Una idea di popolo veneto: la scommessa regionalistica della Democrazia Cristiana

Pubblicato il 24 aprile 2020, da Cattolici e società,Veneto e Nordest

Per chi è interessato alla storia recente qui un contributo che mi ha chiesto Dino Bertocco per l’ottimo sito di riflessione politica Gecco (Generare e condividere conoscenza) http://www.geecco.it/osservatorio-societa-veneta/unidea-di-popolo-veneto-scommessa-regionalistica-democrazia-cristiana/

Rinvio ad un saggio più completo in corso di pubblicazione per una analisi anche più critica del decennio successivo alal creazione delel regioni, però è importante capire che la lezione è sempre la stessa: la politica incapace di progetto è sostanzialmente superflua.

Cinquant’anni dalla nascita delle Regioni. Cinquant’anni sono molti. E la pandemia impedisce di celebrare adeguatamente questo anniversario. Probabilmente con qualche sollievo per chi avrebbe dovuto paragonare quella stagione realmente creativa alla presente.

Quando il 7 e 8 giugno 1970 i veneti si recano alle urne per la prima volta per eleggere il Consiglio Regionale non hanno incertezze. Si affidano in massa alla Democrazia cristiana. Sono 1.287.167 gli elettori che segnano sulla scheda lo scudo crociato. La maggioranza assoluta, per la precisione il 51,9%, con la punta massima del 64,2% della provincia di Vicenza, la “sacrestia d’Italia” come veniva definita, e con quattro province su sette in cui la DC supera la soglia del 50%. Nessun altro partito da allora ad oggi ha superato questo livello di consenso.

Mariano Rumor e Toni Bisaglia

Rinvio una analisi più dettagliata ad un mio saggio in corso di pubblicazione in un volume curato dal prof. Filiberto Agostini, dedicato ad Angelo Tomelleri, primo presidente della Regione Veneto. Qui desidero evidenziare due aspetti:

  • l’attuazione della riforma regionale, rimasta inattuata per 22 anni è una consapevole risposta politica elaborata dalla DC, con presidente del Consiglio il veneto Mariano Rumor, di fronte ad un passaggio arduo per il nostro paese, che vedeva forti tensioni sociali, problemi economici, l’emergere del terrorismo come deviazione della lotta politica;
  • la DC veneta visse questa attuazione come una occasione importante per una elaborazione culturale e politica coerente con i propri valori e una spiccata visione autonomistica dei rapporti istituzionali, come già ha ricordato nel suo contributo Ettore Bonalberti.

 

Il disegno di una risposta riformatrice alle tensioni sociali

Dobbiamo riandare con la memoria all’esordio di quel decennio degli anni Settanta per capire la difficoltà nel reggere il timone del Governo. L’autunno caldo lascia in eredità una elevata conflittualità sociale, l’inflazione erode il potere d’acquisto (il bilancio del 1974 è una inflazione al 25%), si affaccia drammaticamente la strategia della tensione. Nel 1969 l’esordio con la strage di Piazza Fontana il 12 dicembre. L’eversione nera colpisce ancora: dalla rivolta di Reggio Calabria (1970), al tentato colpo di stato di Junio Valerio Borghese (1971), alla bomba alla Questura di Milano con quattro morti (1973), alla bomba di Brescia in piazza della Loggia (maggio 1974, con 8 vittime), fino all’attentato dell’agosto successivo al treno Italicus (12 vittime). Si sviluppa il terrorismo rosso: nel Veneto le BR colpiscono a Padova il 17 giugno 1974, assassinando Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci nella sede del Movimento Sociale; poche settimane dopo, il 4 settembre, sempre a Padova viene assassinato l’agente della Polizia Stradale Antonio Niedda. Lo abbiamo dimenticato, ma il Veneto deve fare i conti in quegli anni con una diffusa attività criminale dell’eversione rossa e nera.

I governi di centrosinistra organizzano una risposta alle rivendicazioni operaie e studentesche con nuovi strumenti legislativi (lo Statuto dei lavoratori), con una politica di espansione della spesa pubblica, con un uso attivo delle Partecipazioni Statali per difendere i livelli occupazionali, con provvedimenti sociali, con l’introduzione delle pensioni minime e di un trattamento pensionistico più generoso, l’attuazione delle Regioni, norme sul referendum, la riforma sanitaria, il divorzio ed il nuovo diritto di famiglia, l’abbassamento a 18 anni del diritto di voto, ecc.

 

Il regionalismo per aprire una nuova fase nella vita pubblica italiana

L’attuazione della riforma regionale è parte di una consapevole risposta politica. Lo afferma chiaramente il presidente del Consiglio Mariano Rumor a chiusura del dibattito parlamentare alla vigilia del primo voto sulle istituzioni regionali: “La riforma corrisponde ad un impegno essenzialmente rivolto ad ampliare ed arricchire la vita democratica e quindi a creare le condizioni per una libera espressione di ceti e forze non partecipanti per decenni alla responsabilità della vita sociale e politica del paese…[le regioni dovranno costituirsi] in modo da non essere punti di disarticolazione e di ritardo nel rapporto tra il cittadino e le istituzioni pubbliche, ma elementi di raccordo, premesse per un generale riordinamento dello Stato e degli enti locali…questa grande riforma istituzionale e civile chiede la continuità dell’azione di Governo, e il legame tra politica di programmazione e politica delle istituzioni, di cui ho parlato, costituisce veramente l’occasione per realizzare un nuovo tipo di efficienza dell’azione pubblica” .

Due punti molto discussi e non condivisi da tutti: allargamento della base democratica e valore delle autonomie. Allargamento della base democratica voleva dire consentire al Pci di amministrare le regioni rosse, non era una scelta da poco. Ma vi era alla base una capacità lungimirante di lettura della società italiana. Valore delle autonomie era lo sviluppo coerente di un pensiero che era stato alla base del disegno sturziano di rientro dei cattolici nella vita pubblica italiana, contro impostazione centralistiche.

 

L’autogoverno del popolo veneto: un ambizioso disegno

La Dc veneta forte di un largo mandato che era politico, sociale e culturale non si limita ad una applicazione burocratica della riforma regionale. La prepara per tempo con il Comitato regionale per la programmazione economica del Veneto presieduta dal prof. Innocenzo Gasparini, in cui coinvolge tutto il sistema delle autonomie e delle rappresentanze sociali. Ne è un prodotto eccellente il primo Piano di Sviluppo economico regionale 1966-1970 che costruisce per la prima volta una rappresentazione del Veneto e della sua struttura economica sociale: sono le idee, anche contestate, di un Veneto policentrico, di una moderna infrastrutturazione, ecc. Un impianto culturale con cui non riuscì per molti anni a misurarsi il principale partito di opposizione, il Pci, attardato su analisi insufficienti.

È frutto di un solido impianto culturale la redazione dello Statuto. Mi limito anch’io a sottolineare la portata dell’art. 2 dello Statuto regionale: “L’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”. È l’unico statuo regionale che introduce il concetto di autogoverno legato alla realtà di un popolo. Nulla a che fare naturalmente con gli schematismi di “prima i Veneti”. E’ un filone di pensiero legato al personalismo comunitario, all’autonomismo sturziano, ecc.

 

Non solo amministrazione del potere

Come riesce la Democrazia cristiana a mantenere fino a metà degli anni ’80 sostanzialmente intatto un ampio consenso in una società così rapidamente mutata e soggetta ad un processo di secolarizzazione intenso?

Innanzitutto il capitale sociale accumulato per decenni che non viene eroso con la stessa velocità con cui si realizza il cambiamento antropologico. Pur in un contesto diverso, con aspettative differenziate, con stili di vita cambiati, resta il fatto che nella società veneta degli anni ’70 vi è una base valoriale ancora condivisa (il valore della famiglia, della piccola comunità, lo spirito di iniziativa, ecc.) e restano intatti i luoghi in cui si forma prevalentemente il vissuto sociale dei veneti: i patronati, le società sportive, le scuole materne, le sagre, le casse rurali, ecc. tutta una rete di comunità che conserva l’imprinting cattolico e riconduce sul piano politico al consenso verso la Democrazia cristiana

Ancora per tutti gli anni ’70 è vigorosa l’attività di formazione dei quadri dirigenti, con una organizzazione piramidale che parte dai corsi zonali, a quelli provinciali, regionali, fino a quelli nazionali alla scuola della Camilluccia (l’equivalente della scuola nazionale del Pci alle Frattocchie). Uno strumento per formare quadri nuovi, selezionare i migliori, costruire orientamenti e competenze da condividere nel territorio.

Naturalmente c’è un controllo capillare del potere che giustifica il permanere di un consenso elevato. Ancora nel decennio’70 la Dc veneta mantiene ruoli di assoluto rilievo nel governo nazionale. Sono 5 i governi presieduti in quelle legislature da Mariano Rumor, con presenze significative di ministri veneti in dicasteri decisivi. Nel periodo 1968 – 1979 si succedono ben quattordici governi guidati sempre da un esponente della Dc, di cui cinque sono i governi di Mariano Rumor, che del resto era stato potente segretario nazionale della Dc tra il 1964 e il 1969; per 44 volte un dicastero è occupato da un ministro veneto e per 45 volte da un sottosegretario di stato.

A ciò va aggiunto il presidio di altri settori importanti nella intermediazione degli interessi e nella formazione degli orientamenti dell’opinione pubblica, pensiamo al settore creditizio con banche popolari, casse rurali, banche di origine cattolica, o al ruolo svolto dal quotidiano Il Gazzettino, con il sostanziale monopolio dell’informazione fino alla fine del decennio e la presenza massiccia dei settimanali diocesani, che pur con un progressivo distacco comunque ancora fiancheggiavano il mondo democristiano.

Bisogna però aggiungere altro: Sindaci, amministratori, consiglieri regionali, parlamentari non erano espressione autoreferenziale del mondo politico democristiano in senso stretto, ma provenivano largamente dai mondi vitali in cui si organizzava la società veneta. Tutta la fase di fondazione della Regione, del reclutamento dei quadri, della costruzione dei rapporti con il territorio, con le organizzazioni sociali, con le altre istituzioni viene gestita e mediata esclusivamente dalla Democrazia cristiana. Presidenze del Consiglio regionale e delle Commissioni Consiliari sono pure affidate ad esponenti democristiani. Del resto basta scorrere l’elenco dei componenti del gruppo consiliare regionale della Dc nelle prime due legislature per rilevare una robusta presenza tra gli eletti di esponenti dei ceti produttivi, del mondo agricolo, dell’artigianato, del commercio, del sindacato accanto ad esperienze maturate nell’amministrazione locale. E la gestione degli assessorati rilevanti per la gestione dei settori economici viene affidata ad esponenti di quei mondi.

Questo impianto culturale prima che organizzativo, valoriale prima che di controllo del potere consente alla Dc veneta di durare a lungo. Ancora nelle ultime elezioni regionali in cui si presenta il simbolo della Dc, quelle del 1990, i democristiani si attestano al 42,3%

 

Bisaglia aveva capito cosa si preparava

Tuttavia le crepe di un sistema così robusto partono da lontano. Non sempre le premesse culturali hanno saputo tradursi in azione politica. E naturalmente ritardi, pigrizie, convenienze hanno appesantito un disegno riformatore. A partire dalla elefantiasi regionale, in contrasto con il disegno iniziale di una Regione leggera, più dedita alla programmazione che alla amministrazione.

E’ significativo leggere oggi la lunga intervista che Antonio Bisaglia rilasciò nel 1975 a Giampaolo Pansa, allora inviato di punta di Repubblica. Con giudizi preoccupati e lucidi sulla situazione nazionale: “La Dc, restando al governo per trent’anni, si era convinta che non esistesse una alternativa a sé stessa (e forse qualche democristiano è ancora convinto di questo, io no) […] ad un certo momento la Dc e i democristiani hanno incominciato a pensare di essere insostituibili: noi invece siamo sostituibili”; con una analisi crudele sulla crisi del centrosinistra: “in certi momenti il centro sinistra sembra un morto che viene portato in giro affermando che è vivo. E tutti stiamo a questo gioco […] il paese ha una immagine stanca di noi, e l’immagine della Dc ha stancato il paese”.

È interessante soprattutto la collocazione che Bisaglia vede per la Dc nel nuovo contesto di un paese laicizzato: “La Dc ha vissuto per un lungo periodo avendo una sorta di rappresentanza istituzionale del mondo cattolico. Il mondo cattolico era la nostra polizza di assicurazione […] Oggi non esiste più una polizza di assicurazione, oggi la Dc è un partito che si guadagna il consenso e lo perde a seconda della sua credibilità. Quindi quando io parlo di rifondare la Dc credo che sia possibile ridare una credibilità ad una Dc che sia capace di interpretare la società nei suoi limiti e governarla”. Appare chiara la nuova dimensione che Bisaglia intravede per il partito, pensando anche al suo Veneto: “credo che la Dc sia un partito popolare, di ceti medi, e quindi anche di interessi, non solo di valori […] sono prevalentemente gli interessi del ceto medio e dei lavoratori dipendenti. Questa è la fascia sociale naturale per la Dc. L’impiegato, l’artigiano, il coltivatore diretto, l’insegnante, il libero professionista, il commerciante, l’assicuratore e poi il piccolo e medio imprenditore industriale”.

C’è una domanda di Pansa: “e se i ceti medi dovessero cambiare, e accettassero quello che a voi sembra un capovolgimento di valori?” ed una risposta di Bisaglia senza incertezze: “vuol dire che abbiamo esaurito il nostro ruolo. Un partito non è eterno, la fede è eterna, la Chiesa per me, ma un partito no. Uno deve pensarci prima”.

Di Bisaglia abbiamo l’immagine di un uomo di potere. E certamente lo fu. E tuttavia come si vede c’era una capacità acuto di leggere i fenomeni sociali e di pensare a possibili risposte.

 

Una delle tante eredità di una stagione riformatrice

Oggi la sanità è tornata al centro della agenda politica. Si discute sulle diversità del modello veneto e di quello lombardo. Possiamo evidenziare due fatti. Non è un caso che fu una donna, la veneta Tina Anselmi, a portare in porto come ministro della sanità la riforma, non senza critiche e resistenze. Ma appunto guardando lontano: un servizio universale, con una partnership tra lo Stato e le autonomie regionali. Siamo nel 1978, tanti vani discorsi odierni sul federalismo, anch’essi schiacciati sulla propaganda del presente, appaiono meschini di fronte alla incisività di un vero disegno riformatore quale fu quello della sanità italiana: universalismo e federalismo. Nei fatti non a parole.

Il Veneto ha affrontato meglio la pandemia per tanti motivi. Non è casuale. Qui non c’è stata la privatizzazione selvaggia che ha caratterizzato la politica sanitaria lombarda, e c’è stato un altro aspetto. In Veneto fin dall’inizio grazie agli assessori democristiani alla sanità e alle politiche sociali che si sono succeduti, da Antonio Prezioso, a Gianbattista Melotto, a Francesco Guidolin vi è sempre stata una stretta integrazione tra le politiche sociali e quelle sanitarie, i presidi territoriali e quelli ospedalieri. Un lascito prezioso in questo tempo disagiato, è stata la risorsa consolidata che ha consentito di gestire meglio la pandemia. Da non dimenticare

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