Caro PD, impara da Mattarella

Pubblicato il 10 dicembre 2018, da Pd e dintorni

Difficile fare commenti sulla situazione del PD. Sembra un formicaio impazzito. Possiamo chiederci: perché?

Perché in politica i problemi nascosti e non affrontati prima o poi presentano il conto. Ripeto ancora una volta: non si sono volute esaminare a fondo le ragioni della sconfitta referendaria e neppure quelle susseguenti delle elezioni di marzo e trarne le dovute conseguenze. Non solo Renzi, ma anche chi avrebbe dovuto a viso aperto, dopo la sconfitta referendaria, aprire una nuova prospettiva politica.

Però Renzi ha una responsabilità in più. Ha voluto fare gruppi parlamentari a sua immagine e somiglianza, epurando senza intelligenza persone di qualità, promuovendo solo i fedeli. E oggi il PD fa i conti con la debolezza dei suoi gruppi parlamentari. Difficile dire che dopo l’epurazione di persone per bene e competenti (cito solo a Padova Giorgio Santini, Alessandro Naccarato, Giampietro Dalla Zuanna, a livello nazionale faccio solo il nome di Ermete Realacci) siano emersi nuovi parlamentari capaci. E si paga la debolezza: famigli più che parlamentari.

Penso al mio Veneto. I parlamentari sono pochi, ma comunque sono pur sempre una decina. Al di là delle qualità individuali si può percepire una iniziativa politica robusta? Un gruppo parlamentare che affronti il territorio, lo animi, lo organizzi? È difficile ricordare i nomi. Non è che quelli degli altri partiti siano meglio, ma non è un motivo per consolarsi.

Siamo nella situazione in cui ormai del PD si parla per dileggiarlo, nei talk show seri non si prendono neppure in considerazione le nostre proposte, in quelli comici siamo oggetti di satira, anche in quelli amici…Abbiamo l’immagine dei babbei che litigano sempre sul nulla, i redivivi Tafazzi. Tra l’ininfluenza e la derisione, eppure dal punto di vista elettorale non è che siamo ridotti al lumicino. E d’altra parte diamo appunto la sensazione di un formicaio impazzito: tra la grottesca evocazione di una possibile ricandidatura di Renzi, ritiri improvvisi e candidati minori che non capiscono che siamo di fronte ad un dramma, non ad una commedia leggera, in cui c’è posto per l’attor giovane e la particina della cameriera.

La nostra reazione è quella di un bradipo: di fronte a una situazione così pesante, con segnali di deterioramento della tenuta democratica del paese, arriveremo ad avere un nuovo segretario nazionale in marzo, alla vigilia di elezioni decisive sul destino europeo, in Regioni e Comuni. Un estenuante dibattito pressoché sul nulla.

C’è il rito delle primarie. Rito stanco che ha perso la forza dirompente iniziale. Una conta destinata più a mostrare le divisioni che la forza politica. Divisioni più su personalismi, fratture del passato che di differenze significative di piattaforma politica. Che differenza ci sarebbe tra il PD di Zingaretti e quella di Martina? Su che cosa che sia così decisivo dovremmo dividerci? Per simpatie, per storie passate? E un giudizio storico lo vogliamo dare? Raramente le primarie hanno risolto i problemi politici, né con Bersani, né con Renzi, nei territori sono state spesso l’anticamera delle sconfitte.

Cosa bisognerebbe fare? Usare il coraggio e la consapevolezza dei veri gruppi dirigenti. Capire che non c’è tempo, che si è dirigenti se si sa guidare un popolo. Ciò che serve è proporre subito un leader unitario. Così hanno fatto i grandi partiti del passato nei momenti di svolta. Mettere da parte personalismi e rancori e fare un gesto di generosità.Una volta si parlava di magnanimità: l’anima grande I nomi non mancherebbero, da Gentiloni, a Del Rio, a Pinotti, certamente graditi al popolo del PD e più in generale a vasti settori di opinione pubblica. Per me andrebbero bene anche i due maggiori candidati…

Impariamo da Mattarella: l’ovazione e l’applauso prolungato che l’ha accolto alla prima della Scala dice di un paese che attende serenità al posto di rancore, lungimiranza al posto di una campagna elettorale permanente. Dicono gli infastiditi che lì c’era naturalmente la casta, i poteri forti. C’era certamente una borghesia produttiva ed intellettuale (da cui peraltro dipende in parte il futuro del paese), ma il popolo applaudiva per le strade, dove erano posti gli schermi per la diretta.

Caro PD, di questo c’è bisogno, di un gesto di generosità, all’altezza delle sfide difficili. Di leader forti, che si impongano con la sola propria forza non ce ne sono (e poi abbiamo visto la fine fatta da Renzi); ci sarebbe ancora la forza di una comunità. Usiamola.

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Dove uomini o partiti non hanno idee o per idee si spacciano affocamenti di piccole passioni, urti di piccolo interessi, barbagli di piccoli vantaggi, dove si baratta per genio l’abilità e per abilità qualcosa di peggio — Giosuè Carducci




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