Fake democrazia e dovere della realtà

Pubblicato il 13 marzo 2018, da Pd e dintorni,Politica Italiana

La fake democrazia prevede che chi è arrivato primo (gli uni si ritengono primi perché sono il primo partito, gli altri perché sono la prima coalizione) abbia il diritto di governare. Ma la Costituzione (che non si è voluta assolutamente cambiare) dice un’altra cosa. Il Governo lo fa chi può dimostrare di avere una maggioranza in Parlamento e supera la prova della fiducia nelle due Camere (restate due sempre perché la Costituzione non andava cambiata).

Assistiamo a questo spettacolo (sostenuto anche da qualche opinionista, di quelli sempre pronti a soccorrere la causa del vincitore) per cui a seconda delle preferenze il PD dovrebbe sostenere un governo 5 stelle o leghista.

Strana democrazia quella in cui due “vincitori” senza aver avuto i voti della maggioranza dei cittadini e neppure quella del Parlamento pretendono che il terzo partito sostenga un loro governo. Naturalmente dichiarando che non vogliono “minestroni” o “inciuci” o trattative come nella prima Repubblica. Cioè il PD dovrebbe far finta di non vedere le enormi e radicali diversità programmatiche, culturali prima che politiche, ed appoggiare un governo purchessia. Tanto per pensare al Veneto dovremmo giustificare di vedere Bitonci ministro con i voti degli elettori del PD.

La maggioranza più vicina, a vedere i programmi elettorali, sarebbe quella M5S/Lega. Molte idee in comune sull’Europa, sulle tasse, sull’immigrazione, sulle pensioni. Governino se ne sono capaci e se sono capaci di farlo mantenendo le smodate promesse fatte. Paghino il prezzo del mandato ricevuto. Certo, una cosa difficile per due motivi almeno. Che governare vuol dire svergognarsi nella impossibilità di mantenere le promesse e vuol dire anche far emergere le mille contraddizioni. Perché la Lega è diversa da Forza Italia e i cinque stelle hanno altrettante divisioni, nascoste dal dominio aziendalistico ma che poi emergono alla prova del Governo, come a Torino sulle Olimpiadi, per non parlare di Roma.

Consiglierei poi di dare un’occhiatina alle tabelline elettorali presentate da Ilvo Diamanti. Si può capire dove è stata fatta la differenza dai 5 stelle. Non al Nord Ovest dove sono stabili, non al Nord Est dove hanno perso un punto. Sostanzialmente stabili al centro, l’incremento è tutto dovuto al Centro Sud (+6,6) e al Sud e Isole, con uno straordinario +20,1%. Lascio stare la facile polemica che quando voti di questa entità li prendeva nella prima Repubblica la DC o nella seconda Forza Italia si tirava in ballo la mafia ed il voto di scambio, argomentazione scomparsa. Resta che è un voto che è una potente spinta ad una concezione assistenziale della politica.

Spetta a queste due forze mettersi d’accordo in primis. Non lo possono o non lo sanno fare? Hanno il dovere di fare allora delle proposte diverse, che siano accettabili per contenuti programmatici e credibilità del personale politico. Nel 1983 la DC subì una grave sconfitta scendendo al 32% (un numero che allora significava sconfitta, oggi vittoria). Un Governo fu fatto, ma la guida del Governo passò ai socialisti di Craxi che avevano l’11% e il PCI di Berlinguer restò all’opposizione con il 29%…

Condivido la scelta chiara del PD: stare all’opposizione, senza paura. Spetta ad altri. Bisogna però essere attenti a due questioni.

La prima è presentare al paese una motivazione forte e comprensibile. Siamo in grado di capire che quelle finora presentate valgono per l’opinione interna più che per quella esterna. Non è un argomento dire non possiamo far il governo insieme perché ci hanno insultati in campagna elettorale e neppure non possiamo farlo se no il PD sparirebbe. Di fronte ad un Di Maio o un Salvini che sbandierano che bisogna prima pensare agli interessi degli italiani non è un gran che come argomentazione. Così come non è un argomento a contrario quello usato dai sostenitori di un PD portatore d’acqua ai pentastellati: avete pur governato con Verdini, che problema avete ora? Solo un fazioso non apprezza la differenza: i voti di Verdini sono venuti sul programma del PD, in continuità con gli impegni programmatici assunti con gli elettori e con il Parlamento.

Attenzione però, oggi è facile dire di no, basta ben argomentare questo no, ma non è detto che sarà sempre così. È meglio essere fin d’ora preparati a quando un no potrà essere più complicato: dopo qualche mese di inconcludenza, magari con lo spread alle stelle, magari con appelli di Mattarella. Il no dovrebbe per me restare, ma non può più essere un no di principio. Anche perché per stare all’opposizione occorre che ci sia una maggioranza. Dovremmo presentare al paese le condizioni irrinunciabili anche per un appoggio esterno. Condizioni comprensibili. Ad esempio: una netta scelta europeistica, una politica fiscale equa, lo jus soli come scelta di civiltà (qui i voti li abbiamo già persi), revisione del sistema pensionistico con criteri di sostenibilità per difendere le giovani generazioni, riconoscimento della validità del reddito di inclusione, da rafforzare, invece che insostenibili redditi di cittadinanza, ecc. Occorre che sia chiaro che se il governo non si farà non sarà per puntigli politicistici del PD ma perché le idee di 5 stelle e Lega non hanno avuto i voti degli italiani sufficienti a governare.

Si andrà al voto? Se non c’è altra soluzione credibile bisogna anche affrontare questa emergenza. Se saremo chiari con il paese non è detto che il voto debba ancora punire il PD.

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1 commento

  1. Mario
    13 marzo 2018

    Perfettamente d’accordo. Certo non serve il mio parere, ma te lo scrivo ugualmente.


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