Franco Cremonese, in un altro tempo, in un altro Veneto

Pubblicato il 29 marzo 2019, da Veneto e Nordest

Sabato 30 marzo alle ore 10 al centro San Gaetano a Padova si presenta il libro dedicato a Franco Cremonese. Lo presentano Enzo Carra, Bruno Tabacci, Marco Follini. Il libro contiene una bella introduzione storica di Paolo Feltrin ed una serie di testimonianze sulla vita politica di Franco Cremonese. Qui di seguito trovate la mia

Era un avversario. Parola forse troppo impegnativa. Perché in realtà militavamo nello stesso partito. Un grande partito, la Democrazia Cristiana. Che ai tempi in cui molto giovani ci siamo incontrati per la prima volta con Franco Cremonese era un partito che permeava la società padovana. Se pure non erano mancati gli scossoni dell’autunno caldo e della rivolta studentesca la rappresentanza politica era solidamente affidata alla Democrazia Cristiana: più di 40.000 iscritti in provincia, più di 200 sezioni (che coprivano non solo i comuni, ma spesso anche le piccole frazioni), l’amministrazione di quasi tutti i comuni. Alle prime elezioni regionali, quelle del 1970, la DC prese in provincia di Padova il 56,30% dei voti. I consensi potevano andare da un comunque solido 44% nel comune capoluogo, dove più si poteva avvertire l’influenza dei partiti di sinistra e di una borghesia laica, al quasi monopolio nell’ Alta Padovana: il 79% a Camposampiero, il 76% a Cittadella, 79% a San Martino di Lupari, a Piazzola sul Brenta bisognava accontentarsi del 67%.

Avversari per modo di dire perciò. Il fatto è che questo consenso così largo camminava sulla capacità di interpretare e rappresentare interessi diffusi, in modo anche differenziato, con sensibilità diverse. E ciò poteva essere fatto non solo con il solido cemento di un anticomunismo – che comunque ancora era una merce che rendeva – e con la capacità di accompagnare la società nei suoi cambiamenti. C’era anche la rendita della buona gestione di un potere diffuso, ma oltre a tutto questo una vivace dialettica politica, che attirava la partecipazione e la mobilitazione degli iscritti, l’organizzazione per correnti, che nei congressi e nei territori battagliavano sul serio.

In questo senso eravamo avversari, anche se non mancarono nel tempo momenti di convergenza congressuale, con gestioni unitarie.  Comunque con l’avvio dell’esperienza di centro sinistra (a livello nazionale ma anche a Padova) la vita politica della Democrazia Cristiana era andata organizzandosi sostanzialmente attorno a tre polarità. Un gruppone centrale, guidato dal Ministro padovano Luigi Gui, che avevano un riferimento nazionale nell’on. Moro (i morotei), un gruppo di sinistra, vivace di esperienza sindacali, giovanili, intellettuali che faceva riferimento alla corrente nazionale di Forze Nuove, guidato dall’on. Luigi Girardin, uomo che veniva dal sindacato CISL e dal futuro Ministro Carlo Fracanzani ed infine all’opposizione stava il gruppo doroteo, con il riferimento (nazionale e Veneto) di Mariano Rumor e a Padova l’autorevole figura del prof. Luigi Carraro, a lungo segretario provinciale e dominus della DC padovana, sconfitto al congresso provinciale del 1963, proprio sul tema allora discriminante dell’apertura a sinistra, cioè l’alleanza organica con i socialisti.

Ecco, avversari perché eravamo eredi di quella articolazione: io stavo nella corrente di sinistra e Franco stava nel gruppo doroteo, di cui sarebbe divenuto progressivamente uno degli esponenti di spicco, in particolare guidando a Padova la scalata politica di Toni Bisaglia. La lotta politica poteva essere aspra, senza esclusioni di colpi. Ma tuttavia c’era pur sempre la saggezza di capire che la DC aveva successo per la capacità di tenere insieme le diversità, angolazioni diverse, sensibilità che guardavano ai plurimi interessi che si muovevano nella società. Come disse Aldo Moro ad un congresso nazionale negli anni ’70: “i democratici cristiani sono tutti necessari”. Poteva essere un espediente retorico, ma non lo era. Si capiva che la presa della DC nel paese era affidata anche ad un multiforme modo di essere e di proporsi e che era questa capacità a tenere insieme anche i diversi a fare grande il partito.

Per illuminare la personalità di Franco Cremonese sulla base dei ricordi che posso avere delle relazioni con lui evidenzio due episodi. Uno all’inizio della nostra esperienza politica, l’altro quasi alla fine della vita politica di Franco Cremonese.

Il primo lo colloco tra gli anni ’69 e ’70. Ed è in quell’occasione che per la prima volta incontrai Franco. Era un incontro per avviare la preparazione del Congresso del Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana. Ci trovammo un bel gruppo di giovani, con l’idea di impostare il congresso in modo un po’ trasversale, oltre i confini delle correnti. Venne anche Franco. Era un po’ più grande di noi, era già laureato, era l’avv. Cremonese. Lo ricordo ancora vivamente. Venne in giacca e cravatta, si sedette, si tolse la giacca, si allargò la cravatta e sotto aveva un bellissimo paio di bretelle rosse. Ci ascoltò in silenzio, mentre parlavamo con entusiasmo di come avremmo voluto il Movimento Giovanile, delle cose da cambiare, di come avremmo potuto incidere sulla vita del partito. Ad un certo punto Franco chiese di parlare e ci disse semplicemente: “Molto bene, ma voi i voti per fare tutte queste cose ce li avete?”. Fine dei castelli in aria, perché in effetti i voti non ce li avevamo ed al congresso giovanile vinse (sia pur per poco) il candidato rassicurante sostenuto dal ministro Gui. E fu la mia prima sconfitta politica.

Perché ricordo questo episodio? Perché emerge, nella trascurabilità della vicenda, un tratto importante della personalità di Franco. Un suo solido pragmatismo. Che non era un sottrarsi a visioni lungimiranti. Anche a lui, penso, piaceva sognare. Lo si percepisce dai suoi interessi coltivati nella vita privata, ad esempio l’amore per i grandi orizzonti delle montagne. Ma sapeva, come ci disse anche allora, che le grandi idee camminano con le gambe degli uomini. E del resto la sua caratteristica è stata quella di un uomo del fare, più che del parlare. Non affascinava certo per la sua oratoria ai congressi, ma dei congressi era spesso il dominus, costruendo la rete delle relazioni e dei consensi, ascoltando, consigliano, organizzando. Senza neppure comparire. Mentre ci si affannava sul palco degli oratori ad essere persuasivi per convincere i delegati e l’applausometro poteva essere una misura distorta del consenso raggiunto, Franco silenziosamente tesseva la rete dei consensi reali, appianando i dissidi, convincendo gli incerti. Sì, anche utilizzando il potere che aveva, offrendo ruoli, perché anche questa roba fa parte della politica, che si misura pure con ambizioni ed aspettative personali.

Il che mi fa venire in mente un altro aspetto della vita della Democrazia Cristiana, del suo radicarsi nelle società locali, nella sua capacità di dare espressione alle aspettative presenti. Così era ad esempio nel dibattito interno per le elezioni comunali. Nelle condizioni le più frequenti che era una certezza della vittoria delle elezioni comunali vi era ampio spazio per un talora aspro confronto interno. Che spesso si orientava così: gli interessi più materiali e quelli più intellettuali e sociali. Così il candidato della corrente dorotea era il più delle volte un geometra, che intermedia gli interessi dei piccoli e grandi proprietari, il ciclo dell’edilizia, ecc. Il candidato delle correnti di sinistra era il più delle volte il maestro o il professore della scuola media, che dava espressione alle sensibilità sociali, alla crescita della cultura, ecc.

Questo è il tratto che mi sembra di dover ricordare come una costante della personalità di Franco. Che ha attraversato tante esperienze amministrative e politiche, da Sindaco a Presidente della Regione. Si fa quel che corrisponde alle reali possibilità, si ascolta e si cerca di convincere, perché se le cose si fanno con il consenso si ha una maggiore possibilità di vederle realizzate. Come ognuno di noi che si è misurato con il fare nelle istituzioni pubbliche anche Franco non sempre ha fatto le cose giuste, non sempre è riuscito a fare ciò che appariva necessario (a posteriori, magari). Ma certo non ha sbagliato mai per arroganza o superficialità. Disvalori così ben rappresentati, purtroppo, nella politica contemporanea.

Il secondo episodio si colloca invece nel 1992. Eravamo entrambi cresciuti, di età e di responsabilità. Lui Presidente della Regione e io Sindaco di Padova. Lui succeduto a Carlo Bernini nel 1989 e rieletto nel 1990, io succeduto a Settimo Gottardo nel 1987 e pure rieletto nel 1990. Avevamo avuto tutte e due dei predecessori alquanto ingombranti, per autorevolezza e capacità innovativa, e avevamo dovuto proporci con una nostra cifra personale.

In quell’anno prendo una decisione difficile e ambiziosa. Cambiare il quadro politico della città. Rompendo la tradizionale alleanza con i socialisti (che durava dal 1964!) aprendosi alla presenza in giunta dei comunisti (ormai postcomunisti, nel 1991 era nato il Partito Democratico della Sinistra, PDS). Cosa mi aveva portato a questa decisione? Tanti segnali da cui emergeva nella necessità una forte richiesta di cambiamento. C’era stato il referendum di Segni sulla preferenza unica (quello in cui Craxi fece l’errore di invitare tutti ad andare al mare) e io mi ero fortemente impegnato per il Sì, e Padova fu la città in cui più elevato fu il consenso al Sì. L’alleanza con i socialisti si era fortemente usurata, con una certa volontà loro di prevalere nella conduzione amministrativa, al di là del consenso conseguito. Avvertivo la necessità di una svolta politica, che se non avessimo guidato avremmo dovuto subire. Scelta difficile, se vogliamo anche avventurosa, che non teneva conto del quadro politico nazionale e regionale, in cui la collaborazione con i socialisti era la norma. Per questo forti e diffuse erano le perplessità: in una parte della DC nel seguirmi in questa scelta audace (altri comuni capoluogo con DC e PDS al governo e socialisti all’opposizione in Italia non ce n’erano). Altrettanto presenti erano le perplessità in una parte del mondo comunista sul misurarsi con responsabilità di governo con la Democrazia Cristiana, l’avversario storico, accettando di entrare in giunta con lo stesso sindaco che aveva governato con i socialisti. Due autorevoli personalità come Flavio Zanonato e Elio Armano guidarono il partito verso questa scelta, vincendo resistenze di altri, come il giovane ma combattivo Piero Ruzzante.

Franco Cremonese era nella DC tra i contrari. Con più di qualche ragione dal suo punto di vista. Era a capo di una Giunta regionale basata sull’accordo con i socialisti, accordo che valeva in tutti i maggiori comuni della regione. Con la classe dirigente socialista aveva rapporti di consuetudine e collaborazione che naturalmente non aveva con il PDS. Temeva uno spostamento a sinistra che poteva essere malvisto da tanti settori elettorali della DC. Fece parecchio perciò per impedire questa soluzione politica. Mobilitando consiglieri ed assessori a lui vicini. Agendo anche sugli altri partiti dell’alleanza. Tuttavia dovette misurarsi con la mia determinazione. Alla fine mi chiamò, esponendo tutte le sue ragioni, invitandomi alla prudenza, cercando di farmi capire le conseguenze gravi di questa scelta. Io esposi le mie, con calma ma anche con determinazione. Spiegando che ormai l’alternativa era semplice: o la Giunta come la proponevo io o un altro Sindaco e probabilmente l’avventura di nuove elezioni. Franco mi disse semplicemente: “Io avevo il dovere di dirti quello che pensavo, ma il Sindaco sei tu e sei tu che devi decidere, fai quello che ti sembra giusto”.

E così feci e il 12 giugno del 1992, vigilia della festa di Sant’Antonio, nasceva l’inedita giunta fatta da democristiani, postcomunisti e repubblicani, con Flavio Zanonato vicesindaco. Accettando il dato di continuità dello stesso Sindaco. In fondo c’era un precedente. Quando nel 1964 fu fatto la giunta di centro sinistra i socialisti accettarono di entrare in Giunta con Crescente Sindaco, il Sindaco che avevano avversato per 15 anni…

Dove sta il valore dell’episodio sotto il profilo della figura di Franco Cremonese? Che Cremonese avrebbe avuto il potere di impedire la nascita di questa giunta. Convincendo, e avrebbe potuto farlo, i consiglieri comunali a lui vicini a non dare il consenso, a non entrare in Giunta. Isolandomi politicamente anche nell’opinione pubblica. Mobilitando ad esempio il vasto mondo dell’associazionismo economico, che molto era legato agli interventi di sostegno della Regione, che pur essendo diffidente verso il mondo comunista tuttavia guardava con attenzione a questa sperimentazione, alla svolta innovativa. Non fece nulla di tutto questo. Valeva sempre l’idea di Moro: “tutti i democristiani sono necessari” ed aprire un così profondo contrasto nella DC e nell’opinione pubblica era cosa che non stava nella sua sensibilità.

Qualche settimana dopo Franco fu costretto alle dimissioni da Presidente della Regione, travolto anche lui dalle vicende di Tangentopoli. In modo ingiusto, lo dico con convinzione, per l’inutile violenza di una carcerazione data in pasto all’opinione pubblica. E dopo qualche mese anch’io e la mia giunta fummo travolti dal vento delle inchieste giudiziarie. Restò comunque l’eredità politica di una alleanza che anticipava in fondo ciò che sarebbe successo con la creazione dell’Ulivo e poi del Partito Democratico, con la lunga sindacatura di Flavio Zanonato, la più lunga nella storia repubblicana dopo quella di Cesare Crescente.

De mortuis nihil nisi bonum suggerivano gli antichi. Non è una pratica ipocrita, è che il bene che si è seminato resta più forte e radicato degli errori e delle mancanze che pure accompagnano sempre le vicende umane.

Quel bene si è reso evidente nella partecipazione ai funerali di Franco. La chiesa pur grande di Montemerlo non ha potuto accogliere tutti i presenti. Eppure Franco era ormai un uomo senza alcun potere, uscito dalla vita politica nel 1992, quasi un quarto di secolo prima, vivendo in modo appartato quel tempo: dignitosamente, non facendo mancare qualche consiglio a chi lo chiedeva, ma senza alcuna presenza pubblica, facendo poi i conti con una lunga malattia.

E difatti ai funerali era presente tanta gente semplice. Non i potenti del presente. Era il segno del bene seminato. Girando lo sguardo attorno vedevo tanti volti che mi riportavano alla vita politica della cosiddetta prima Repubblica. Quella che camminava su solide organizzazioni politiche e sociali. I volti abbronzati dal sole della campagna di uomini legati al lavoro della terra, artigiani dalle mani operose, ex sindaci dei piccoli comuni della provincia, magari senza titoli di studio ma dotati di molta saggezza, che avevano trovato in Franco un ascoltatore non distratto, segretari di sezione della DC di un tempo, che costituivano la rete della tenuta anche sociale della comunità padovana. Persone umili potremmo dire, ma al loro tempo autorevoli nella propria comunità. Che erano venuti per dire un grazie a chi aveva dato loro ascolto, prestigio, ruolo sociale. Aveva teso la mano di fronte ad una difficoltà. E poi i labari di tante associazioni del volontariato, insieme alla presenza degli Scout, un mondo cui Franco si sentiva profondamente legato.

Il segno del bene fatto. L’eredità più preziosa anche per un uomo politico. Aver seminato legami sociali. Un insegnamento fruttuoso, oggi che una certa politica sembra invece aver successo coltivando rancori, invidie, divisioni. Distruggendo i legami sociali. Così va ricordato: un costruttore paziente e tenace, di opere e di condivisione di rapporti, fiducioso nelle virtù positive del popolo veneto.

 

Paolo Giaretta

 

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