È la rottamazione bellezza

Pubblicato il 7 ottobre 2018, da Pd e dintorni

 

E se cercassimo di compiere una lettura meno banale della riprovevole vicenda veronese che ha visto la capogruppo del PD accodarsi ad una sceneggiata clerico fascista sul tema delicato dell’aborto?

È molto facile prendersela con la evidente sprovvedutezza della capogruppo, oggetto di strali giustificati ma troppo convenienti: le donne del PD, il Segretario nazionale, i capi corrente, ecc.

Tutto giusto, perché è una cosa che non può succedere. Non c’entrano niente le personali propensioni o la libertà di coscienza. Un capogruppo ha il dovere di condurre un gruppo e ha il dovere di giudicare politicamente ciò che avviene. Se c’è una strumentalizzazione politica (nella città che esprime un ministro della famiglia con sconcertanti posizioni, per fortuna per il momento solo a parole) uno lo deve capire e predisporre gli strumenti politici alternativi, il più semplice dei quali è un ordine del giorno contrapposto, o proponendo un dibattito serio sul tema delle politiche famigliari. Che può anche convenire sul fatto che la prevenzione dell’aborto è anch’essa un dovere di legge e si devono sostenere le organizzazioni che affiancano la donna in un momento comunque drammatico ma naturalmente parte da presupposti culturali molto diversi.

E allora come può succedere un episodio del genere? Perché è mancato completamente l’abc della politica, una grammatica elementare che consente di capire i doveri collettivi di chi rappresenta un partito politico e le libertà individuali. Dare una lettura politica degli avvenimenti e non una lettura sentimentale.

Ma ancora prima: come è possibile che una persona così evidentemente sprovveduta possa diventare capogruppo in un grande comune. E lo possa diventare conoscendo bene la sua personalità, i precedenti, le incertezze già manifestate?

Questa è la vera domanda che dovrebbero porsi i dirigenti nazionali, oltre le scomuniche. Perché pure a Verona la selezione delle fedeltà per la predisposizione delle liste parlamentari ha prodotto la bellezza di 4 parlamentari (unica provincia veneta) ma nessuno di questi è stato in grado di occuparsi della questione e prevenire questo deplorevole incidente. Che avviene anche perché il partito provinciale è da un anno senza segretario, abbandonato a sé stesso, per i litigi di capi e capetti (protetti a livello nazionale). E mi raccontano gli amici veronesi che quel capogruppo nasce dai veti reciproci di altri che litigavano per fare loro il capogruppo (capirai, con il partito al 15,8%!!!) e pur di non dare soddisfazione agli avversari hanno scelto la più sprovveduta.

Di questo devono occuparsi i dirigenti nazionali. Anche capendo che come spesso succede nelle vicende umane c’è una eterogenesi dei fini: una giusta volontà di portare ad un rinnovamento dei gruppi dirigenti riducendola al tema anagrafico della rottamazione ha prodotto un drammatico impoverimento della dirigenza. Cooptazioni per fedeltà e abuso del giudizio insindacabile delle primarie ha prodotto ciò che vediamo. Quando si capirà che un collettivo necessario alla guida di un grande (?) partito nasce curando gli equilibri rappresentativi, le compatibilità, la cittadinanza per tutti, la formazione e la cura nella promozione dei migliori, sì, perfino i caminetti, cioè la capacità di un dialogo e di un incontro, piuttosto che ambizioni contrapposte…

Quello che è successo a Verona è solo un sintomo di una malattia grave, che non si risolve per la strada facile della condanna individuale. È sulle responsabilità collettive che occorre agire. Sono vicine le Europee, si profilano le regionali e nulla si sta preparando. Altro che il problema della povera sprovveduta Carla Padovani.

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