Ancora sulle riforme. Per conoscere

Pubblicato il 20 settembre 2016, da Relazioni e interventi

RIFORMA COSTITUZIONALE, UNA OPPORTUNITÀ’ IN PIÙ’ PER L’AUTONOMIA DEL VENETO

Tavola rotonda con Mario Bertolissi,Giorgio Santini e Luciano Sguotti – Festa provinciale dell’Unità, Padova 18 settembre 2016

 

In tutti gli interventi che sto facendo a sostegno della campagna per il sì sulle riforme costituzionali ricordo sempre che bisogna avvicinarsi al tema senza spirito fazioso, ma cercando di rispondere a queste due domande. Premesso che come in ogni cosa di questo mondo anche il testo delle riforme ha delle luci ed ha delle ombre la domanda che dobbiamo farci è: sono più le luci o più le ombre? E la seconda domanda è: il cambiamento va nella direzione giusta? Io do una risposta positiva a queste due domande, anche sulla base della esperienza che ho fatto in questi anni di vita parlamentare, in cui ho visto passare tanti tentativi di riforma mai conclusi, per mancanza di coraggio politico, per estenuata ricerca della perfezione di ogni dettaglio, per incapacità ad un certo punto di decidere.

Lascio da parte gli argomenti del no più faziosi. Quelli che fanno dire alle modifiche cose che nelle modifiche non sono contenute, quelli che in realtà esprimono un odio politico nei confronti di Renzi ed usano l’occasione delle modifiche alla Costituzione (rispetto della Costituzione?) per cercare di abbatterlo, non avendo nessun imbarazzo a stare in una compagnia di cui dovrebbero diffidare, tra neofascisti, leghisti, M5S, ecc. Guardo invece ad argomenti anche fondati e seri nell’analisi dubitante da parte di costituzionalisti. Che tuttavia esprimono tanti dubbi su dettagli senza porsi il problema di come fare una sintesi migliore. Perchè l’altra cosa chiara è che la scelta è tra questo testo di aggiornamento della Costituzione o nessuna riforma. Non esiste bocciare questo testo pensando di farne immediatamente uno migliore. Che lo sostenga qualche accademico ignaro della concretezza della politica lo posso capire. Che lo sostenga un uomo che conosce bene la politica e le ragioni del potere come Massimo D’Alema è francamente fare un torto alla verità. Se fosse così semplice come sostiene il Max allestire tre articoletti che risolvono tutti i problemi (con chi approvati nell’attuale Parlamento non lo dice) c’è da chiedersi perché non l’abbia fatto quando ne ha avuto il potere, da Presidente della bicamerale fallita del 1997/1998 o da Presidente del Consiglio o da autorevole parlamentare e dirigente politico. No, l’evidenza politica è o questa riforma o nessuna riforma. Preferisco che la riforma ci sia, pur con qualche difetto.festaunità2016

Parliamo di modifiche della seconda parte della Costituzione. Dobbiamo ripeterlo sempre. La prima parte, mirabile sintesi di valori fondanti della convivenza civile, non viene toccata. Si interviene sulla seconda parte in modo limitato (non facciamoci fuorviare dal numero degli articoli modificati, perché spesso si tratta di pure modifiche lessicali dovute alla soppressione delle province o al cambiamento del Senato), nella parte più “sperimentale” approvata dai costituenti. Sono passati quasi 70 anni, è cambiato tutto il sistema politico ed istituzionale, si dovrebbe comprendere che qualche aggiustamento sia necessario senza mancare di rispetto ai costituenti di allora. Che erano del resto ben consapevoli dei limiti e della provvisorietà della seconda parte. Lasciamo stare i giudizi di Gaetano Salvemini, allora ancora negli Stati Uniti, uomo di forte tempra polemica, forse offeso perché nessuno l’aveva chiamato a far parte della Costituente, comunque una delle figure più significative dell’antifascismo. Salvemini parlò della Costituzione come di “ una alluvione di scempiaggini … I soli articoli che meriterebbero di essere approvati sono quelli che rendono possibile emendare o prima o poi quel mostro di bestialità… Da quelle scempiaggini sta per uscire la costituzione più scema che sia mai stata prodotta dai cretini di tutta la storia dell’’umanità”. Per dire cosa può produrre rancore, vis polemica e una spropositata opinione di sé stessi. Ma andiamo ai giudizi di due costituenti che la Costituzione aveva contribuito a scriverla con passione ed autorevolezza. Scriveva a fine ’48 Giuseppe Dossetti, a proposito della seconda parte: “una Costituzione scialba, monocroma, dannosa per una cultura fanatica di una idea del super controllo” e poi “Questo sistema […] è stato strutturalmente predisposto sulla premessa di un contrappeso reciproco di poteri e quindi di un funzionamento complesso, lento e raro, sì come quello di uno stato che non avesse da compiere che pochi e infrequenti atti sia normativi che esecutivi”. O Piero Calamandrei che parlava di “totale mancanza di coraggio e fantasia”. Insomma se i migliori tra i costituenti erano da subito consapevoli dei limiti della parte seconda potremmo essere più oggettivi noi che abbiamo alle spalle l’esperienza della storia. Comunque chi la scritta non considerava affatto intoccabile il testo. Infatti Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 che aveva redatto il testo, nel presentare all’Aula il testo finale da votare diceva “la Costituzione sarà gradualmente perfezionata e resterà la base definitiva della vita costituzionale italiana. Noi stessi ed i nostri figli rimedieremo alle lacune ed ai difetti che esistono e sono inevitabili”.

Venendo al titolo V saranno le modifiche una opportunità in più per l’autonomia del Veneto come recita il titolo?. Anche qui: dipende. Dipende dalla capacità della classe politica regionale di essere innovativa e di cogliere tutti gli spazi offerti dal nuovo testo della Costituzione. Per me il bilancio è ampiamente positivo, tra il poco che viene tolto ed il molto che viene dato.

Vengono eliminate le province. Cosa da poco dopo tanti anni che se ne parla? O una formidabile occasione per le regioni di essere protagoniste in una incisiva riorganizzazione dei servizi territoriali, senza i vincoli di confini che hanno in molti casi poca rispondenza con le effettive gravitazioni. Come riorganizzare i servizi sui territori, come prestarli in modo più efficiente, come decentrare funzioni, ecc. Certo se l’atteggiamento del Veneto sarà quello tenuto in occasione dei tentativi di riforma del governo Monti di non cambiare niente sulla attuale definizione delle province, di non sfruttare le novità delle aree metropolitane e così via non cambierà niente non per colpa del centralismo statale ma per colpa dell’incapacità del governo regionale.

Cessa la legislazione concorrente e le regioni effettivamente perdono qualche competenza. Ma è giusto che succeda: ha senso che esista una legislazione concorrente ad esempio in materia di infrastrutture strategiche che riguardano tutto il paese? Per cui arriva magari in una Regione il terminale di un gasdotto di migliaia di km e la Regione può bloccarlo per le poche centinaia di metri che riguardano il proprio territorio? Del resto è stata materia di grande conflittualità tra Stato e Regione per la difficoltà di dipanare le effettive competenze e la Corte Costituzionale impiega metà del proprio tempo a dirimere queste divergenze, comunque con una costante interpretazione a favore dell’interesse nazionale. Meglio perciò fare maggiore chiarezza, ad ognuno il suo. Ricordo poi che i bilanci regionali quanto ad interventi sono in media per l’80% destinati alla sanità e per un altro 10% al trasporto pubblico locale. Resta davvero poco per altre competenze. E comunque se si tratta di un arretramento rispetto al titolo V del 2001, che non ha retto alla prova dell’esperienza, resta naturalmente un enorme passo in aventi rispetto alla Costituzione del 1948.

C’è un consistente ampliamento della possibilità di rafforzare le forme di autonomia delle regioni che si trovano in equilibrio di bilancio (perchè l’autonomia maggiore non sia pagata dai cittadini di altre regioni…), in materie importanti non previste dall’attuale titolo V, come istruzione, università e ricerca scientifica, politiche del lavoro e sociali, territorio e cultura. Possibilità nuove, da sfruttare fino in fono se si è capaci. Ricordo che solo con enorme ritardo la regione veneto ha sfruttato la possibilità più modesta esistente nel precedente titolo V. Vedremo l’esito.

Infine le Regioni (e i Comuni) entrano direttamente nel processo legislativo con il nuovo Senato e nominano due giudici della Corte Costituzionale. Una cosa da poco?. Invece di partecipare ad una poco incisiva Conferenza Stato regioni partecipano direttamente alla formazione delle leggi nelle materie che le riguardano. Una rivoluzione se sarà attuata con ferma volontà e capacità innovativa. Certo che se la rappresentanza delle Regioni in Senato sarà formata dalla sistemazione di qualche trombato che voleva fare l’assessore e non ci è riuscito o i rappresentati nella Corte da avvocati o professori concertati in base alla fedeltà politica e non alla competenza specifica non cambierà niente. Ma se nel Senato entreranno personalità forti, competenti, con visione (penso ad esempio al nostro Sindaco Achille Variati) ed alla Corte personalità eminenti (penso anche qui all’impenitente autonomista prof. Mario Bertolissi) molto potrà cambiare in direzione del consolidarsi di un serio regionalismo.

Occasioni che bisogna saper cogliere. Come ricordava Amleto all’amico Orazio: “ci sono più cose in cielo ed in terra di quanto ne sogni la tua filosofia”. Direi che nelle modifiche del titolo V ci sono più cose di quelle che possono contenere astratte perorazioni sul federalismo. Bisogna essere capaci di darne attuazione e dimostrare che la Regione sa raccogliere la sfida dello Stato.

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