Perchè è una bella notizia lo spread sotto 200 punti

Pubblicato il 4 gennaio 2014, da Politica Italiana

La notizia dello spread sotto duecento punti base è una notizia davvero confortante per questo inizio del 2014. Si dirà: ma non aumentano i posti di lavoro, non cresce il reddito disponibile. Vero, ma vero solo in parte, e certamente non vero se si lancia lo sguardo oltre l’immediato. Ora non va dimenticato il caustico aforisma di John Maynard Keynes: “nel lungo periodo saremo tutti morti” e tuttavia ci sono dei presupposti senza i quali parlare di politiche industriali, di politiche attive per il lavoro, di crescità equa e sostenibile non ha alcun senso. Uno di questi presupposti è la credibilità finanziaria del sistema paese. Nessuno investe (dall’estero ma anche in capitali italiani) se non si ha la ragionevole certezza del ritorno dell’investimento. Nessuno investe in titoli italiani (se non ad altissimo costo) se non si ha fiducia nella tenuta della finanza pubblica del nostro paese. E noi dobbiamo collocare decine di milardi di euro di ttoli pubblici per far fronte alle scadenze del debito.

Chi sottovaluta questo numerino dello spread non tiene conto delle conseguenze. L’Italia spende circa 90 miliardi di euro all’anno per pagare gli interessi del debito pubblico. Una cifra enorme, pari a quasi una decina di leggi di stabilità del taglio di quella appena approvata. Spread più alto significa elevare quel numero sopra i 100 miliardi, sottraendo risorse agli interventi a favore di cittadini ed imprese. Spread più basso significa liberare risorse aggiuntive per le politiche di sviluppo, di sostegno del reddito, ecc. Quindi non è cosa che riguardi i finanzieri, le banche, la finanza speculativa, ecc. E’ cosa molto concreta che significa più o meno servizi per i cittadini.

Quando si parla con una certa leggerezza di aumentare il debito pubblico (e mentre noi siamo messi bene per l’indebitamento annuo attorno al 2,5%, all’avanguardia in Europa insieme alla Germania) siamo messi malissimo con il debito cumulato, che è tornato al livello del 127% del PIL, oltre il doppio di quello previsto dai parametri di Maastricht. Anche qui: più alto il debito, più alto il costo in termini di restituzione e di interessi. Perciò non si tratta di prendersela con l’Europa. Il limite del 3% non è un astruso numero, ma un indicatore sia pur grezzo della sostenibilità del debito. Se l’economia si espande potrà ricavare dall’aumento delle entrate il di più che derivasse da un aumento del debito. Ma se continua ad indebitarsi senza crescere dove troverà le risorse per ripagare gli oneri del debito? Con due politiche che sarebbero sbagliatissime: o aumentando la pressione fiscale deprimendo ulteriormente la crescita ed i consumi o tagliando la spesa pubblica in modo indifferenziato con ulteriore effetti sulla riduzione della domanda globale.euro

Per questo non mi convince la proposta di Renzi di sforare il tre per cento. Sarà popolare, ma vanno molto considerati i possibili effetti. Un conto è riuscire a costruire a livello europeo un consenso nell’allargare il parametro del 3% (magari per certe spese di investimento nelle infrastrutture materiali ed immateriali, come la qualità dell’istruzione) altro è procedere unilateralmente: in questo caso ci sono pesantissime penali pecuniarie che l’Italia dovrebbe pagare. Non si può chiedere, giustamente, più Europa, e più Europa per lo sviluppo e l’equità sociale, se poi si effettuasse una sorta di autosospensione delle regole europee. Si perderebbe ogni autorevolezza, che invece Letta si è conquistato, riuscendo ad ottenere risultati significativi, ad esempio in materia di sostegni all’occupazione.

In ogni caso ci deve essere chiaro che se anche si ottenesse  una deroga al limite poi, come ho detto più sopra, a più indebitamento corrispondono maggiori oneri da pagare. E quindi  il maggiore indebitamento dovrebbe produrre una maggiore crescita tale da compensare l’onere. Consiglierei di concentrarsi perciò su quali sarebbero gli interventi prioritari capaci di accrescere la capacità espansiva dell’economia italiana: da finanziarsi con una maggiore elasticità del bilancio nel breve periodo se sarà possibile senza conseguenze di penali elevatissime o con una riorganizzazione della spesa pubblica, individuando spesa improduttiva da riorientare verso politiche prioritarie.

Questo dovrebbe essere tema da inserire nell’agenda del Governo contrattata con la maggioranza, altrimenti si rischia di restare sul piano sloganistico, di cui l’Italia non ha molto bisogno.

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1 commento

  1. Giorgio Gallo
    4 gennaio 2014

    Sono d’accordo, ma non si fanno ancora semplici mosse per sbloccare l’economia. Alcune a me sembrano semplici e di immediato effetto: pagare subito il totale dei debiti delle Pubbliche Amministrazioni e delle controllate e collegate; e poi, continuando a pagare le Obbligazioni per forniture a massimo 60/75 giorni. Le risorse si possono trovare con riduzioni della spesa pubblica, patrimoniale sui capitali all’estero e recuperando l’evasione sul gioco d’azzardo. Subito dopo deve partire la ristrutturazione della spesa per il funzionamento delle Amministrazionei Pubbliche con l’abbattimento della pressione fiscale al massimo al 33%. Sono graditi commenti!


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