Padova, mura e muri

Pubblicato il 26 gennaio 2018, da Realtà padovana

Padova città delle Mura. Che ne hanno segnato forma, storia, destino. Una testimonianza importante per il presente, anche grazie alla meritoria attività del Comitato Mura, che ne ha promosso lo studio, la conoscenza e perciò la tutela.

Diventiamo anche la città dei Muri? C’è stato quello famoso di via Anelli. Un muro per dividere la città dei residenti dalla città del malaffare. Perciò un muro che difendendola ha unito la comunità. Un intervento del sindaco Zanonato, anche criticato da chi non conosceva la realtà di quel pezzo di città, ma simbolo anche della volontà di usare tutti i mezzi per assicurare la serenità della convivenza. Non risolutivo ma dimostrativo della volontà di un amministratore responsabile nel dotarsi di tutti gli strumenti possibili per assicurare la serenità della convivenza.

Ora il Muro di Senna. Abbattuto. Non so i motivi per cui il Comune abbia deciso di abbattere un immobile in piazza De Gasperi. Forse avrebbe potuto essere un punto di rivitalizzazione della piazza, ospitando associazioni culturali, musicali, letterarie, ecc. Ce ne sono tante in città alla ricerca di una sede per le proprie attività. I problemi nascono sempre nel vuoto di funzioni, non nella loro ricchezza. Ci saranno senz’altro stati dei problemi ragionevoli che non conosco…

Si è abbattuto anche il muro che ospitava un’opera di street art, opera collettiva di artisti di più paesi. Un capolavoro? No, però una testimonianza. Sono opere per loro natura transitorie, però sarebbe valsa la pena di conservarla. Organizzando attorno a quest’opera simbolica una valorizzazione della piazza come richiedevano i residenti. Perché ritraeva un personaggio come Ayrton Senna che ha significato molto nell’immaginario collettivo.

Una figura mitica per i suoi successi sportivi e per la tragicità della sua morte. Vogliamo ricordare le parole di Lucio Dalla nella sua bella canzone Ayrton? “E come uomo io ci ho messo degli anni/ a capire che la colpa era anche mia /a capire che ero stato un poco anch’io /e ho capito che era tutto finto/ho capito che un vincitore vale quanto un vinto /ho capito che la gente amava me… ho deciso che toccava forse a me /e ho capito che Dio mi aveva dato/ il potere di far tornare indietro il mondo /rimbalzando nella curva insieme a me /mi ha detto “chiudi gli occhi e riposa” /e io ho chiuso gli occhi. /Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota e corro veloce per la mia strada”.

Si abbatte perciò un simbolo che ha significato qualcosa. La vicenda però offre l’occasione di una riflessione sulla responsabilità degli amministratori. Che hanno certamente il dovere di ascoltare i cittadini, ma non sempre di accettarne le richieste. I cittadini segnalano un problema (in questo caso la cattiva frequentazione della piazza), possono individuare una soluzione che a loro sembra necessaria. Tocca però all’amministratore previdente valutarla, considerare tutti gli interessi in gioco e decidere, risolvendo magari il problema in altro modo. In questo caso contemperando la domanda dei cittadini con il mantenimento di una testimonianza. Attorno a quel murales si poteva riorganizzare un percorso nella piazza: da vuoto ad un pieno di funzioni e di ricostruzione anche estetica.

È prevalsa la linea semplificatoria. Abbattiamo e facciamo contenti i residenti. Quanti e quali? Perché poi dopo l’abbattimento si scopre che si poteva farne a meno. L’assessore Colasio si è battuto per farlo comprendere. Invano, perché ormai siamo troppo frequentemente alla politica del like. Si decide per quello che sembra al momento popolare. Si fa così quando è un po’ carente una visione generale della città. Di ciò che crea convivenza. Un piccolo episodio in sé, che però qualcosa può insegnare…

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Dove uomini o partiti non hanno idee o per idee si spacciano affocamenti di piccole passioni, urti di piccolo interessi, barbagli di piccoli vantaggi, dove si baratta per genio l’abilità e per abilità qualcosa di peggio — Giosuè Carducci




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