Il lavoro che non c’è e quello che c’è

Pubblicato il 25 ottobre 2018, da Politica Italiana

 

 

Tema delicato. Il lavoro che manca, il lavoro sottopagato. Il lavoro senza diritti. Però c’è un’altra faccia del problema che emerge. Ne parlo sulla base di alcune esperienze e rischio di parlarne superficialmente. Chi ne sa più di me sull’argomento potrà correggermi. Con dati e analisi più raffinate.

Prima esperienza. Montaggio mobili IKEA in casa. Arriva una squadra di tre ragazzi rumeni. Italiano perfetto, educazione, lavorano con competenza e lasciano la casa perfettamente pulita. Da come sono vestiti, dal cellulare che hanno si capisce che guadagnano in modo decoroso. Mi dicono che sono soddisfatti, facendo un po’ di straordinari a fine mese guadagnano bene. Idem una seconda volta: due moldavi e un rumeno. Stesse caratteristiche. E mi dicono che di italiani nel loro settore ce ne sono pochissimi. Perché?

Seconda esperienza, Firenze. Invasa naturalmente dai turisti. Lunghissima coda per visitare gli Uffizi, nonostante la prenotazione “taglia coda”, che è un imbroglio, perché poi tutti devono passare per un solo varco fornito di metal detector. Un museo che ha 2,2 milioni di visitatori ogni anno, che è una miniera d’oro, potrebbe provvedere diversamente. Comunque: nei ristoranti, negli alberghi e nei bar, salvo quelli gestiti dai proprietari, quasi solo personale straniero. Qui la questione è più complessa, per orari e forme possibili di sfruttamento, comunque di giovani italiani se ne vedono pochi.

Terza esperienza, cena con alcuni imprenditori. Gente seria, che non fa lavorare in nero, a cui piace pagare il giusto. Tutti con la stessa esperienza: difficoltà a trovare personale qualificato e comunque rifiuto appena si parla di lavoro al sabato e alla domenica o con il prolungamento serale.

Non bisogna prendere la parte per il tutto. Naturalmente si possono raccontare tante altre storie di ragazzi italiani che si danno da fare, che si impegnano anche in lavori inferiori alle loro aspettative e ai titoli di studio. Resta il fatto che ci sono settori in cui sarebbe alta la disponibilità di posti ma non c’è personale qualificato disponibile. Nonostante il momento economico che abbiamo attraversato.

Per il Veneto poi assistiamo ad una perdita del personale qualificato. Uno studio del Capogruppo PD nel Consiglio Regionale del Veneto Stefano Fracasso evidenzia, riprendendo dati della Banca d’Italia, che per ogni 100 laureati nella propria regione di origine la Lombardia ne attrae 5,5, l’Emilia 7,7, il Veneto ne perde 1,4. Dato molto preoccupante.

La risposta sarebbe il reddito di cittadinanza? Non credo, piuttosto occorre puntare sulla voglia di futuro. Che rischia di essere più forte, per tante ragioni, in chi viene in Italia con alle spalle esperienze in paesi più poveri del nostro. Se la Repubblica italiana è fondata sul lavoro bisogna creare lavoro. E creare anche il senso della nobiltà del lavoro, qualunque esso sia, se vengono soddisfatti i diritti fondamentali. “Non vogliamo il reddito di cittadinanza, vogliamo lavorare, vogliamo la nostra dignità” hanno gridato a Genova i lavoratori impegnati nella realizzazione del terzo valico, rispondendo all’incauto Toninelli che aveva affermato di non preoccuparsi per la perdita del posto di lavoro perché avrebbero avuto il reddito di cittadinanza…

  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • RSS
  • Google Plus
  • Pinterest
  • Add to favorites
  • Print
  • Email

Scrivi un commento