Il tempo dell’Ulivo

Pubblicato il 27 dicembre 2018, da Pd e dintorni,Relazioni e interventi

Si è tenuta a Padova la prima presentazione del libro di Andrea Colasio “Il tempo dell’Ulivo” pubblicato da il Mulino. Un ottimo libro, da leggere da parte di tutti quelli che per la nascita dell’Ulivo e poi del partito Democratico si sono spesi, ma anche dagli attuali dirigenti del PD, che da questa storia potrebbero trarre ispirazione per capire i motivi ideali che hanno creato una realtà di cui sono in qualche modo eredi ed anche per conoscere gli errori che si fecero, per cercare di non ripeterli. La presentazione è stata arricchita dalla presenza del prof. Arturo Parisi. Dopo la lettura del saggio viene spontanea la richiesta all’autore: ci sarebbe bisogno di una ricerca altrettanto vivace e approfondita su ciò che ha portato dalla caduta del primo governo Prodi alla nascita del Partito Democratico.

La sala degli Anziani era piena, segno che il ricordo è vivo e la voglia di combattere pure, come ha ben ricordato nel suo efficace intervento il prof. Parisi.

 

Il compito di un presentatore può essere quello di offrire alcune piste di lettura. Nulla può sostituire la lettura di un saggio, specie uno come questo ricco di ricostruzione di fatti, ma si può invogliare a leggerlo, segnalando alcuni passaggi fondamentali.

La prima pista è senz’altro quella di leggere la succosa introduzione di Arturo Parisi. Non uno scritto d’occasione, ma una appassionata ricostruzione delle ambizioni politiche su cui si era fondata la creazione dell’Ulivo e delle difficoltà che ha incontrato: “da una parte l’Ulivo come coalizione, dall’altra l’Ulivo come movimento. Da una parte l’Ulivo come effetto della nuova legge elettorale e risposta alla sfida di Berlusconi. Dall’altra l’Ulivo come desiderio di una Italia nuova”. Un desiderio in parte rimasto insoddisfatto, ma potremo ricordare le parole di Aldo Moro: “Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino.” Perciò avere ancora fame e sete di questa Italia nuova.

Una seconda pista è quella della nostalgia, inevitabile per chi nella storia dell’Ulivo si è impegnato, nel territorio e nelle istituzioni. Un sentimento spesso improduttivo però anche legittimo. Certamente lo è in questo caso, ripercorrendo le vicende narrate da Andrea, per alcune delle quali sono stato testimone diretto, come vice presidente del gruppo del Partito Popolare al Senato con Leopoldo Elia presidente e poi come vicecapogruppo della Margherita, oltre i confini delle vicende narrate nel libro. Di quel tempo emerge dalle pagine di Colasio (ed anche nel mio ricordo) il senso pieno di una sfida che si voleva affrontare per questa desiderata Italia nuova. Era per il gruppo dirigente erede della storia del PCI il senso della sfida per la prima volta al Governo della nazione, dopo aver maturato esperienze importanti nel potere locale. Era per quanto era transitato nell’Ulivo della grande tradizione del cattolicesimo popolare la sfida di tenere viva l’esperienza del riformismo di ispirazione cattolica, dopo la fine del grande contenitore della Balena bianca. Era anche la sfida di un ceto culturale, professionale, imprenditoriale e manageriale che si era raccolto attorno alla figura carismatica di Romano Prodi con questo desiderio del cambiamento.

Il senso della sfida che si traduceva anche in una grande valorizzazione delle competenze maturate. Nel governo Prodi militavano due ex Presidenti del Consiglio come Ciampi e Dini. Due ministri che sarebbero diventati Presidenti della Repubblica come Mattarella e Napolitano. Vado con la memoria al mio apprendistato di relatore alle leggi finanziarie e al bilancio dello Stato: Ciampi Ministro, e sottosegretari che avrebbero avuto tutti le stature per essere Ministri: Piero Giarda, Laura Pennacchi, Giorgio Macciotta, Filippo Cavazzuti. Non sto qui a riportare le solide biografie, le esperienze vissute prima dell’impegno di governo e le competenze maturate, ma ricordo la passione con cui costruivano un solido rapporto tra Governo e Parlamento, in un confronto intellettuale sempre elevato e competente. Molto diverso dallo spettacolo di disprezzo del Parlamento che viene offerto dall’attuale governo e dalla approssimazione con cui si maneggiano questioni delicate ed importanti.

Una terza pista è offerta dalla cura con cui Andrea Colasio basa la sua ricerca su molteplici fonti, edite ed in significativa parte inedite. È un metodo che già avevamo sperimentato con la lettura del “Vento del Nord Est, storia e storie del Partito Democratico” che qui si ripete con il respiro nazionale. Potremmo applicare al lavoro di Colasio un termine ormai del tutto in disuso quello di acribia. Un termine che descrive l’esattezza, la meticolosità con cui si compie una ricerca. Emerge dalle pagine del libro un lavoro condotto in profondità su fonti edite ed una ricerca appassionata di fonti inedite: documenti politici, testimonianze personali, ricerche in archivi che rischiavano la dispersione, ecc. E risulta una meticolosa operazione di confronto tra fonti diverse, ricercando i punti di convergenza e di divergenza, cercando di individuarne le ragioni.

Penso a solo titolo d’esempio alla ricostruzione della vicenda della tesi 1 del libretto verde dell’Ulivo, il famoso programma con le 88 tesi, vicenda importante perché riguarda la impostazione del programma sugli assetti istituzionali, tema che avrebbe attraversato e diviso il campo del centrosinistra dalla Bicamerale in poi.

Ancora le pagine dedicate alla vicenda della caduta del primo governo Prodi. Snodo delicatissimo della vicenda ulivista. Il lavoro condotto in profondità da Colasio consente di sfatare il mito del complotto contro Prodi organizzato in primis da Massimo D’Alema. Colasio dimostra, sulla base di documenti politici e testimonianze di varia natura, come la crisi maturi nel campo di Rifondazione Comunista, con l’affermazione nel partito di una linea contraria alla prosecuzione della collaborazione governativa, l’emarginazione di Cossutta, fino alla scissione. Del resto ricordo anch’io la grande incertezza di Franco Marini, allora segretario del Partito Popolare, sul da farsi dopo la caduta di Prodi, incertezza manifestata in incontri di gruppo ed incontri a tu per tu. Non che D’Alema non pensasse ad un dopo Prodi da realizzarsi anche nel corso della legislatura, ma non pensava che quello fosse il momento opportuno, e anche su questi aspetti Colasio offre documentazione importante. Fatto sta che dal trauma della caduta del Governo Prodi si palesò anche formalmente una difforme valutazione sulle prospettive dell’Ulivo, che avrebbe pesato negli anni successivi, dalla nascita de “I Democratici” dell’Asinello alla nascita del Partito Democratico.

Una ulteriore pista è data dal rapporto con l’attualità. Vicende del PD e della vita istituzionale che trovano radici e riferimenti anche nelle vicende passate.

Pensiamo al rapporto tra programma di governo e maggioranza politica. Nell’avvio dell’esperienza dell’Ulivo con la preparazione del governo Prodi si pone il problema di dare autorevolezza al premier che non aveva alle spalle un proprio partito. Colasio costruisce con cura la genesi delle 88 tesi programmatiche, contenute nel libretto verde “Tesi per la definizione della piattaforma programmatica dell’Ulivo”. Nella redazione certo ci fu l’apporto degli esperti dei partiti ma fu un lavoro impostato e guidato da Romano Prodi e da un suo staff, che per questa via costruì una propria autorevolezza personale ed una leadership sulla coalizione. Ci fu un affinamento progressivo delle tesi programmatiche che comunque portarono ad un progetto condiviso. Con tesi piuttosto definite e chiare. Difatti il governo cadde non per dissensi interni alla coalizione ulivista ma per il dissenso nato con Rifondazione Comunista che il programma con le tesi non aveva sottoscritto.

Diversa è la genesi del programma intitolato “Per il bene dell’Italia” che avrebbe portato alle elezioni del 2006, con la nascita del governo Prodi 2. In questo caso il lavoro di elaborazione vede una partecipazione più incisiva da parte dei partiti componenti la coalizione e il documento diventa un documento molto ponderoso ma in cui molti temi politici e programmatici di fronte ad evidenti dissensi nella coalizione vengono sfumati, con espressioni ambigue, che poi avrebbero riportato dissensi nell’attività di governo.

Sotto questo profilo è un documento che si avvicina di più al “Contratto di governo” posto alla base della maggioranza giallo bruna del governo Conte. Anche in questo caso espressioni ambigue del testo del contratto nascondono dissensi di merito che di fatto stanno emergendo violentemente nell’esplicarsi dell’attività di governo. C’è un accreditamento solo formale del Presidente del Consiglio che come “notaio” dell’accordo acquisterebbe leadership politica. Come si è visto è anche questa una finzione.

La differenza profonda sta nel fatto comunque che nel caso dei governi Prodi 1 e Prodi 2 il programma e l’accordo politico vengono presentati al giudizio degli elettori attorno alla leadership predefinita di Romano Prodi, nel caso del governo Conte il “contratto” viene sottoscritto a posteriori da partiti che si erano presentati al giudizio degli elettori non solo divisi ma del tutto contrapposti per progetto, visione del paese e indicazioni programmatiche.

Una ultima pista di lettura che suggerisco è l’esame del conflitto permanente ricordato da Arturo Parisi nella premessa tra la concezione dell’Ulivo come coalizione tra partiti e l’Ulivo come movimento politico. Alfiere della prima concezione appare D’Alema, ma in buona compagnia, perché ad esempio della stessa idea erano i segretari del PPI Gerardo Bianco e Franco Marini e più tardi quello della Margherita Francesco Rutelli. Una radicale differenza di impostazione che emerse chiaramente fin dall’inizio, quando nel marzo del 1997 al famoso seminario di Gargonza D’Alema usò parole che lui stesse definì spigolose, sostenendo di fronte ai politici ed intellettuali ulivisti che lì erano stati convocati da Prodi  che la distinzione fra politici e intellettuali è artificiosa perché “la politica è una delle attività specialistiche della professione intellettuale”; e che bisogna confrontarsi con l’ Europa e in Europa ci sono partiti, non aggregazioni; con chiarezza sostenne che l’ Ulivo era un cartello elettorale, “per ora un’ alleanza e nessuno sa cosa sarà in futuro. O lo trasformiamo in partito, e allora facciamo un programma comune e eleggiamo un segretario, ma mi pare difficile. La strada indefinita dell’Ulivo che è qualcosa di più della somma dei partiti della coalizione mi risulta incomprensibile“.

E questo fu il crinale che accompagnò tutti gli anni successivi, ben descritti dal libro di Colasio, con tanti momenti in cui si giunse ad uno scontro esplicito. Ridurre tutto all’aspetto caratteriale (o complottistico) di D’Alema è un giudizio superficiale: sottostante a questa tensione c’è una diversa interpretazione politica. D’Alema ha perseguito con lucidità l’idea di una aggregazione di partiti su cui il partito maggiore, i DS, avrebbe dovuto esercitare una egemonia. Alla fine lo sbocco di questo conflitto fu l’esito che D’Alema riteneva difficile, la nascita di un partito, il Partito Democratico, all’interno del quale tuttavia si ripresentarono i nodi irrisolti dell’Ulivo, tra Walter Veltroni e la sua idea di un Partito Democratico come nuovo soggetto fondativo di un bipolarismo politico e D’Alema fermo all’idea di un partito che doveva essere l’erede diretto della tradizione della sinistra italiana aggregata intorno al PCI/PDS/DS. La tentata Cosa 2 insomma.

Il libro ripercorre con cura molte di queste vicende e di questi contrasti. Con aspetti curiosi: ad esempio spesso tocca a Marco Minniti (uno dei “Lothar” della stagione di D’Alema Presidente del Consiglio) essere il braccio armato dei conflitti impostati da D’Alema nella prima stagione dell’Ulivo, per diventare poi braccio destro di Veltroni e brevemente ipotetico candidato alla Segreteria nazionale del PD di un fronte di difesa renziana.

Concludendo: il libro è un racconto avvincente di un tentativo generoso di costruire un nuovo sistema politico imperniato su un efficiente bipolarismo. Il fallimento della “gioiosa macchina da guerra” del 1994 provoca una risposta politica. Se nel 1994 Berlusconi aveva dimostrato di comprendere meglio le conseguenze della nuova legge elettorale, nel 1996 con la formazione dell’Ulivo si allestisce una coalizione competitiva, che accetta la sfida sul piano dell’innovazione politica.

Il dato di fatto che ha reso incompiuta la prospettiva dell’Ulivo è che nel 1996 ci fu una vittoria elettorale con un uso accorto delle opportunità del mattarellum, ma non ci fu una vittoria politica, con una maggioranza dipendente da una componente che non aveva sottoscritto il patto programmatico. Eppure, come è successo spesso nella storia del nostro paese, il fronte progressista scambiò un limitato successo elettorale per una vittoria strutturale, sottovalutando il peso dell’opinione conservatrice del paese e pensando di aver vinto per sempre, avviando le consuete frammentazioni. Ancora più debole fu la vittoria del 2006, né elettorale (maggioranza affidata al voto dei parlamentari eletti nei collegi esteri), né politica, come presto si dimostrò nell’impossibilità di dare attuazione al programma elettorale.

Non si può dire che alla sconfitta del 2018, 24 anni dopo, un quarto di secolo, sia seguita una eguale capacità innovativa da parte del Partito Democratico, che di quel tentativo è erede diretto ancorché ancora incompiuto. Non si sono tratte le conseguenze della sconfitta strutturale, di una alterazione di una ipotesi bipolare che non si è mai compiutamente realizzata, di un cambiamento radicale dei processi di formazione dell’opinione pubblica, come risulta evidente dalle procedure e dal dibattito che sta accompagnando il faticoso congresso nazionale.

Eppure quel desiderio incompiuto di una Italia nuova è ancora presente. Attende l’imprenditore politico capace di interpretarlo.

 

Il libro si ferma alla formazione del governo D’Alema ed alla nascita dell’Asinello, con la volontà di tenere aperte le speranze suscitate dalla stagione di Prodi. Sarebbe interessante percorrere il periodo che poi porta alla nascita del Partito Democratico. Ma come ricorda Colasio nelle righe conclusive: “il decennio seguente avrebbe visto la questione irrisolta dell’identità dell’Ulivo tornare al centro dell’agenda politica dei partiti del centro-sinistra. Una fase che avrebbe visto alternarsi momenti di convergenza strategica a momenti di radicale conflitto e negazione delle stesse ragioni costitutive dell’Ulivo: un ciclo segnato da “ghiacciate” e “disgeli”, ma si tratta di un’altra storia”. La aspettiamo…

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Dove uomini o partiti non hanno idee o per idee si spacciano affocamenti di piccole passioni, urti di piccolo interessi, barbagli di piccoli vantaggi, dove si baratta per genio l’abilità e per abilità qualcosa di peggio — Giosuè Carducci




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