllo. Il Sindaco era eletto dal Consiglio Comunale e dallo stesso consiglio poteva in qualsiasi momento essere sfiduciato. Ciò poteva rendere più instabile l’Amministrazione, però è anche vero che il Consiglio Comunale, come luogo della rappresentanza dei cittadini in cui si esprimeva la voce del popolo, aveva una maggiore centralità, obbligava ad un confronto più ampio, a rendere pubbliche le ragioni delle scelte. Ed il Consiglio comunale era anche una grande palestra di democrazia, nei piccolo come nei grandi comuni.

In ogni caso con il vecchio con l’attuale sistema la sostanza non cambia di molto. Ho sempre definito la figura del Sindaco come un imprenditore del Bene Comune. Come qualsiasi altro imprenditore deve combinare al meglio le risorse disponibili. Le risorse umane, sia dei dipendenti comunali che ha a disposizione, ma anche le risorse dei cittadini. Deve combinare le risorse materiali, il patrimonio dei beni pubblici che deve gestire per produrre al meglio i servizi, le risorse finanziarie, che raccoglie con l’imposizione fiscale o riceve da altri livelli di governo trovando il giusto equilibri tra i sacrifici che richiede ai cittadini prelevando una parte del proprio reddito e quanto restituisce sotto forma di servizi, di vivibilità della città di sicurezza, ecc.

Come in ogni altra azienda l’organizzazione è finalizzata ad un output, ad un prodotto da collocare sul mercato. In questo caso il prodotto dovrebbe essere il benessere complessivo dei cittadini, il bene comune.

Si realizza anche un fatturato ed al netto un profitto. Per il Sindaco è il consenso che può ricevere dai cittadini, come base per un nuovo investimento per migliorare il soddisfacimento del bene comune.

Credo che sia importante comprendere tuttavia che l’Amministrazione Comunale non è solo una agenzia di servizi. Certo li deve erogare al meglio ed in modo efficiente, senza sprechi di denaro pubblico, complicazioni burocratiche. Per diminuire le diseguaglianza, garantire diritti sociali fondamentali, rendere vivibile la città. Li deve dare ma deve cercare di dare un qualcosa di più. Tracciare un destino comune per la propria comunità in cui i cittadini possano riconoscersi e sentirsi partecipi. Difficile in un contesto di grande mobilità lavorativa e di studio, con un pendolarismo lavorativo accentuato, in cui spesso i cittadini che usano la città non sono necessariamente residenti, eppure è una cosa necessaria e spesso è questo aspetto che fa di un sindaco un sindaco popolare e stimato. Posso raccontare un episodio del passato per sottolineare questo aspetto.

Nella città medioevale le mura erano il simbolo della sicurezza (e del prestigio) di una città. Al di dentro c’era l’ordinata e laboriosa convivenza di una comunità, fuori c’era il disordine. Anche a Padova, ma gli esempi di mirabili città murate sono diffusi nel nostro Veneto, gli amministratori decisero di investire in questa grande opera pubblica e vollero che i cittadini fossero pienamente consapevoli dell’importanza di ciò che il Comune aveva realizzato.

L’Amministrazione comunale di allora saggiamente chiese ad un poeta (il pubblicitario dell’epoca) di scrivere un testo che ricordasse ai cittadini il significato di quell’opera. Possiamo ancora oggi leggere il testo che dettò Giovanni Valdetaro per la lapide che fu infissa in occasione della inaugurazione della porta delle Torricelle nel 1210: “Se volete essere sicuri del nemico di fuori, la pace vi cinga al di dentro con un messaggio d’amore. Invano si cerca il fresco sotto un albero frondoso, se un acuto morbo ci rode internamente le viscere. Affinché dunque le spese del muro non siano sprecate date retta al consiglio del vate vostro Giovanni”. L’importanza perciò di riconoscersi come comunità, fatta di tanti destini individuali ma anche di un progetto collettivo. Ed è significativa nel suo realismo la notazione finale: comportatevi bene per non sprecare  i tanti soldi spesi…

Infine l’esperienza parlamentare. La ho terminata in un periodo di grande crisi dell’istituzione parlamentare. C’è una critica diffusa, è diventato normale usare il termine “casta” per designare il parlamentare come altra cosa rispetto al popolo. Credo che non si debba fermarsi alla superficie, ai fatti di costume o meglio di malcostume che pure non mancano (come non mancano esempi di competenza, dedizione ed onestà di cui peraltro i media non parlano mai) e cercare piuttosto di comprendere i fatti strutturali.

C’è una corrosione dell’istituzione che è dovuta ad una diversa dislocazione dei poteri, come ho ricordato prima. Vale anche per il Parlamento. Intanto c’è un allargamento dei poteri del Governo, attraverso gli strumenti dei decreti leggi, dei voti di fiducia, delle leggi delega. Partiti più deboli, parlamentari meno rappresentativi, maggioranze deboli o divise portano a considerare troppo complicato il normale iter parlamentare e si è portati a trovare delle scorciatoie che prosciugano il ruolo del parlamento nel processo legislativo. Anche il bicameralismo perfetto per cui ogni legge deve compiere interamente il doppio percorso Camera e Senato, talvolta con un rimbalzo tra i due rami del parlamento contribuisce ad allungare l’iter di approvazione normale e a cercare quindi modalità abbreviate.

Vi è poi uno spostamento del potere legislativo ad altri livelli istituzionali. Verso l’alto verso la Commissione Europea ed il Parlamento Europeo, con poteri penetranti innanzitutto in materia di finanza pubblica. Verso il basso verso le regioni, per le quali il nuovo Titolo V della Costituzione ha notevolmente ampliato le materie di competenza regionale.

Influisce poi una perdita di efficienza complessiva del Parlamento. Nella sua capacità rappresentativa. La pessima legge elettorale in vigore ha reciso gravemente il rapporto tra eletto ed elettore e i parlamentari appaiono sostanzialmente dei nominati (anche se si sono sperimentate procedure innovative come le primarie nel caso del PD o consultazioni in rete da parte del Movimento 5 stelle con esiti controversi) e quindi non in possesso necessariamente di una propria autorevolezza rappresentativa, una riconoscibilità nell’opinione pubblica, un radicamento territoriale che lo renda interprete di una comunità. Oggi il nome del parlamentare non compare neppure sulla scheda elettorale. Posso ricordare che in passato negli anni ’80 un parlamentare della Democrazia Cristiana per essere eletto nella circoscrizione Padova, Verona, Vicenza, Rovigo doveva raccogliere almeno 40.000 preferenze individuali: certo non tutti gli elettori magari lo conoscevano personalmente ma conoscevano persone che sul territorio garantivano per lui ed offrivano un canale di influenza e di raggiungibilità del parlamentare.

Vi è poi un altro aspetto che toglie autorevolezza al parlamento. Abbiamo una ipertrofia normativa: il Parlamento produce un coacervo di norme (anche se abbiamo visto che una buona parte della produzione normativa è di origine governativa) che tuttavia spesso  non introducono reali cambiamenti/miglioramenti nella vita pratica dei cittadini, o perché sono norme puramente dichiarative, o perché l’attuazione è subordinata all’emanazione di complicati provvedimenti amministrativi di attuazione, o perché è insufficiente la dotazione finanziaria. Anche per questa via si toglie reputazione al Parlamento. Vi sono perciò riforme necessarie per riportare la democrazia parlamentare ad un maggiore livello di efficienza e perciò di autorevolezza istituzionale: ad esempio superamento del bicameralismo perfetto con l’istituzione del Senato delle Regioni concentrando l’attività legislativa ordinaria ed il rapporto di fiducia con il governo alla camera dei Deputati, riduzione del numero dei Parlamentari in conseguenza dei nuovi poteri assunti dal parlamento Europeo e dalle regioni, modifica dei regolamenti parlamentari per dare maggiore certezza di tempi per la conclusione degli iter legislativi, legge elettorale che ristabilisca un più forte rapporto tra elettore e parlamentare eletto.

Vorrei concludere con un appunto che ha lasciato scritto Pietro Scoppola, uno dei maggiori storici italiani nel campo delle ricerche di storia contemporanea ed in particolare di storia dei movimenti cattolici. Uno storico importante che ha accompagnato all’impegno scientifico quello nelle istituzioni, è stato tra l’altro senatore della Repubblica e che ha sempre guardato al dovere del cittadino di interessarsi della cosa pubblica. Così scriveva Pietro Scoppola: “Politica come disegno per il futuro, come valutazione razionale del possibile, come sofferenza per l’impossibile”. Penso che si possa ripartire di qui per restituire decoro e consenso alla dimensione dell’impegno politico e istituzionale.

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