Il PD ed i cittadini liberi e forti

Pubblicato il 30 agosto 2018, da Pd e dintorni,Relazioni e interventi

Il PD di Cadoneghe nell’ambito della festa dell’Unità del luglio scorso mi ha invitato ad un confronto con il segretario del PD Vittorio Ivis sulle prospettive del PD. Tema arduo, e da allora ancora più complicato. Contemporaneamente si può meglio valutare la deriva pericolosa impressa al paese dal governo gialloverde, ma anche una ancora insufficiente reazione del PD. Che non ha solo un problema di leadership, ha un più ampio problema di missione, come qui cerco di argomentare. Sto sulle generali, i dettagli operativi spetterebbero a chi ha la responsabilità di dirigere il nostro partito

 

Trovo interessante la scelta dei dirigenti del PD di Cadoneghe di mettere a confronto due generazioni di democratici. La mia, con una storia precedente in altri partiti, che ha condiviso la responsabilità del traghettare il “vecchio” nella costruzione del nuovo soggetto politico e quella del segretario provinciale Vittorio Ivis, che è un nativo democratico.

Così lontani, eppure mi verrebbe dire anche così vicini. Non solo ovviamente per la militanza nello stesso partito, ma perché è capitato anche a me più o meno alla stessa età di Vittorio di avere la responsabilità provinciale di un partito. Era una “ditta” molto diversa, si chiamava Democrazia Cristiana, ed era un partito che gestiva molto potere e aveva una struttura tanto distante dall’attuale PD: più di duecento sezioni, 40.000 iscritti, il governo di quasi tutti i comuni della provincia (Cadoneghe era una delle poche eccezioni). Una struttura molto più complessa, con una robusta vivacità di dibattito, anche di contrapposizioni. Sotto un profilo più difficile da governare, sotto un altro più semplice: perché era chiara la direzione di marcia, il senso di appartenenza, la robustezza dell’iniziativa. La rotta la si sapeva, oggi invece non si tratta solo di amministrare il presente, ma va ridefinita l’identità, la missione, la prospettiva e l’insediamento sociale.

Bisogna impegnarsi in questa opera di ricostruzione, senza scoraggiarsi. A volte uso parole molto aspre nei confronti della dirigenza del mio partito. Vorrei che si capisse che non è per superficiale incomprensione delle difficoltà che si devono affrontare, della complessità della sfida. È perché ancora mi indigno. Per la mia generazione la costruzione del PD è stata una sfida che ha accompagnato una parte importante della nostra vita, abbiamo rinunciato ad appartenenze, amicizie, sicurezze. Abbiamo rischiato senza sapere bene quale fosse l’esito. Abbiamo faticato molto per superare resistenze, consuetudini, linguaggi obsoleti. Non mi spaventano, e le comprendo, le difficoltà. Mi indigna piuttosto quella che a me sembra troppo spesso una mancata reazione, una mancata consapevolezza della natura della crisi. Un accontentarsi di essere al vertice senza nulla fare per fermare il declino.

Se mi guardo intorno vedo tanti che mancano. Non solo di importanti. Con Flavio Zanonato e Piero Ruzzante ho fatto tante cose per il PD, abbiamo vinto sfide elettorali difficili. Penso che abbiano sbagliato ad andarsene, ma il fatto è che il PD si è impoverito. Ma penso soprattutto ai tanti militanti di base, che sono state le gambe su cui ha camminato impetuosamente il progetto del Partito Democratico, che silenziosamente se ne sono andati: perché non sono stati più convinti, perché non hanno condiviso, perché in fondo nessuno li ha più cercati. E mi sembra che tra i dirigenti pochi si siano preoccupati di questa diaspora silenziosa.

Magari era il tempo del renzismo trionfante e pensavano di non aver bisogno di nessuno. Mi vengono in mente le parole di Aldo Moro, quando era ai vertici di un grande partito, con molti consensi e molto potere. Anche lui era in un momento trionfante, eppure ricordò ad un congresso della Democrazia Cristiana: “i democratici cristiani sono tutti necessari”. Poteva essere un espediente retorico, ma non lo era. Si capiva che la presa della DC nel paese era affidata anche ad un multiforme modo di essere e di proporsi e che era questa capacità a tenere insieme anche i diversi a fare grande il partito.

Oggi non ho incarichi e responsabilità di partito, sono un militante di base. Cerco di dare un qualche contributo di idee senza attendere che mi vengano richieste. L’ultima iniziativa politica l’ho presa nel 2015, partecipando all’iniziativa di Praglia promossa tra gli altri da Giorgio Santini. Si chiamava  “Rigenerare il PD”. Mi sembra che avessimo capito quel che stava succedendo. Se si ha la pazienza di rileggere la mia relazione introduttiva  al convegno si possono trovare tanti spunti che a me sembrano ancora validi. Solo che il tempo è passato ed è divenuto ancora più difficile, Ma appunto allora c’era il renzismo trionfante, l’iniziativa venne vista con fastidio e sufficienza dai dirigenti provinciali, dai capi renziani. Non se ne capirono le opportunità che apriva. Non bisognava disturbare i manovratori. Veniva classificata come una iniziativa di corrente, magari di chi esprimeva il passato. Così è finita. Non abbiamo disturbato la quiete. E forse abbiamo sbagliato a non dare battaglia.

E adesso? Non rinchiudiamoci in una idea angusta che il problema del PD sia un problema solo di leadership. Contro Renzi o pro Renzi. Certo c’è una diversità di giudizio sulla stagione renziana. Che è stata (paradosso della rottamazione) una stagione molto lunga, che nasce nel 2009 con le primarie per il Sindaco di Firenze, vinte sconfiggendo tutti gli apparati, passa per mille giorni di governo ed una ancora più lunga segreteria nazionale del PD. Dura 9 anni. Non entro del merito, sottolineo solo che purtroppo troppo spesso la divisione avviene sul passato e non sull’invenzione del futuro: tra i difensori del mito della gloriosa ditta e i difensori di un giovanilismo senza sufficiente fondamento culturale. Invece dobbiamo avere una convinzione per essere attori consapevoli del possibile futuro: il PD non ha una semplice crisi di leadership. Anche questa c’è: perché Renzi è diventato inviso ad una grande parte di italiani, eppure resta ancora una mente politica e non è nato in questi mesi un leader alternativo, capace di ri-motivare il popolo del PD, anche oltre i confini del PD.

Però la vera crisi è una crisi di missione e di progetto: che ci sta a fare il PD nello scenario politico italiano? Quali valori ed interessi vuole rappresentare, quale futuro prospetta, quali ricette propone, ricette di futuro, perché tutto è cambiato nei sentimenti profondi del popolo italiano.

Darei un suggerimento. Di fronte a difficoltà così profonde possiamo cercare di farsi ispirare dai grandi. Trovare incoraggiamento nel pensiero di chi ha dovuto affrontare pari difficoltà. Poi ogni tempo ha le sue soluzioni, però potremmo sentirci meno soli se abbiamo la pazienza di studiare il passato e sentire più vicini i grandi che hanno fatto grande il nostro paese.

Ecco le parole di Aldo Moro nell’ultimo discorso ai gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana il 28 febbraio del 1978. Qualche giorno dopo sarebbe stato rapito dalle Brigate Rosse, con lo sterminio della sua scorta. C’era un passaggio impervio da affrontare: convincere un gruppo parlamentare attraversato da dubbi e riluttanze ad affrontare un nuovo percorso di intesa con il nemico storico, il Partito Comunista italiano. Chi ha voglia lo vada a rileggere il discorso di Moro perché è di alto livello politico e morale. O meglio  riascoltarlo perchè anche dalla inflessione della voce si capisce la passione civile che lo animaTra le altre cose Moro dice di guardare con consapevolezze al passaggio epocale. Sono “gli interrogativi più gravi ad essere più ricchi di futuro” Imprimiamocele in mente queste parole: nello smarrimento della società italiana del presente dobbiamo saper leggere la domanda di futuro. E Moro lascia cadere un giudizio folgorante sulla società italiana di allora che è la rappresentazione perfetta dell’Italia di oggi: “questo paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili”. Non sono solo i ponti che crollano, sono le strutture portanti della vita democratica, dei luoghi di formazione delle generazioni future, dei saperi per governare la complessità dello Stato. E le passionalità che si sostituiscono ad un pensiero razionale, ad una comprensione di ciò che accade.

Enrico Berlinguer si trova pure ad affrontare un passaggio difficile, ridare una missione al Partito Comunista, dentro il fallimento ormai evidente dell’Unione Sovietica, l’esplodere della violenza brigatista, un sistema bloccato che non permette a nessuno di tirarsi fuori. Anche lui prepara il passaggio difficile dell’intesa con la DC, di fronte a quella che giustamente ritiene una emergenza democratica. Noi padovani lo ricordiamo anche per il suo ultimo drammatico discorso tenuto a Padova.  Ma così parla nel 1977 agli operai lombardi del PCI: “in questi problemi noi siamo impegnati fino in fondo, anzi vorrei dire che in essi siamo immersi, ma da essi non dobbiamo farci sommergere. Noi dobbiamo tenere la testa sopra il pelo dell’acqua, per continuare a pensare, a ragionare, a guardare lontano, a staccarci dalle vecchie rive e approdare a lidi nuovi”. Ecco, non siamo l’unica generazione politica che ha dovuto reinventarsi la propria missione, anche questo dobbiamo ricordare per non essere autocentrati. Tra le debolezze della rottamazione c’è anche aver trasmesso una idea di una inutilità della storia, di un presentismo superficiale.

Ritornando al discorso di Moro: “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo, andiamo a quello di domani tutti saremmo d’accordo. Ma non è possibile: oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità, oggi è il nostro tempo”. Ed è singolare come queste parole che vengano da lontano, da un uomo che aveva gestito molto potere, che quando parlava così aveva sostanzialmente solo il potere della creatività politica, della sua personale credibilità: non era ministro, non era segretario del partito, che queste parole siano così vicine al grido rivolto alla società americana dalla diciasettenne Emma Gonzalez, nel rivolgere parole indignate al Presidente Trump, protettore della lobby delle armi, durante la grande manifestazione studentesca dopo l’eccidio del liceo Parklend:

“The time is now”. E qui potete sentire le sue parole Ora è il tempo della reazione, dell’iniziativa, di una indignazione costruttiva. Anche per noi questo è il tempo. Il governo gialloverde non è un governo qualsiasi, è un governo che intende corrodere (per disegno consapevole o per incompetenza) l’assetto democratico del paese.

Penso ci sia chiara la situazione: un popolo disperso ed impaurito, prigioniero di paure, rancori, pessimismi che si affida (è già successo nella storia con esiti nefasti) agli imprenditori della paura, ai semplificatori, a chi deresponsabilizza i doveri individuali: la colpa è sempre di altri, delle caste, dei sapienti, dell’Europa, dei negri, dei comunisti, e perciò del PD che li rappresenta tutti.

Qual è l’impresa per il PD? Convincere la maggioranza degli italiani di passare dalla rabbia al progetto, dal rancore alla coraggiosa visione di futuro. Attorno ai valori che restano validi di una generosa convivenza civile. L’odio ed il disprezzo, l’illusione di salvarsi da soli generano solo lo sfaldamento ulteriore della società italiana. Un paese che sta diventando ininfluente nello scenario internazionale, il paese che cresce meno nel mondo occidentale, nonostante un apparato produttivo che sta cercando di affrontare le sfide della modernità.

Un popolo disperso, che si rassegna all’illusione. Mi vengono in mente le parole del coro nell’atto terzo dell’Adelchi manzoniano (faccio parte della generazione di scolari obbligata ad imparare a memoria i testi dei grandi poeti…): “Un volgo disperso repente si desta; / Intende l’orecchio, solleva la testa / Percosso da novo crescente romor. / Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti, / Qual raggio di sole da nuvoli folti, / Traluce de’ padri la fiera virtù”. Possiamo dire che questa sarebbe la missione del PD: riunire quel popolo disperso attorno ad un progetto per la società italiana, ridargli dignità e fierezza attorno ai grandi valori del progressismo.

Ancora una volta la storia ci insegna qualcosa. Quando Luigi Sturzo, nell’Italia segnata dalla Grande Guerra vinta militarmente ma incapace di costruire una grande pace sociale, deve misurarsi con l’impresa di riunire un “volgo disperso”, quello di un mondo cattolico fino ad allora rimasto marginale nella vita politica italiana, a chi si appella? Non al clericalismo, non ad una angusta visione degli interessi materiali della Chiesa italiana. Il 19 gennaio del 1919 rivolge

L'”Appello ai liberi e forti”

appello al paese, fondando il Partito Popolare Italiano. A chi si rivolge? Si rivolge “a tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono il dovere di cooperare ai fini supremi della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e di libertà”.

Anche noi, senza scoraggiarsi, nel presente dobbiamo fare appello agli italiani, che vogliono essere liberi e forti. Ce ne sono tanti, non lasciamoci anche noi disorientare dalla propaganda giallo verde. Ci sono, hanno un consenso robusto per il momento, ma c’è anche un’altra Italia, dei liberi e forti, appunto. Solo che è senza una rappresentanza, è appunto un popolo disperso in attesa. Non tutto dipenderà del PD, ma il PD deve e può fare la sua parte. Non spetta a me agire in nome e per conto del PD, tocca ai suoi dirigenti dimostrare, anche nel Veneto, maggiore consapevolezza, reattività, voglia di proporsi a questo popolo, uscendo dai confini diventati troppo angusti del PD.

Dico solo che bisogna essere capaci di un coraggioso cambiamento d’agenda. Siamo all’opposto di Salvini, ma bisogna riconoscere che lui questo coraggioso cambiamento l’ha fatto: spostando il partito su un progetto nazionale e non di rappresentanza territoriale, scorgendo un mondo di destra radicale che era in attesa di rappresentanza, spiazzando lo stesso elettorato grillino e chi a sinistra ha votato M5S pensando di fare un passo in avanti e si ritrova con una destra che rappresenta il fascismo latente nella società italiana al governo anche con il loro voto.

Segnalo qualche tema dell’agenda. Ci sono temi classici che ritornano, perché nel fallimento su questi temi si sono generate paure, sono cresciuti i rancori e le indignazioni: è il tema della crescente diseguaglianza, del deprezzamento del lavoro, del destino degli sconfitti. Siamo troppo spesso apparsi prigionieri di un ottimismo superficiale, dalla parte dei vincenti. Non è questo il compito della sinistra. Solo che non si tratta di riandare ad un passato che non ritorna, ad un compromesso socialdemocratico che ha segnato in modo positivo la società postbellica, ma che non ha i presupposti di poter ritornare in quei modi. Inventare il nuovo, non un ritorno all’antico. Anche sfidando i grillini su un nuovo protagonismo dello Stato: non per il ritorno allo stato assistenziale, generatore di deficit, clientelismo e sprechi, ma uno Stato che governi il mercato, sia capace di controlli efficaci, si doti di strumenti per operare in modo efficiente quando il mercato fallisce. Che è parte del patrimonio della migliore attività di governo dell’Ulivo e del PD: liberalizzazioni che hanno portato crescita, affidamento con gare che hanno fatto risparmiare miliardi di euro, la trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in un soggetto operativo a fianco dello stato, ecc.

Poi ci sono i temi nuovi, di cui poco ci occupiamo, ma che condizionano profondamente gli orientamenti sociali e politici:

il ritorno di un analfabetismo funzionale, nella società dei social, delle fake news, che sta diventando incompatibile con una robusta democrazia. E’ il segno di un fallimento delle tradizionali agenzie educative. Dunque una nuova grande missione a partire dalla scuola pubblica, che non è fatta solo della pur positiva sistemazione del precariato

i nuovi malesseri sociali, di cui sono un segnale allarmante l’enorme aumento del consumo di psicofarmaci, che poi portano alla diffusione nell’assunzione di droghe, la rinuncia di molti genitori a responsabilità educative (i vaccini, la violenza nei confronti degli insegnanti, i bambini ai ristoranti consegnati al ticchettio dei videogiochi, e a casa ancora peggio…)

nuovi scenari mondiali, in cui la Russia diventa il capofila europeo di tutti i regimi di destra, sostenendo e finanziando i partiti della destra radicale, gli Stati Uniti si rinchiudono in una visione nazionalista, l’Europa in crisi dovrà affrontare un decisivo e pericoloso momento con le elezioni del parlamento europeo il prossimo anno.

Poi ci sarebbe un ragionamento sulle strutture del partito. Rinvio ad un altro mio documento prodotto per il PD vicentino nel 2015, quando c’erano ancora nel territorio robusti sintomi di reazione. Penso che sia ancora sostanzialmente valido.

Perciò non scoraggiarsi, agire, pensare, rivolgersi a quelli italiani che ci sono che vogliono reagire e saranno sempre di più man mano che si manifesterà la vera natura di destra del governo gialloverde, i guasti che produrrà all’economia ed al reddito personale degli italiani. Però non si può fondare una iniziativa politica sul fallimento altrui. Bisogna fondarla su rinnovate speranze da suscitare ed interpretare.

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4 commenti

  1. Fiorenza Carnovik
    31 agosto 2018

    Concordo che è necessario “abitare il presente”, che siamo responsabili nell’oggi e non ci è dato di defilarci. Concordo sul fatto che sia importante volgere lo sguardo alle fiaccole luminose di pensiero e di azione che ci hanno preceduti e credo che sia possibile impegnarsi in un’iniziativa politica proprio perchè la speranza è una forza che agisce dentro il cuore e la mente di ciascuno di noi, e che fa da timone ai veri ideali che s’incarnano nella storia: quella di adesso. Affermo: è urgente!


  2. Costantino Ruggiero
    1 settembre 2018

    Se è consentito esprimere una valutazione anche a un “laico” – nel senso di non militante e neppure aderente al PD complimenti Paolo: un intervento nobile, e di uno spessore culturale estraneo a quasi tutti i politici di oggi. Magistrale.


  3. Paolo
    5 settembre 2018

    Grazie Fiorenza


  4. Paolo
    5 settembre 2018

    Caro Costantino, si vede che l’età ti fa prendere qualche abbaglio…Verrò finalmente a Milano per dimostrarti l’avventatezza delle tue lodi! un abbraccio


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