Padova e la sfida della competitività

Pubblicato il 27 aprile 2015, da Realtà padovana

Si è svolto mercoledì scorso un interessantisismo convegno organizzato dalla Specola delle Idee con brillanti relazioni di Massimo Malaguti, Giancarlo Corò e Filiberto Zovico sul tema del posizionamento strategico di padova e delle opportunità per l’area metropolitana. Trovate gli atti ed in particolare le slides delle relazioni di Malaguti e Corò sul sito della Specola delle idee

I tre acuti contributi di Massimo Malaguti, Giancarlo Corò e Filiberto Zovico ci hanno guidato in una riflessione, sostenuta anche da una ricca messe di dati, sul posizionamento strategico di Padova, sui suoi punti di forza e sulle sue debolezze e su come ogni prospettiva futura vada inserita nel grande contesto metropolitano del Veneto centrale.

Mi soffermo su questi tre punti prima di passare ad una riflessione specifica su Padova.

Città motore dello sviluppo

Il primo: la città (o meglio ancora un più ampio contesto di tipo metropolitano) resta un essenziale fattore di sviluppo. Ci sono stati presentati molti dati a sostegno di questa tesi. Il territorio non è diventato indifferente come si era anche teorizzato come conseguenza delle nuove tecnologie comunicative. Resta certamente il fatto che può esservi una indifferenza nella collocazione di vari tipi di servizi e che i siti produttivi possano dirigersi anche dove più basso è il costo della manodopera ed il peso della tassazione. Gli annunci di un aeroporto situato in Europa possono essere fatti da un annunciatore che sta dall’altra parte del mondo per sfruttare il fuso orario o se telefoniamo ad Amazon o a Booking non sappiamo da quale parte del mondo riceviamo la risposta. Ma resta il fatto che i processi innovativi tendono a concentrarsi in aree generatrici di qualità della vita, interazioni tra ricercatori, disponibilità di lavoro di alto livello, ecc. Direbbe Aldo Bonomi: esistono i grandi flussi globali che ad un certo punto atterrano nei territori e atterrano dove ci sono funzioni urbane elevate.

Il baricentro metropolitanospecola

Secondo: può il Veneto inserirsi in questi flussi? Dipende. Deve organizzare il proprio territorio in una vera dimensione metropolitana. Prigionieri di una cultura giuridico/amministrativa (per la quale conta più la forma della sostanza) si discute inutilmente da anni dei possibili confini della città metropolitana. I confini immutabili non esistono. Esistono le relazioni, che sono molteplici e flessibili. La metropoli veneta esiste non perché le si sovrappone l’architettura barocca della città metropolitana di Venezia (la provincia meno provincia di tutto il Veneto diventa città metropolitana per una legislazione nazionale del tutto inadatta alla specificità veneta). Esiste perché esiste nella vita quotidiana dei cittadini e delle imprese, nei flussi di persone e merci. Meglio parlare come è stato fatto di un “baricentro metropolitano” che per essere governato ha bisogno di un modello cooperativo in cui i soggetti istituzionali e sociali intrecciano relazioni, accordi di programma, esperienze di cogestione. Sotto questo profilo c’è una cosa singolare. Per un certo periodo si era creata nel territorio una contrapposizione che poteva essere virtuosa. Il governo regionale saldamente in mano al centrodestra, i maggiori capoluoghi in mano al centrosinistra. Sarebbe stato interessante vedere una sfida sulle politiche e sull’innovazione: il fronte dei sindaci e la Regione. Ma nella terra del “partito dei sindaci” questa sfida non c’è stata. E’ una occasione persa, e bisogna anche dire che i “sindaci podestà” diventano padroni in casa propria ma rischiano di perdere per strada una visione più larga.

Cultura e visione più che sovrastrutture istituzionali

Terzo: il Veneto avrebbe una bella risorsa. Perché il modello policentrico meglio si adatta a costruire quella rete regionale di città che può costituire il contesto metropolitano necessario al Veneto. Ma spesso la parola “policentrismo” anche nel passato ha nascosto l’incapacità a scegliere, a organizzare una gerarchia, a rendere più efficienti e specializzati i territori. Così è successo che nella classifica delle aree competitive a livello europeo il Veneto è 169esimo su 262. Ricco ancora, ma fermo. E funzioni forti che nel Veneto c’erano (come la finanza) se ne sono migrate verso Milano. Per cui occorre pensare come la metropoli veneta (che c’è nei fatti ma non nella cultura di governo) si possa rapportare con la metropoli del nord ovest.

L’organizzazione  metropolitana del Veneto è una sfida necessaria. Che si vince non con modelli autoritari o invenzioni istituzionali. Ma con una diffusa e convinta cultura di governo delle cose (non solo istituzioni, ma associazioni, imprese, sindacati, centri di ricerca ed elaborazione, organizzazioni civiche, narrazione dei media, ecc.) che acquisisca una coscienza metropolitana.

 

 

Padova: guardare in faccia i problemi

E Padova? Mi colpisce molto come vi sia nei gruppi dirigenti (non solo il livello politico/amministrativa ma più largamente i soggetti che dovrebbero guidare i processi: imprenditori, professionisti, mondo accademico, ecc.) una insensibilità o noncuranza rispetto alla evidente perdita di ruolo della città.

Gli esempi che potremmo fare sono molti. Le fiere sono un po’ tutte in crisi per il mutamento delle strategie commerciali. Però per Padova la Fiera è stata per molti anni un fattore di successo e visibilità. Non solo perché dopo Milano era la seconda Fiera italiana, ma perché è stata leader nell’innovazione, inventando con largo anticipo manifestazioni specializzate su temi cruciali, accompagnate da convegni di altissimo livello mondiale. L’entrata dei francesi non ha portato con sé l’innovazione che ci si poteva attendere. E’ proseguita una marginalizzazione grave, con perdita di manifestazioni, il ruolo di leader l’ha assunto Verona, che ora tenta di costruire una alleanza con Vicenza.

La Zona Industriale padovana soffre come altre di un generale processo di deindustrializzazione. Resta un importante polo della logistica ma si pone il problema di come gestire il rilevante patrimonio edilizio e di come ridefinire le funzioni dell’area. Considerarla come è stato proposto recentemente dall’Amministrazione Comunale una sorta di discarica di funzioni urbane scomode (sale giochi, prostituzione, ecc.) è però rinunciare ad ogni ambizione per il futuro e condannare all’estinzione le funzioni fin qui svolte dalla ZIP. Almeno pensiamo in grande. Se l’Amministrazione pensa che ci possa essere una funzione legata all’industria del divertimento costruiamo un progetto ambizioso in questo settore.

La stessa Università, che pure mantiene indici di eccellenza nelle classifiche nazionali, non è evidentemente più una funzione specifica dell’area padovana. Secondo il vecchio detto veneto “padovani gran dottori”. Ora l’Università si è diffusa nel territorio.

Simbolo di questa involuzione può essere l’apertura in Piazza Garibaldi, nel cuore pregiato della città, di uno store cinese. Al di là della nazionalità della proprietà “cinese davvero, nel senso di esposizione di merce di bassa qualità. Nel triangolo tra Liston, via San Fermo, Piazza Insurrezione in cui per una breve stagione erano sbarcate le firme della grande moda.

Penso che i progetti impostati dalla precedente Amministrazione Comunale per ottenere dalla programmazione regionale il nuovo ospedale, il progetto del nuovo Auditorium per la Musica, l’estensione della rete del Tram per offrire una mobilità all’altezza del ruolo di Padova volevano contrastare questo declino ed offrire nuove potenzialità. Averli abbandonati senza costruire alternative ci indebolisce.

Brutti voti, occorre rimediare

La relazione di Malaguti ci ha offerto un insieme di dati sul posizionamento strategico della nostra città. Alcuni positivi, altri meno. Non sono confortanti i dati della classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita, da prendere con le pinze perché sono dati che comprendono tutta la provincia e comunque arrivano a risultati discutibili: Difficile sostenere che a Aosta o Cuneo, calcolati tutti i pro e i contro, si abbiano opportunità di buona vita superiore a Padova…. E tuttavia al di là del valore assoluto (siamo 45esimi nel rank nazionale) sono due in particolare i dati che ci devono preoccupare: il fatto che vi sia una tendenza negativa (9 posti persi rispetto all’anno precedente) ed il fatto che in Veneto siamo quinti, dietro di noi solo Rovigo e Venezia.

Entrando più nel dettaglio esaminando i sei macro settori in cui si articola la classifica può colpire il fatto che siamo ai primi posti per il tenore di vita. Settimi nella classifica nazionale: semplificando siamo pieni di soldi ma sembra che questi soldi non siano molto produttivi per il territorio. Anche in un campo in cui dovremmo avere soddisfazioni, quello affari e lavoro, siamo solo 48esimi, addirittura 87esimi in una classifica importante per il futuro: quella della percentuale di giovani imprenditori.

Agire per sviluppare le potenzialità

Dobbiamo intristirci in una visione pessimistica? Assolutamente no, bisogna solo esserne consapevoli ed agire con determinazione di conseguenza. Correggendo le debolezze, sviluppando le potenzialità. Che ci sono e sono importanti.

Intanto Padova conserva comunque una centralità geografica. In quell’”atterraggio” dei flussi globali di cui parla Aldo Bonomi Padova da sola non ce la fa, ma dentro un contesto metropolitano può offrire molto per le decisioni di investimento: accessibilità, eccellenti strutture di formazione, bellezza della città, una discreta vita culturale.

La filiera sanitaria

E poi ci sono le eccellenze da sviluppare. La sanità resta un punto di eccellenza importantissimo, non solo per la capacità di offrire cure di qualità ma perché può essere il motore di una filiera sempre più importante dal punto di vista dei processi innovativi e produttivi: bioingegneria, biotecnologie, informatica applicata, modelli curativi ed assistenziali. Compresa la straordinaria esperienza dei medici per l’Africa, che sta mostrando al mondo un approccio ai problemi sanitari in aree sottosviluppate esemplare. Per questo la vicenda del nuovo ospedale andrebbe liberata dalla stortura introdotta dall’Amministrazione Comunale, quasi una prova di forza muscolare che per ora ha prodotto solo il fermo di un progetto ambizioso. Ma senza strutture adeguate per la cura e la ricerca è impossibile mantenere questo ruolo per Padova, i migliori andranno altrove.

La filiera culturale

C’è il ruolo che Padova già svolgere e che può essere ancora rafforzato, con una forte capacità di attivazione di eccellenze nel campo dei servizi e importanti ricadute economiche. Al centro della regione prima in Italia per presenze turistiche, a pochi minuti dalla grande attrattività mondiale di Venezia e dal polo termale che sia pure in crisi resta pur sempre un attrattore di turismo. C’è una vocazione specifica per il turismo legato alla cultura, sempre più importante, con un più elevato moltiplicatore si spesa. Padova può offrire veramente molto, non solo con la triade tradizionale (Cappella degli Scrovegni, Salone e Piazze, Sant’Antonio), ma con alcune ulteriori specificità. Pensiamo all’importanza di Padova nella storia della scienza e della ricerca e come si potrebbe attrarre un turismo di alto livello in questo campo con strutture ed iniziative già presenti che attendono solo di essere organizzate in una offerta unitaria: nuovo orto botanico, Galileo e la Specola, i musei scientifici, Esapolis, il Premio Galileo, il Museo della Medicina ed altro ancora. Per questo era cruciale la realizzazione del nuovo Auditorium per la Musica classica, che avrebbe ben integrato l’eccellente offerta (di dimensione europea) del Palageox nel campo della musica pop. Una macchina integrata con il Conservatorio per la produzione ed il consumo di musica di qualità. Un’altra opportunità che si sta perdendo.

La filiera logistica

Resta un ruolo importantissimo per la logistica. L’Interporto di Padova è il primo in Italia per la movimentazione di containers. Positivamente è stata effettuate l’integrazione con i Magazzini Generali e resta un importante ruolo del Mercato Ortofrutticolo. Bisogna però attivare nuovi investimenti per mantenere il ruolo e sarà decisiva anche l’evoluzione della portualità veneziana: non concorrenza ma integrazione per affrontare la dimensione globale dei traffici.

La filiera della ricerca, innovazione, didattica di qualità

C’è l’Università, con quello che continua a significare per l’immagine internazionale della città e per la sua capacità attrattiva. Ruolo spesso sottovalutato ma alla fine in giro per il mondo siamo conosciuti come la città di Sant’Antonio e quella di una secolare università, quella di Galileo, di Copernico, di Vesalio, ecc. Che produce comunque ancora ricerca con ricadute importanti. Ci ha detto Corò che siamo tredicesimi in Italia per la produzione di brevetti e settimi per le invenzioni. Non mancano esperienze interessanti di start up nate dalla ricerca universitaria. Bisogna che vi sia maggiore integrazione con gli altri fattori di sviluppo. Maggiori integrazioni con la qualità urbana.

E andrebbe più considerata la potenzialità data dalla presenza a Padova di una forte popolazione giovanile legata agli studi universitari. In una società caratterizzata dal declino demografico questa è una risorsa in più. Da non derubricare al problema degli spritz o allo sfruttamento nel mercato degli affitti. Con un progetto integrato e ambizioso, per far vivere gli anni dello studio come una esperienza di buona vita e per trattenere a Padova i migliori, o perché comunque i migliori vedano in Padova riferimenti ed opportunità.

Curiosi del futuro, aperti all’innovazione

Dunque c’è un campo di lavoro che deve essere ambizioso e che può essere appassionante. Ma occorre che chi ha maggiori responsabilità nelle istituzioni, nell’economia e nella finanza, nella produzione culturale, capisca fino in fondo la necessità di impegnarsi su questo piano. Nella costruzione di una visione per la Padova del futuro. Che è il contributo che la Specola vuole offrire al dibattito pubblico.

Ci ricorda Corò nel suo bel libro “Spazio Metropolitano” che per pensare al futuro della nostra area metropolitana occorrono soprattutto chiarezza degli obiettivi, determinazioni delle leadership locali, coinvolgimento degli attori pubblici e privati. Su questi punti occorre lavorare. E ricorda ancora Corò che presupposto di uno sviluppo è oggi una società culturalmente dinamica, curiosa, aperta all’innovazione. Si pensa sempre all’infrastrutturazione materiale, che certo è necessaria, ma a nulla serve una armatura del territorio se poi i suoi abitanti non sono motori di sviluppo sentendosi cittadini aperti al futuro e del futuro curiosi. Anche per Padova. L’eccitazione delle paure, l’istinto ad isolarsi e a difendere quello che si ha, vivere il futuro come pericolo, i sentimenti che sentiamo nei bar cittadini “meglio negai” vedendo le tragiche immagini di 700 disperati morti nel Mediterraneo non sono materiali su cui si può costruire un futuro. Bisogna che le classi dirigenti in particolare, chi ha responsabilità, si rendano conto di quanto sia importante un atteggiamento culturale diffuso aperto al futuro.

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