Possa il mio sangue servire, uomini e donne della Resistenza

Pubblicato il 25 maggio 2015, da Questo mese ho letto

Intervento alla presentazione del libro “Possa il mio sangue servire”, Archivio Antico del Bo, con Aldo Cazzullo, Giuseppe Zaccaria, Marco Almagisti, 25 maggio 2015

Sono grato al mio amico Aldo Cazzullo per aver accettato l’invito del Magnifico Rettore Giuseppe Zaccaria per la presentazione dell’ultimo libro dedicato alla Resistenza all’Università di Padova. Nel luogo dove si celebra da più di otto secoli la Universa Universis Patavina Libertas: tutta intera, per tutti, la libertà nell’Università di Padova. Unica Università insignita della medaglia d’oro al valor militare, per essere stata, come dice la motivazione “tempio di presidio civile e di eroica resistenza”. Nel luogo dove sono echeggiate le parole di Concetto Marchesi e dove tanti docenti, studenti, dipendenti hanno lottato per la Liberazione, sono stati torturati dai nazisti e dalla famigerata Banda Carità, trovando talvolta eroicamente la morte.

Il libro “Possa il mio sangue servire, uomini e donne della Resistenza” costituisce a mio avviso, insieme agli altri due dedicati alla storia italiana dell’800 e 900 una vera e propria trilogia della dignità nazionale.cazzullo

Il primo, “Viva l’Italia”, che collega con un filo rosso il riscatto dell’identità nazionale con il Risorgimento alla ritrovata dignità con la Resistenza, spiegando perché possiamo essere orgogliosi della nostra nazione.

Il secondo “La guerra dei nostri nonni” ci ricorda l’enorme sacrificio di un intero popolo, di cui danno ancora la misura i monumenti ai caduti, anche nei più piccoli centri: atti di eroismo, di sacrificio collettivo di soldati ed ufficiali, della popolazione civile, ma insieme inadeguatezze dei comandi, impreparazione superficialità di una parte dei gruppi dirigenti. Come ha detto il Presidente Mattarella sul Monte San Michele: “Come era diversa, alla prova dei fatti, quella vita di guerra dal sogno luminoso di gloria, dalla retorica perentoria, dal mito della vittoria, vagheggiati da intellettuali e poeti nei mesi precedenti all’entrata in guerra!”

Il terzo “Possa il mio sangue servire che qui presentiamo sulla stagione della Resistenza.

Una trilogia della dignità nazionale che mi auguro possa essere letta e studiata nelle nostre scuole, per contribuire a formare coscienze civili non ignare della nostra storia.

La storiografia della Resistenza è molto ricca, penso anche qui nel Veneto all’egregio lavoro compiuto dall’Istituto Veneto per la Storia della resistenza, ora dal Centro di Ateneo per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea. Tuttavia questo libro aggiunge molto, dal punto di vista della conoscenza e della trasmissione del valore profondo della lotta di liberazione.

E’ una storia di donne e di uomini, la maggior parte dei quali avrebbero voluto una storia diversa. Spesso persone che si trovano per caso al crocevia della Storia. Non eroi per caso, ma eroi per la necessità intima di rispetto di sé stessi. Ritornano nelle ultime lettere spesso  l’idea di un sacrificio per aver voluto la propria patria “onorata e stimata”, l’Italia “rispettata e onorata”. Anticipano quelle parole “con disciplina ed onore” cui i costituenti vollero legare nell’articolo 54 della Carta lo svolgimento di funzioni pubbliche…Donne e uomini con storie diversissime. Chi antifascista ab origine matura nelle carceri fasciste la ribellione verso il regime, chi disinteressato alla dimensione pubblica scopre nell’orrore della guerra nazifascista il dovere di una ribellione, chi fa i conti con la caduta di illusioni. Scrive Mariano Rumor nelle sue memorie parlando della scelta antifascista” un antifascismo tanto più arrabbiato ed incattivito quanto più era nato a fatica dal disincantamento di una suggestione delusa”. Tutti con storie diverse alle spalle capaci di fare i conti con la Storia e con la propria coscienza, ritrovare il cammino della dignità nazionale.

Sono importanti le pagine dedicate alla Resistenza inesplorata o non sufficientemente ricordata. Sono fatti ed episodi perché la Resistenza fu davvero, al di là dei numeri, guerra di popolo, penetrata profondamento nel tessuto della Nazione. Storie di suore, di preti, di ebrei di militari, di carabinieri, di alpini che seppero stare dalla parte giusta. Oltre 86.000 militari morirono nella guerra al nazifascismo.

Infine il libro non si nega mai alla pietà, ma resta fermissimo nella condanna di chi per scelta, per viltà, per opportunismo si prostituì al nazismo. Cui sono anche pagine crude, nel ricordare il sadismo, la crudeltà, la violenza, i massacri contro gli inermi che accompagnarono la sconfitta del nazismo e della Repubblica di Salò. Storie di donne coraggiose su cui più si esercitò il sadismo dei repubblichini e dei nazisti. E’ giusto riproporre sempre questa parte della storia. Chi di questa storia fu complice.

Tanto più bisogna farlo ora. Si sta spezzando il filo generazionale. I testimoni diretti ci stanno lasciando. Ma restano le loro storie, le loro parole che abbiamo il dovere di custodire. E di far vivere nella coscienza del paese.

Sono le parole di Carlo Benedetti, artigiano ebanista, nella ultima lettera ai figli: “Amate lo studio ed il lavoro. Una vita onesta è il miglior ornamento di chi vive. Dell’amore per l’umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e ovunque vi sono vostri simili quelli sono vostri fratelli”.

O di Giacomo Ulivi, fucilato a 19 anni dai nazisti nella ultima lettera ai compagni di liceo: “Il nostro interesse e quello della cosa pubblica finiscono per coincidere. Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare che con calma ricominciamo a guardare in noi e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete voluto sapere”.

In una Italia piegata dal pessimismo, dal disinteresse un po’ egoista per la cosa pubblica, da tante chiusure e paure, da un allargato degrado moeale, da sentimenti di irresponsabilità, dal non volerne appunto sapere, dal “tanto non cambia niente”, dal “tanto sono tutti eguali”,  sono parole che ancora possono ben illuminare la vita pubblica.

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