Caserma Prandina: un dibattito vecchio come il cucco

Pubblicato il 5 dicembre 2018, da Realtà padovana

Il Mattino di Padova, 5 dicembre 2018

Il 17 maggio del 1965 il sindaco Cesare Crescente presentava il programma amministrativo per il quinquennio 1965 – 1969 confermando la decisione dell’Amministrazione di acquisire la caserma Prandina, dettagliando poi l’intenso carteggio tra Comune e autorità statali per raggiungere l’obiettivo. Ci sono voluti 58 anni perché l’operazione si concludesse, grazie al governo Gentiloni che ha praticato il federalismo con i fatti e non con le chiacchiere.

Però il dibattito che si è avviato resta incredibilmente vecchio come il cucco. Tra quelli che vorrebbero bersi lo spritz nelle piazze con vista sul proprio suv e chi ideologicamente è contrario all’auto come strumento del demonio.

In mezzo ci sta però un enorme sviluppo delle tecnologie che consentono di uscire da questo dilemma antiquato, andando verso una moderna organizzazione della mobilità, tra diritti del cittadino e diritti dell’ambiente ecologico in cui il cittadino vive. Lunghe file di attesa ai parcheggi, traffico parassitario di chi sta cercando parcheggio possono essere gestite agevolmente: si entra solo quando c’è posto libero per la sosta.

Intanto: c’è in arrivo una profonda trasformazione dell’uso del centro storico. Tra Prandina e caserma Piave c’è una straordinaria occasione per migliorare la città, la sua vivibilità. Spero che l’esito del concorso sulla Piave porti ad una attenta considerazione di ciò che potrà succedere fuori dalla caserma, non solo delle funzioni universitarie all’interno.

La Prandina è uno spazio enorme. Può avere molte funzioni positive. Ma per ognuna di queste funzioni bisognerà pur porsi la domanda: come ci arrivano i cittadini? Perché in quel quadrante della città non solo non vi è nessun parcheggio, neppure ai bordi della città, ma neppure alcun mezzo di mobilità soft è previsto, a parte una pista ciclabile poco tutelata.

C’è l’occasione unica di ampliare la grande area pedonale del centro storico, con la pedonalizzazione di Piazza Insurrezione, restituendo una bella piazza alla sua funzione originaria. Alleggerendo la pressione anche pedonale sulle piazze storiche. Valorizzando quel centro commerciale naturale del sistema delle piazze che è l’unico modo per resistere all’aggressione ormai del commercio elettronico più che dei centri commerciali: fare vivere esperienze positive e attrattive.

Per far questo occorre anche offrire ai cittadini una alternativa, creare delle abitudini complementari. Sembrava impossibile non passare più con le auto sul Liston, o in Piazza Duomo, o in corso Umberto. Hanno trovato una nuova vitalità. Un parcheggio ben proporzionato alla Prandina, collegata con navette elettriche continue al sistema delle piazze centrali è un progetto di salvaguardia ambientale, crea meno traffico, non più traffico, evita le lunghe soste alla ricerca del parcheggio lungo Corso Milano e Piazza Insurrezione. E del resto parcheggi a distanza simile ci sono a nord e a est, e sulla direttrice Nord Sud ci sono i parcheggi di testata del tram.

A Torino c’è un enorme parcheggio sotterraneo in Piazza San Carlo, per non parlare di Bolzano o di Verona. Più si pedonalizza (bene) più occorre sostenere l’accessibilità razionale, convincendo i cittadini piuttosto che con i divieti astratti. E sapendo che oggi a differenza del passato è possibile governare gli accessi in modo efficiente con le nuove tecnologie: a Bologna si entra i tutti i grandi parcheggi pagando con il telepass, qui siamo ancora fermi all’emissione del biglietto ed al pagamento alla cassa automatica…

Il cittadino può ben comprendere che la salvaguardia dell’ambiente richieda un uso più intelligente delle modalità di trasporto. Non potrebbe capire che un’area amplissima che potrebbe essere destinata in minima parte a funzioni di sosta resti chiusa e che l’Amministrazione non gli offra alcuna effettiva alternativa, se non quella della faticosa e spesso infruttuosa ricerca del fai da te del parcheggio.

Paolo Giaretta

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