Art. 18: qualche dato

Pubblicato il 1 dicembre 2014, da Politica Italiana

Sulle modifiche dell’art. 18 (da chi è favorevole e da chi è contrario) molto si parla a prescindere dall’effettivo contenuto della norma. Chi è a favore ne fa derivare miracolosi effetti, chi è contrario descrive una realtà di rientro in un rapporto di lavoro schiavistico. Come cerco di dimostrare qui non c’è materia per una tale epocale valutazione.

Perciò guardiamo un po’ ai fatti. Sono andato a vedermi un po’ di dati. Non sono un esperto della materia e attendo se del caso correzioni.

Intanto: la modifica si applica solo ai nuovi assunti. Che non è una cosa da poco, perché gli oppositori fanno sempre finta di credere che riguardi tutti. Ora noi sappiamo che nel 2013 solo il 16,5% dei contratti esistenti è a tempo indeterminato. Di questi naturalmente una parte, un po’ più della metà, riguarda contratti in aziende con meno di 15 dipendenti senza statuto dei lavoratori. Vuol dire che al 94% degli occupati non si applica nessuna delle tutele previste dall’art. 18. E si fa finta di non vedere questa realtà.

E per questa piccola parte che è coperta dalle tutele dell’art. 18 che cosa cambia con le modifiche del Jobs act? Per il licenziamento discriminatorio non cambia nulla. Per quello disciplinare non cambia nulla. I diritti reali vengono salvaguardati. Cambia qualcosa per il cosiddetto licenziamento per giustificato motivo oggettivo, che è il licenziamento determinato da ragioni inerenti l’attività produttiva, l’organizzazione del lavoro ed il regolare funzionamento dell’impresa. In questi casi l’impresa può procedere al licenziamento individuale, fino a 4 unità.art18

In questa situazione il lavoratore poteva ricorrere di fronte al giudice ed ottenere il diritto al reintegro. Con le modifiche introdotte nelle legge Fornero (senza o scioperi o proteste sul punto) si introduce il principio che invece del reintegro possa essere assegnata una indennità risarcitoria modulata tra 12 e 24 mensilità. Tuttavia il giudice può applicare, valutato il caso, la tutela speciale del reintegro.

Questo è l’unico punto che viene modificato. Si prevede solo la strada dell’indennizzo economico “certo e crescente” con l’anzianità di servizio. Motivandolo con il fatto che la lunghezza del processo del lavoro e una giurisprudenza molto differenziata nel territorio produce troppo lunghe situazioni di incertezza.

Bene, siccome la legge Fornero è in vigore da tempo si può verificare quanti lavoratori hanno ricorso di fronte al giudice contro il licenziamento individuale (cosa che con il jobs act non potrebbero fare più). In 24 mesi sono stati meno di 40.000. Non sono pochi, ma certamente non sono i milioni di lavoratori di cui si parla di fronte all’opinione pubblica. Ed è interessante sapere (dati CGIL) che il giudice ha dato ragione al lavoratore nell’80% dei casi, ma che 2/3 dei lavoratori integrati ha comunque lasciato il posto di lavoro a fronte di una indennità. E’ evidente che stare dove non si è graditi non è la migliore delle aspirazioni.

Concludendo: la mancata previsione del reintegro avrebbe riguardato (2/3 dell’80%) circa 21.000 lavoratori. Sarebbero 10.000 all’anno. A fronte di milioni e milioni di invisibili senza diritti. Io non condivido le critiche di Renzi al sindacato però qualche riflessione sul punto il sindacato dovrebbe farla, se questi sono i dati. Perché il punto centrale non è l’art. 18 ma l’introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, che finalmente tutelerà chi è senza nessuna tutela.

Resta l’ultima obiezione: “ma perché togliere i diritti a chi li ha per estenderli a chi non li ha?” E’ facile rispondere: perché se resta un doppio mercato del lavoro tutto il peso della flessibilità si scaricherebbe sui nuovi assunti con forme di contratto a termine o false partite iva. O si pensa che sia possibile estendere a tutte le imprese il vecchio art. 18 ( e si è fuori dal mondo) o si accetta una discriminazione gravissima sul posto di lavoro, non facendo nulla per superarla.

Ora: per la difesa di un simbolo si vota contro il governo, contro le decisioni approvate dalla direzione nazionale e dai gruppi parlamentari. E si dimentica tutto il resto che c’è nel jobs act. Tutte robe di sinistra sul serio, se sinistra non è conservazione ma innovazione per estendere l’eguaglianza e la parità nelle opportunità. Tutele crescenti per tutti i lavoratori senza distinzione, più ampia tutela della maternità, riforma della cassa integrazione verso l’universalità degli ammortizzatori sociali, riforma di tutto il sistema dell’avvio all’impiego, particolarmente carente in Italia (l’avviamento al lavoro avviene nell’80% dei casi per via parentale, amicale, professionale, ecc.: e chi non le ha?). E nella legge di stabilità due leve importantissime per il buon lavoro. L’esenzione per tre anni dai tributi per i nuovi assunti con contratti a tempo indeterminato e l’eliminazione dall’IRAP del costo del lavoro, sempre per la quota di lavoratori a tempo indeterminato.

Tutto questo per alcuni non conta. Conta di più l’idea di destabilizzare Renzi, pensando di contare di più. Dopo Renzi non ci sarebbe una nuova vittoria del PD. Ci sarebbe il riemergere di una destra peggiore, se possibile, di quella di Berlusconi.

 

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