Papa rivoluzionario e Cardinali spaventati

Pubblicato il 13 febbraio 2016, da Cattolici e società

Distratti dalla nuvola comunicativa che “svanisce come i sogni senza lasciare segno” (Italo Calvino) viviamo fatti storici senza rendercene conto o dimenticandoli presto. Ad esempio abbiamo già dimenticato che quel “vecchierel canuto e stanco” (Leopardi) che ogni tanto vediamo vicino a Papa Francesco è quel Benedetto XVI dal pensiero profondo ma spesso ritenuto troppo conservatore che con un sol gesto ha rivoluzionato il papato, rendendolo moderno. Non più carica a vita con tutto quello che significava ma incarico pro tempore di Vescovo di Roma e capo della Chiesa. Altro che le faticose riforme costituzionali che aggiustano qualche particolare.

Il suo successore è un altro bell’esempio di rivoluzionario. Poca forma e tutta sostanza. O meglio un uso sapiente della forma per testimoniare la diversa natura del “potere” del Papa, diverso dai poteri civili. Fin dal primo “buonasera” con cui ha salutato il mondo la sera della sua elezione.

Gesto rivoluzionario l’incontro con il Patriarca ortodosso russo Kirill, forse propedeutico ad una altrettanto rivoluzionaria visita in Russia. Incontro non improvvisato, da decenni la Chiesa cattolica lavorava per questo, ma con “l’agile salto del filosofo” (ancora Calvino) Francesco si lascia alle spalle mille anni di storia. E con un capolavoro comunicativo, forse conseguenza solo dell’incrocio delle agende e della necessità di incontrarsi intanto in territorio neutro, l’incontro si tiene a Cuba. Nella patria dell’ex rivoluzionario Fidel, con il Che (“Tu mano gloriosa y fuerte sobre la historia dispara” da Hasta siempre comandante, di Carlos Puebla) icone di una rivoluzione marxista nell’America Latina (come è noto a Fidel del marxismo poco importava, importava che la Russia gli comprasse lo zucchero).kiril2

Il Papa del futuro, che gira in macchina senza scorta e che se fosse per lui girerebbe come faceva a Buenos Aires in metropolitana.

C’è un contrasto formidabile, quasi di secoli, invece con le improvvide uscite del Cardinal Bagnasco, ancora prigioniere di pasticci con il potere, ripetendo i nefasti tempi (per la Chiesa e per i cattolici italiani) di Camillo Ruini. E non può non vedersi dietro queste uscite un attacco all’impostazione di Papa Francesco, del segretario della CEI Galantino, di Mons. Parolin, mite prete vicentino diventato Segretario di Stato, scelto da Papa Francesco che lo aveva conosciuto come nunzio in Venezuela, dove lo aveva esiliato il card. Bertone, quello dell’attico da 700 metri.

Attenzione: cosa differenzia Papa Francesco da Ruini? Non la dottrina della famiglia che è la stessa. Perché anche Papa Francesco riafferma (anche nell’incontro con Kirill) che per i cristiani la famiglia è quella tra uomo e donna. Differenzia il concetto del potere. Per Papa Francesco vale la capacità del cristiano di testimoniare ed offrire i propri valori, la propria antropologia, convertendo con l’esempio e convincendo con la proposta. Con Ruini/Bagnasco siamo ancora alla pretesa di utilizzare ed asservire il potere politico ad un unico modello antropologico da imporre per via legislativa. Ricordo bene ai tempi dell’approvazione tentata dei DICO un incontro che ebbi insieme con Franco Marini con Ruini. La pretesa di dettare la linea a cattolici parlamentari intesi come appendice del proprio potere e la fierezza di Franco Marini nel difendere l’autonomia del parlamentare.

A Cuba si fa la Storia, in Italia ci si ripiega stancamente sul passato. Perché sono ancora in azione gli opposti clericalismi: quello dei Ruini, nostalgici di un potere clericale e quello dei laicisti, fermi all’800, tra la religione oppio dei popoli e la pretesa del pensiero unico di una illuminata borghesia massonica.

Ha scritto bene su Repubblica Alberto Melloni: “in questa Italia le comunità cristiane e i cristiani possono solo decidere tra due modi di stare sulla scena pubblica: o trovare il modo di contribuire a dividere la società (e per chi fa politica i propri partiti) in nome di un diritto alla visibilità o di una visibilità dei diritti; o trovare il modo di unificare la società (e dunque anche i partiti) a partire dalle attese della povera gente” Ci metto un bel like, ma questo compito deve anche essere chiaro a noi del PD, avvitati in una battaglia parlamentare su un tema simbolico , l’adozione, che oscura il grande risultato di una civile legge sui diritti civili e divide inutilmente l’opinione pubblica.

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Dove uomini o partiti non hanno idee o per idee si spacciano affocamenti di piccole passioni, urti di piccolo interessi, barbagli di piccoli vantaggi, dove si baratta per genio l’abilità e per abilità qualcosa di peggio — Giosuè Carducci




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