Pensiero democratico?

Pubblicato il 16 settembre 2019, da Pd e dintorni

Sistemando i troppi libri di casa mia ho trovato il volume di cui vedete l’immagine.

È il primo numero della rivista “Il pensiero Democratico” messa in piedi nel 2008 da un bel gruppo di giovani democratici del PD veneto. Il Pd era stato appena fondato, da primo segretario regionale avevo chiaro che non poteva esistere un partito veramente nuovo senza un nuovo impianto culturale, da costruire anche nel territorio. Aveva molta ragione il Marchese Massimo D’Azeglio quando fatta l’unità d’Italia negli anni sessanta dell’800 osservava: “Hanno voluto fare l’Italia nuova e loro rimanere quelli di prima”.

Per questo mettemmo in piedi la Scuola Veneta di Politica con Cristina Bonetti ed Andrea Ferrazzi, scuola che offrì formazione a centinaia di giovani, con relatori di primo livello, da Enrico Giovannini a Vito Mancuso, da Gianni Cuperlo a Pietro Ichino, da Aldo Cazzullo a Pierluigi Bersani a Walter Veltroni, solo per fare qualche nome.

E poi questa rivista. Scorro i saggi di questo numero dedicato al tema della giustizia sociale. Reddito di base (!!! siamo nel 2008), diseguaglianze sociali e lavoro degli immigrati, uguaglianza, libertà e capacità, la crisi e le banche (!!!), digital divide, formazione ai tempi di Facebook…

Tra gli autori tanti giovani (allora) democratici che lavoravano come ricercatori nell’Università: Giovanni Tonella (oggi Presidente dell’Assemblea Regionale PD), Luciano Greco, Paolo Giacon, Michele Fiorillo e altri, e accanto a loro intellettuali e politici riflessivi, da Enzo Pace, a Tiziano Treu, a Donata Gottardi, a Ermete Realacci, a Giuseppe Bortolussi. C’è anche un mio intervento sul tema “Il bene comune in Veneto”. Era il testo di una relazione richiestami dalla Scuola Diocesana di Formazione Politica di Venezia. E tanti persi per strada…

Poi ho lasciato la segreteria regionale del Veneto e (secondo me purtroppo) queste due iniziative sono cadute: né Scuola, né rivista come palestra di lettura, modo di attrarre nel lavoro politico del PD giovani curiosi, intellettuali, esponenti della società civile, pensiero costruttivo.

Perché cito questo episodio? Perché sono occasioni perse, semi che avevano generato pianticelle che avrebbero dovuto essere coltivate con cura, perché si irrobustissero e dessero frutti copiosi. Se il PD è così poco influente nel Veneto non è per caso.

È la conseguenza dello scarsissimo lavoro politico che si fa. Pensiamo di vivere sulle eredità nazionali o sulla eredità dei vecchi partiti fondatori, eredità ormai svanita. Sì, prendiamo voti di tradizione (sempre meno, perché le generazioni passano), un po’ di voti contro (Salvini, una volta Berlusconi, ecc.), ma pochissimo lavoro facciamo perché ci siano voti per: per un progetto politico originale ed innovativo, per far parte di una comunità (il PD) che offre strumenti di lettura della realtà, di formazione di un pensiero, di partecipazione alla costruzione di una prospettiva politica nuova ed aperta al nuovo che c’è nella società.

Anche per questo la raccolta nelle reti del consenso è così scarsa: se non si lavora con continuità su progetti a lungo termine poco si raccoglie. E mi dispiace dirlo ma arriviamo alla scadenza del rinnovo del Consiglio regionale il prossimo anno (eh sì, il tempo passa) esattamente come cinque anni fa: senza un progetto di pensiero, una proposta strutturale per il Veneto di domani costruito con le intelligenze, le associazioni, i mondi vitali che nel Veneto ci sono e possono guardare a noi, senza un candidato nato da questo lavoro politico.

Sbaglio? Comunque ci sarebbe ancora un po’ di tempo se si volesse, magari anche solo per perdere con dignità.

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