UN APPRODO VITALE A RISCHIO L’alternanza di fronte al partito della nazione

Pubblicato il 24 marzo 2016, da Cattolici e società

Intervento alla tavola rotonda della Fondazione Ispirazione, con Dino Boffo, ex direttore de L’Avvenire e Simone Bressan, The right Nation, Treviso 21 marzo 2016

 Sono stato invitato ad una iniziativa politica organizzata da Dino Boffo, l’ex direttore di Avvenire, per parlare delle prospettive politiche alla luce delle novità della legge elettorale. La tesi che trovo abbastanza singolare  che era al centro dell’iniziativa era che in sostanza con la nuova legge elettorale verrebbe meno il valore dell’alternanza alla guida del paese. Mi è stato facile replicare che non è la legge elettorale ma semmai il dissolvimento della stagione berlusconiana che in questo momento non offre una alternativa di una destra di governo. Il confronto è stato comunque interessante. Anche la piccola associazione che l’ha organizzata fa parte di quel mondo di area cattolica che è rimasto senza riferimenti, a cui bisogna saper offrire  una proposta

Trovo convincente l’affermazione di Dino Boffo che, quando riesamineremo tra qualche tempo le vicende di questi ultimo quarto di secolo, troveremo che è stato un periodo in cui l’Italia ha imparato a vivere politicamente senza argini obbligati.

In effetti fino alla caduta del Muro di Berlino, con quello che ha significato per la geopolitica a livello planetario, è stata quella tra libertà e comunismo a livello interno e tra oriente ed Occidente a livello internazionale. Ci sarebbe la necessità di andare oltre la semplificazione di comodo, perché anche nella frattura libertà/comunismo c’è una specificità italiana costituita comunque dal comune fondamento costituzionale che ha coinvolto fin dall’inizio il Partito Comunista e di una competizione che è comunque avvenuta sul piano di un anticomunismo democratico (definizione di Pietro Scoppola).

Con la caduta del Muro e l’esplodere dello scandalo di Mani Pulite che ha portato ad una generale delegittimazione dei partiti, in particolare quelli di governo, c’è stata una forte spinta all’invenzione ed all’innovazione politica, in tutti i campi dello schieramento politico. C’è l’invenzione di Berlusconi: con la sua discesa in campo (e la retorica che l’ha accompagnata) il Cavaliere intuisce la necessità di dare una prospettiva ad una larga fascia elettorale che votava DC per abitudine e si trovava improvvisamente senza riferimenti. Sdogana la destra italiana, dimostra che l’anticomunismo era una merce che non riguardava solo il passato ma era ancora pienamente spendibile sul mercato elettorale, tuttavia tentando di offrire l’idea di una discontinuità rispetto al passato con l’idea di un moderno partito liberale.boffo

A sinistra si sviluppa un eguale processo innovativo: il PCI deve fare i conti con la storia, capisce che deve anch’esso dare un segno almeno formale di rottura con il passato. La parte del cattolicesimo democratico che era stata in parte dentro ed in parte fuori la DC pure deve trovare nuovi riferimenti. Nasce l’Ulivo, che è un offerta politica che smuove interesse anche oltre i confini dei partiti tradizionali, con la figura trasversale di Romano Prodi, con un processo che arriverà al Partito Democratico. Poi c’è la Lega al Nord: si muove dal territorio con l’idea di una rappresentanza di interessi localizzati al Nord, ma sposa anche le prime pulsioni populistiche che poi altri rappresenteranno.

Come ho scritto in altre occasioni questo resta però un processo incompiuto. A destra il disegno di Berlusconi si ripiega su una oggettivo deficit di capacità riformatrice, su interessi personali da tutelare che alterano l’agenda politica, sull’incapacità di creare un moderno partito liberale di massa. A sinistra pure si perde l’occasione della spinta riformatrice: i governi Prodi sempre con una base parlamentare troppo scarsa, un eccesso di continuismo, fino allo spegnersi dalla grande intuizione veltroniana. La Lega non riesce a dare alcuna espressione concreta al nucleo aggregante di un vasto elettorato al Nord, la partita persa del federalismo, parola scomparsa dal lessico politico attuale.

La conseguenza: l’idea di costruire un maturo sistema bipolare tra Ulivo e Casa a Polo delle Libertà non trova realizzazione e porta alla caduta di molte illusioni a destra e a sinistra, con un ulteriore allontanamento degli elettori dall’offerta politica disponibile.

Una crisi globale

Alla caduta dei processi innovativi promessi dalla “seconda repubblica” bisogna aggiungere poi la grande crisi economica, politica e sociale che ha coinvolto tutto il mondo occidentale, grande crisi che coinvolge la crisi delle forme fin qui conosciute di assetto democratico. In breve:

a) l’esaurimento del grande compromesso socialdemocratico che ha governato i processi da metà degli anni ’50 al nuovo secolo. Il welfare come espressione del compromesso: intensi ritmi di crescita con una redistribuzione accettabile della ricchezza, un sistema di tutele sociali, l’accesso ai ben di consumo come motore della crescita, una vitalità democratica affidata a grandi strutture sociali, ecc.

b) l’asse tradizionale destra/sinistra non perde di significato, ma non esaurisce il contenuto di proposta politica. Se guardiamo ai movimenti nuovi che si nutrono della crisi dei partiti tradizionali non è del tutto semplice inquadrarli nei confini tradizionali. In Italia M5S su alcuni temi raccoglie l’eredità (culturale ed elettorale) di forze di sinistra, ma è ampiamente votata a destra e su alcuni temi si rivolge esplicitamente ad elettorato di destra. Podemos in Spagna è forza di sinistra secondo le classificazioni tradizionali, e tuttavia ad esempio appoggia di fatto il separatismo catalano. Perfino Trump o L’alternativa per la Germania usano linguaggio di destra estrema, ma se poi si va a vedere i contenuti programmatici ci accorgiamo che la cosa è più complessa. Forse si sta realizzando una frattura che potremmo definire tra alto e basso: chi pensa a misurarsi con le sfide di un mondo globalizzato, e vorrebbe una democrazia più matura a quel livello (potremmo riprendere il tema della glocalità) e chi è suggestionato da un nuovo nazionalismo, che rifiuta i temi della globalizzazione, e questo vale per forze tradizionalmente a destra (vedi il lepenismo) e per forze a sinistra (Podemos, Syritza, Corbyn, Sanders, ecc.)

c) infine c’è una crisi potente delle forme possibili della democrazia. I partiti sono ovunque in crisi (e se ne parla ma non si traggono tutte le conseguenze) ma qui rischiamo di passare direttamente da una democrazia senza partiti (il 50% degli italiani pensa che la democrazia potrebbe funzionale senza partiti) ad una democrazia senza popolo. Se la prima ipotesi può sembrare accattivante, ma l’esperienza anche di M5S dimostra che è una illusione di prospettiva, la seconda sarebbe certamente la distorsione di un processo da forma democratica a forma autoritaria.

Comuni senza schemi nazionali

Del resto che sia difficile giudicare secondo le vecchie categorie ce lo dimostra la situazione con cui si sta andando alle elezioni amministrative nelle due capitali italiane quella legale Roma e quella morale Milano. A Milano le tre candidature principali (Sala, Parisi, Passera) sono perfettamente sovrapponibili, avrebbero potuto essere indifferentemente essere candidati dal centrodestra e dal centrosinistra: stessa storia (esperienze di tipo manageriale) senza collocazione che potremmo dire di centro, stessa appartenenza sociale la buona borghesia), sostanziale estraneità ad una formazione dentro i partiti. E la difficoltà ad esprime una candidatura all’altezza del consenso raccolto da parte dei grillini è lì a dimostrare che l’illusione di un movimento senza una ossatura di tipo partitico non riesce a esprimere una leadership adeguata sul territorio.

A Roma Meloni e Salvini scelgono di perdere le chances di vittoria dividendosi da Berlusconi, pensando di aprire una nuova partita nazionale. Simbolicamente chiudendo un arco temporale che ha segnato la storia politica del paese: a Roma nasce lo spazio politico del centrodestra con la dichiarazione di Berlusconi che avrebbe votato Fini, sdoganando il post fascismo. A Roma finisce la leadership di Berlusconi con la dichiarazione della Meloni “mai stata fascista” e con la dichiarazione di voto a favore di Raggi M5S. Che è importante perché segnala che l’elettorato di destra ad un eventuale ballottaggio voterebbe certamente M5S: non è la Meloni che traccia il solco (per stare alla terminologia fascista che le era cara), si limiterebbe a seguire l’elettorato.

Partito della Nazione, fine dell’alternanza?

Non condivido invece il timore di Boffo che la prospettiva del cosiddetto Partito della Nazione unita all’Italicum impedirebbe una corretta alternativa nel sistema democratico italiano.

Premetto: non sono un enfatizzatore dei sistemi elettorali, anzi ritengo che sia stato un grave errore avere inseguito in questi anni l’idea che la debolezza della politica possa essere corretta con l’ingegneria elettorale. Ce lo insegna l’esperienza di questi anni, il tentativo di creare un sistema sostanzialmente bipolare non ha avuto esito. Perchè la legge elettorale può aiutare una evoluzione, ma non può creare un soggetto politico se non è nella testa e nel cuore degli elettori: così le leggi elettorali possono obbligare a creare delle coalizioni o anche a presentarsi in una unica lista, ma questi soggetti, se non sono veri, si sfasciano alla prova del governo o dell’opposizione qundo vuole diventare propositiva.

Ora cosa sia il Partito della Nazione non lo sa nessuno. Per il momento è stata una evocazione di Renzi, mai più sviluppata. E’ una parola usata correttamente da un politico ed intellettuale di vaglia come Alfredo Reichlin, usata probabilmente in un senso diverso da Renzi. Comunque: quella cosa che potremmo chiamare un Partito della nazione non è un partito unico. Non è altro che quel partito a vocazione maggioritaria che aveva proposto con ricchezza di argomentazione Walter Veltroni al momento della nascita del PD e della sua definizione. Potemmo usare le parole di un grande costituzionalista come Vezio Crisafulli, quando ricordava che i partiti, così come previsti dall’art. 49 della Costituzione (Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale) sono “portatori di altrettante diverse concezioni dell’interesse generale, il cui ruolo consiste nel decantare l’immediatezza degli interessi particolari commisurandoli alla stregua di una interpretazione dell’interesse generale”.

Il problema non è il presunto Partito della Nazione. Il punto è che Renzi sta costruendo una prospettiva politica che prende atto del fallimento dell’esperienza della seconda repubblica. A destra non c’è nessuna costruzione, se non il disfacimento del berlusconismo e tentativi di costruzione di un polo populista sul modello lepenista.

Cosa mette in campo Renzi? Il tradizionale nucleo di una sinistra democratica e riformatrice, sostanzialmente l’imprinting dell’Ulivo, portando alla prova del governo questa impostazione: dire e fare le cose. A cui aggiunge due cose: una offerta politica ad un elettorato tradizionalmente centrista, che sceglie volta per volta, orfano della crisi del berlusconismo, a cui piace veder fare le cose. Poi un linguaggio moderno, non esente da venature populiste, spicce, perché è appunto il linguaggio della modernità in politica: così la rottamazione, una critica all’Europa della burocrazia, la ripetuta affermazione (più nelle parole che nei fatti) di una discontinuità totale rispetto al passato, ecc.

Non sarà l’Italicum ad impedire l’alternanza. Questo processo politico sarebbe realizzabile anche a legge elettorale vigente che, eliminato il Senato elettivo, garantirebbe comunque alla Camera un premio elettorale ben più elevato di quello che garantirebbe l’Italicum alla lista vincente.

Siccome in politica il vuoto non esiste mai troppo a lungo qualcosa riempirà quel vuoto a destra. Se solo un movimento populista, che recupererà un po’ di voti che vanno ai cinque stelle o una destra più competitiva con Renzi sulla governabilità dipenderà dall’iniziativa politica. Certo in un sistema che è almeno tripolare impostazioni maggioritarie con il doppio turno finiscono per escludere una parte politica ed allontanano dal voto parti importanti dell’elettorato al ballottaggio. E semmai questo è il problema.

Cattolici costruttori di ponti

Infine Boffo pone il tema del ruolo che potranno avere i cattolici. Gli “autoconvocati” del Circo Massimo, il Family Day in occasione del dibattito sulle unioni civili, potranno diventare un soggetto politico? E in quale forma, un partito o un movimento capace di essere decisivo negli orientamenti dell’opinione pubblica?

Penso che si debba sempre guardare con attenzione ai movimenti di popolo, specie quando il popolo si muove spontaneamente, senza organizzazioni alle spalle. Però dico francamente quello che penso. Molte delle parole d’ordine usate in quella occasione appartengono ad un passato che già molti danni ha procurato al mondo cattolico. Sostanzialmente uno scambio ineguale in cui i cattolici chiedono leggi che in alcuni settori rispondano alla propria visione della vita (bioetica, matrimonio, ecc.) offrendo in cambio un appoggio elettorale a forze che trascurano tutto il resto. Un rapporto strumentale e lobbistico che fa male alla Chiesa, svilisce valori importanti ed oltretutto come abbiamo visto non ottiene alcun risultato. Che fine ha fatto la legge sul fine vita? O una legislazione sulla famiglia, ecc. tutte cose promesse nella stagione ruiniana e mai ottenute?

La strada non è questa. Anche in occasione del recente dibattito sulle Unioni Civili abbiamo visto il rischio di un dibattito ottocentesco prigioniero di due opposti clericalismi. Da un lato una idea a senso unico di famiglia, con la pretesa che la legge riconosca solo quella. Dall’altro l’idea che ogni desiderio individuale debba essere riconosciuto dalla legge. Ed è segno di una incredibile insufficienza di pensiero che la sinistra sposi questa impostazione antropologica, in contraddizione con tutta la propria storia. Che è quella di collocare i diritti individuali insieme ai doveri verso la società, con un bilanciamento dei diritti di tutte le parti in causa. E difatti pensatori di impianto laico

come Tronti, Vacca, Bodei, Schiavone, recentemente Magris, richiamano la necessità di ragionare sul concetto di limite, una nuova antropologia che faccia i conti con le nuove potenzialità della tecnologia. Ed il rischio di far nascere nella società una inedita diseguaglianza di accesso ai diritti. La tecnologia consente la manipolazione delle sorgenti della vita, la procreazione senza atto sessuale, fino ai confini della clonazione. Le possibilità di una umanità rafforzata, di un cervello con memorie esterne, di un prolungamento artificiale della vita, ecc. naturalmente per chi avrà le risorse finanziarie per accedervi. Abbiamo imparato dalla discussione sull’utero in affitto che accedere a questa tecnica, scegliendo da cataloghi di ditte americane, costa tra i tre e i quattrocentomila euro. Non volere fare i conti con questa nuova realtà immaginando che tutto ciò che è possibile sia dovuto, senza un bilanciamento di tutti gli interessi in gioco e una tutela pubblica degli interessi più deboli è davvero un azzardo. Servono perciò non contrapposizioni ma alleanze tra i pensieri, quello cattolico, quello laico, di tutti gli uomini pensosi del futuro. E la Dottrina Sociale della Chiesa ha molto da dare. Pensiamo alla preoccupazione che nei primi anni ’60, di fronte al primo insorgere della globalizzazione, Paolo VI manifestava sottolineando che c’era nel mondo una mancanza di pensiero, capace di comprendere e guidar ei nuovi fenomeni. O le affermazioni di Giovanni Paolo II “l’uomo prima del lavoro, il lavoro prima del capitale” indicando la necessità di una nuova antropologia del lavoro e dell’economia, fino alle ultime encicliche di Benedetto e Francesco, che sono, ad avviso di molti pensatori anche non cattolici, tra le più compiute elaborazioni concettuali sul tema di nuovi modelli di sviluppo per l’intera umanità.

Questo è il contributo che può dare il pensiero cattolico al bene del nostro paese, ponti con tutti gli uomini di buona volontà piuttosto che chiusure in superba autosufficienza.

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