Se esista il PD

Pubblicato il 19 agosto 2019, da Pd e dintorni,Politica Italiana

In attesa di assistere agli imprevedibili esiti della crisi di governo con le più disparate soluzioni che si affacciano, completo il piccolo trittico di ferragosto iniziato con l’onore perduto dei 5 stelle (che potrebbero recuperarlo), proseguito con Capitan Fracassa (a cui il potere ed il consenso reale e virtuale ha dato alla testa) e che ora termino con il Partito Democratico, il mio partito.

Parto da una domanda. “Ma esiste ancora il PD”? Non è una domanda “disfattista” o superficiale. È invece un invito a riflettere su tutto ciò che è cambiato da quando il progetto del PD è nato.

Il Partito Democratico è stato l’esito di un progetto politico iniziato con l’Ulivo, per portarlo da alleanza tra partiti diversi ad unico soggetto politico.

I pilastri su cui è nato il Partito Democratico possono essere così riassunti:

Riunificare le culture riformiste del paese, attorno alle grandi eredità della sinistra italiana, prlncipalmente rappresentate dalle evoluzioni riformatrici dei democratici di sinistra e del popolarismo cattolico, protagonista di una cultura delle riforme espressa fin dall’avvento della Repubblica con l’impronta data alla carta costituzionale. C’erano altri filoni coinvolti, dall’area liberale a quella ambientalista, ma questi due contenitori hanno prevalentemente fornito progettazione ideale, programmatica, personale politico, strutture organizzative;

Agire in un contesto politico che sembrava segnato dall’evoluzione verso un sistema bipolare, sull’esempio di altre democrazie mature del campo occidentale;

Collegarsi a livello planetario con le forze riformiste che sembravano in grado di cogliere positivamente la fase della globalizzazione; i progressisti al governo in larga parte dell’Europa, negli Stati Uniti con Clinton e poi Obama, la suggestione dell’Ulivo mondiale…

Di questi pilastri non è rimasto pressoché nulla. I sistemi politici anche i paesi a vocazione bipolare e maggioritaria si sono andati frammentando, rendendo sempre più necessari governi di coalizione anche tra forze eterogenee.

È caduta l’illusione di poter governare con le vecchie ricette socialdemocratiche la nuova fase della globalizzazione non ha retto alla prova dei fatti: crisi degli stati nazionali, dei sistemi di welfare, delle infrastrutture democratiche (partiti e sindacati), crescite delle diseguaglianze, emergenze ambientali e l’emergere in tutto il mondo di una destra incattivita.

Si è sostanzialmente esaurita l’eredità culturale, programmatica ed organizzativa dei partiti fondatori del PD. All’ inevitabile succedersi delle generazioni si è aggiunta scarsissima cura nell’innovare le strutture organizzative, nel formare nuovi gruppi dirigenti, nell’elaborare un nuovo pensiero in grado di affrontare i tempi nuovi. La rottamazione è stata una fortunata trovata pubblicitaria, che tuttavia ha accelerato il declino di ciò che c’era senza saper costruire il necessario nuovo: forme politiche, partecipazione, pensiero, gruppi dirigenti, tecnostrutture informative, ecc.

Per questo mi sento di dire “quel” PD non esiste più, non si vive di ricordi e di eredità dissipate. E’ un passato onorevole che però occorre saper rigenerare, ridando vitalità a quel progetto, a quei principi e valori così necessari nel presente degrado delle forme democratiche.

C’è un nuovo PD da costruire, che faccia i conti con la contemporaneità. Occorre la costruzione di un pensiero politico capace di suscitare passione e condivisione attorno ai problemi del presente: lotta alle diseguaglianze, valore del lavoro, libertà individuali e collettive, sfide ambientali. Il pensiero esiste in tanti think thank progressisti (cito per tutte l’esperienza della ASVIS del prof. Enrico Giovannini, di cui recentemente e meritoriamente Giorgio Santini ha promosso la costituzione della sezione veneta). Manca l’imprenditore politico capace di tradurre le suggestioni in azione politica e questo deve essere il nuovo PD.

Occorre rinnovare le forme organizzative, non rinunciando ad una cura più severa delle presenze territoriali (quanti quadri preparati e capaci si sono persi per strada in questi anni, nell’indifferenza dei più…), dove si formano e crescono leadership, nuclei di partecipazione e di animazione sociali, occorre riprendere con lungimiranza un investimento sulla formazione dei gruppi dirigenti. Non basta rinnovare se non c’è fondamento di competenza, di cultura politica, di capacità rappresentativa.

Se non c’è più “quel” PD c’è bisogno di questo nuovo PD. Che però non nasce per miracolo o per eredità. Nasce con un duro lavoro politico. Ci sarà? Se si formerà un governo con la partecipazione del PD perché non si traduca in una breve e fallimentare esperienza non basterà riandare alle esperienza passate di buon governo, bisognerà mettere in campo una rivoluzionaria energia innovativa.

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