Veneto politicamente immobile? Meno di quanto si pensi

Pubblicato il 19 febbraio 2017, da Veneto e Nordest

Monitor/Venezie Post 10 febbraio 2017

La donna è mobile, cantava il Duca di Mantova nel Rigoletto. Intendeva dire che la donna è volubile, non scostumata. Perché se cercava una donna scostumata c’era la bella Maddalena, sorella e complice del brigantesco Sparafucile.

Il voto è mobile, diciamo oggi. Mobile ma fino ad un certo punto come ci ha sempre insegnato Ilvo Diamanti sulle persistenze degli insediamenti elettorali. L’elettore non è scostumato, semmai sconfortato. Se stiamo sulla superficie potremmo dire che il sistema politico veneto è assestato. Zaia è un sicuro leader di riferimento. Primo nel gradimento tra Presidenti Regionali, successo solido alle ultime elezioni regionali: nel 2015 il 50,6% degli elettori ha scelto Zaia come Presidente della Regione; la coalizione che lo sosteneva ha raggiunto il 52,6% (Lista Zaia 24,3, Lega 18,1, Forza Italia 6,0%, più altre liste minori di sostegno). Più della DC che alle prime elezioni regionali nel 1970 prese il 51,9%? Allora però votò il 94,6% dei veneti e in termini assoluti Luca Zaia perde comunque in cinque anni 420.000 voti, solo in parte giustificabili con la presentazione di Flavio Tosi. C’è certamente un blocco sociale e culturale che si manifesta, ma è un blocco ancora molto mobile, non ancorato ad una elaborazione. Il forzaleghismo diventa con il tracollo di Galan e quello di Berlusconi a livello nazionale legaforzismo, ma la Lega si vede sopravanzata dalla lista personale di Zaia. Nel Veneto Forza Italia è al limite dell’irrilevanza, come conferma la vicenda padovana dove Forza Italia in previsione delle prossime elezioni comunali si arrende senza condizioni a Bitonci, non sapendo dove andare.

Io la metterei così: in mancanza di una alternativa (che non coincide con la semplice esistenza di una opposizione) tanti veneti pensano di andare sul sicuro votando Zaia, ma è un voto che è sempre alla ricerca. In attesa forse di quell’imprenditore politico che manca: per organizzare i voti attorno ad un progetto ambizioso per il Veneto. Perché se non ce ne accorgiamo il Veneto (ed il Nord Est) dopo un decennio ruggente rischia di tornare periferia. Comunque poco rappresentata a Roma, comunque marginale rispetto a Milano, che ha visto con Letizia Moratti, Giuliano Pisapia e Giuseppe Sala, oltre l’Expo, gruppi dirigenti impegnati nell’elevare lo status di Milano come capitale del Nord.zaia

Perciò sotto la superficie dico che l’elettorato è mobile, almeno potenzialmente. Come dimostra il forse abusato esempio delle elezioni europee: tradizionalmente voto in libertà, e proprio per questo il Veneto dà un potente segnale di fiducia a Renzi con il 37,5% dei consensi (sbornia elettorale che non ha portato bene alla lucidità del suo disegno politico) appena sotto al 38,1% dei sì al referendum costituzionale. Come dimostrano anche molte elezioni comunali. Anche perché sono in movimento i principali attori politici.

Non vi è chi non veda che tra la linea lepenista di Salvini e il post democristianismo di Zaia la frattura sia profonda. Sì, anche Zaia fa le sue brave battaglie identitarie, con il sostanzialmente innocuo e soprattutto inutile e dispendioso referendum (inutile per i Veneti, ma utile per le fortune politiche di Zaia), ma in sostanza offre all’elettorato veneto la rassicurante immagine di un Rumor d’altri tempi. Certo in una società cambiata ed incattivita, con altra stature se vogliamo, ma come scrisse Ilvo Diamanti “Zaia nei cinque anni del suo mandato non ha fatto niente…i veneti non amano troppo i politici che si intromettono troppo nella loro vita. Questa è la terra dove l’individualismo è un valore assoluto, dove l’arte di arrangiarsi definisce la graduatoria sociale… Zaia l’ha capito benissimo ed ha assecondato questa propensione evitando di incidere in profondità e facendo poca politica”. Però c’è una linea di frattura evidente, che attraversa la Lega a livello nazionale. Non a caso Salvini, di fronte alle voci ricorrenti di una possibile leadership di Zaia ha risposto “Al massimo potrà fare il Ministro dell’Agricoltura”. Non proprio un complimento. Perciò ne vedremo delle belle.

Poi c’è il PD. Condannato nel Veneto alla irrilevanza? In effetti non è che la classe dirigente veneta del PD si sia fatta molto onore, tra renzismi acritici ed immobili e vecchie persistenze post comuniste. E tuttavia lo scenario potrebbe cambiare profondamente. Perché se ci fosse una scissione, come io ritengo inevitabile (e aggiungo sommessamente da parte mia un purtroppo), questa scissione non avrebbe a che fare con la psicologia dei dirigenti ma sarebbe l’esito di un disegno politico chiaro di Renzi: la scommessa (o l’azzardo), all’uomo piace scommettere, di rappresentare davvero quel 40% di Italiani che lo hanno seguito nella sfida referendaria. Che la deriva estremista a destra e a sinistra lasciando scoperto un ampio spazio elettorale possa offrire l’occasione di un nuovo inizio sotto una leadership robusta. Non so cosa succederà, certo che con questa formazione di battaglia anche nel Veneto cambierebbe lo scenario politico. Quel 37,5% delle europee potrebbe non essere più una eccezione.

I 5 stelle non stanno a guardare. Non limitiamoci a giudicare dalle sconfortanti vicende romane: incapacità, improvvisazioni, legami sotterranei con i poteri di sempre già coltivati dal Sindaco Alemanno. Non dappertutto è così. Come è già successo con la Lega all’inizio anche amministratori improbabili e insufficienti. Poi la Lega si è fatta producendo anche amministratori di qualità. Non depone a favore l’episodio del candidato sindaco di Verona eletto con 85 voti in una primaria lampo. Però il lavoro c’è (ne è un segnale la scelta di Colomban come assessore a Roma) per trasformare i parecchi voti conseguiti in Veneto in azione politica, proposta di governabilità. Cercando anche fuori, tra i molti delusi dalla Lega.

Infine nel Veneto c’è sempre la variabile costituita dalle leadership territoriali dei Sindaci. Spesso espressione di maggioranze eterogenee e trasversali anche nei grandi comuni. Che potrebbero tornare ad essere un soggetto politico anche per la competizione regionale.

Se leggiamo l’ultimo Rapporto Nord Est 2017 vediamo che il Veneto dà segnali importanti di ripresa. Con due criticità. I campioni corrono, ma forse troppi restano fermi. La marea non sale per tutti. E poi che le risorse sistemiche, a cui deve provvedere la politica (formazione, servizi all’economia, logistica, ricerca, ecc.) risorse essenziali per la competizione globale restano troppo fragili, rispetto anche ai passi in avanti che stanno facendo i sistemi contermini. Una politica troppo immobile che non riesce a fornire ciò che serve. E una domanda di una politica più intraprendente e realizzatrice prima o poi emergerà.

Può darsi che non succeda niente, ma può darsi anche che cambi molto. Sì, il voto è mobile se si è capaci di fare proposte convincenti per farlo muovere.

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