Il Vaffa è sempre di destra

Pubblicato il 27 febbraio 2019, da Politica Italiana,Senza categoria

Di commenti sulle elezioni in Sardegna ne avete letti tanti. Aggiungo poche righe. Usciamo dalla logica dei modelli. Non esiste un modello Legnini, né un modello Zedda, che semmai sarebbero modelli per perdere. Semmai sono due personalità dotate di una propria reputazione e conoscenza del territorio attorno a cui nel voto regionale è stato possibile costruire ampie coalizioni: ampie, ma non sufficienti per vincere.

Secondo me emerge un fatto generale su cui riflettere, e lo evidenziano le ricerche dell’Istituto Cattaneo sui flussi elettorali. I movimenti populisti, comunque nascono, piegano sempre a destra. Il Vaffa non è il gesto liberatorio di una indignazione costruttiva (lo diceva il vecchio Ingrao: “non basta indignarsi”) ma l’eterno sentimento coltivato da tutte le destre: il disprezzo per le istituzioni democratiche, per le forme in cui il popolo si organizza in proprio, dai partiti, ai sindacati, la destrutturazione sociale che viene messa a servizio del Capo, oggi del “Capitano” dalle multiformi divise. E anche la divisa è un simbolo sempre ammirato dalle destre…

Così alla stretta delle prove di governo l’equivoco di un movimento né di destra né di sinistra ma con il popolo si scioglie e si scopre che una buona parte dell’elettorato grillino è un elettorato che sente il richiamo della foresta della destra. Un’altra parte si lecca le ferite della sua delusione, della sua illusione di aver partecipato ad un movimento ambientalista, egualitario, solidaristico, e si ritrova alleato con le peggiore destre, al seguito di Putin e dei sovranisti xenofobi e razzisti europei, perciò non partecipa al voto. Attende, per ricredersi se i pentastellati ne dessero l’occasione, per guardare altrove se sorgerà qualcosa di affascinante.

Se fosse possibile una autocritica seria, senza ricadere nelle faziosità contrapposte, bisognerebbe capire che anche la narrativa della rottamazione finiva per appartenere a questa cultura che piega a destra: il negare la fatica della democrazia, le mediazioni necessarie, l’esistenza di una storia prima di noi.

Le presentazioni del libro di Renzi, che attirano masse notevoli, ci invitano ad una riflessione, se possibile non da tifosi contrapposti. L’uomo possiede capacità espositiva nella società della comunicazione ed esercita una attrazione. Eppure per paradosso anche lui, uomo della rottamazione, è nella dimensione della attrazione nostalgica. Di una cosa che c’è stata e non c’è più. Parla ad un nucleo cospicuo dei tifosi, maggiori per numero di quelli che sono capaci di attrarre le esangui primarie del PD, ma comunque marginali nell’opinione pubblica. Perché in questo momento resto convinto che c’è una parte dell’opinione pubblica che attende chi sia capace di unire, piuttosto di un campione di una parte.

Sto con Ezio Mauro: “c’è spazio per ricominciare a far politica, partendo da un pensiero libero, da una cultura autonoma, da una coscienza avvertita della vicenda repubblicana, dove non tutto è da buttare, e della storia democratica del Paese: comunque fuori dall’incantesimo populista”.

E questo sarebbe il compito del PD, certo se ciò che viene fuori dal dibattito per le primarie sono solo generiche affermazioni di buon governo e polemiche su chi vuole fare il governo con i grillini o chi è contrario non c’è trippa per i gatti. Se invece emergesse (a questo punto solo le primarie che finalmente si concludono tra qualche giorno) la capacità di dettare una agenda seria e convincente: più lavoro, più equità, più crescita intelligente, più visione solidale ed aperta al mondo ci sarebbe il rovesciamento di questo stucchevole finto dibattito: quanti elettori grillini pentiti potrebbero essere attirati da una seria proposta di un partito autenticamente innovatore.

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