La lezione del calcio

Pubblicato il 19 giugno 2020, da Politica Italiana

Aspetto a commentare l’esito degli Stati generali. Avevo criticato l’iniziativa, mi sembra che, presentata in pompa magna, si sia liquefacendo in una lunga liturgia che non trova neppure più eco nei media. Vedremo. Ne approfitto per commentare un fatto in sé minore ma indicativo di come è fatto il nostro paese.

Parlo della finale di Coppa Italia. Senza pubblico. Capisco che il problema non fosse tanto la presenza nello stadio che avrebbe consentito un distanziamento teorico quanto l’afflusso allo stadio, sui mezzi di trasporto, ecc. Si rimedia con un espediente degno di miglior causa: un pubblico virtuale sugli spalti, che si è tradotto per il video spettatore in un fastidiosissimo sfarfallio sullo sfondo.

Cambia la natura dello spettacolo, ad esempio molto interessante è sentire le voci dei giocatori in campo e degli allenatori, si poteva puntare di più su questo. E magari fare cantare l’inno d’Italia ad un cantante professionista e non ad un concorrente di Amici che si dimentica le parole.

Poi c’è l’introduzione di una regola ridicola: le medaglie e la coppa non possono essere consegnate, se la devono prendere i giocatori. Dunque i giocatori sono tutti tamponati, il presidente della federazione pure, o avrebbe potuto farlo per l’occasione. Rischi inesistenti, ma chissà chi ha deciso così.

Risultato: la coppa è stata consegnato dai presidenti, senza mascherina, nessuna regola è stata rispettata, i calciatori hanno naturalmente festeggiato tutti insieme, abbracciandosi, alitando quanto basta, come è inevitabile se si raggiunge un risultato professionalmente (e finanziariamente) importante. Inevitabile, meglio non mettere regole cervellotiche se sai già che non sarai in grado di farle rispettare.

Poi c’è l’inevitabile festa dei tifosi. Il tifo (anche quello calcistico) è una malattia. Inutile pretendere comportamenti razionali. La conquista di una coppa (a danno della Juve poi, per la seconda volta…) è un fatto che promuove una grande festa. Inevitabilmente.

Perchè ne parlo qui? Perché la vicenda ci riconduce alle responsabilità della politica. La lobby del calcio è potente. Ci sono interessi economici e anche di passione sportiva. Diceva Togliatti che chi non capisce le passioni popolari che muovono il tifo sportivo non può fare il dirigente politico. E in fondo nel cuore di quasi ogni ministro o parlamentare si annida il tifoso. Decidi che non si può più fermare il calcio. Devi assumere rischi e responsabilità, non lavandotene le mani pensando che regole assurde nel caso specifico possano essere rispettate. Alla fine gli irresponsabili più che i tifosi sarebbero (anche) coloro che decidono e poi pensano di poter nascondere la mano.

Non è un problema semplice. La politica non è onnipotente. Mi ha raccontato un amico che domenica a Lignano i bar trendy erano strapieni di clienti assiepati senza mascherina e senza distanza. D’altra parte cosa puoi fare? Chiudere di nuovo tutto e mandare in malora l’economia? Impossibile intervenire d’autorità, occorre una paziente opera di persuasione. Che ha funzionato molto bene nella fase critica dell’emergenza. Gli italiani la hanno accettata con disciplina. Oggi è più difficile. Le regole devono anche adeguarsi a quanto il sentire comune riesce a sopportare.

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