In ricordo di Franco Cremonese

Pubblicato il 13 aprile 2018, da Veneto e Nordest

È morto Franco Cremonese, dopo una lunga malattia. Forse ai più ormai non dirà molto, ma è stato nella prima Repubblica una figura di spicco nella vita istituzionale e politica veneta e nazionale. Potente assessore regionale all’agricoltura e poi dal 1989 al 1992 Presidente della Regione Veneto. Diretto collaboratore di Antonio Bisaglia, gran capo del gruppone doroteo, la corrente della DC largamente maggioritaria.

Dal punto di vista della vita interna democristiana un avversario. Nei congressi della DC noi della sinistra DC da una parte, lui dall’altra. Tante battaglie, mozioni congressuali, conte congressuali che eravamo destinati a perdere, ma senza perdere la passione e le idee che ci sostenevano.

Una personalità complessa. Lo ricordo qui con poche parole, pensando che non sia figlia dell’ipocrisia la vecchia massima de mortuis nihil nisi bonum. Ricordare ciò che di buono uno ha lasciato è giusto, perché il bene resta e di errori e mancanze è impastata la nostra vita, e solo i presuntuosi pensano di non averne.

Di lui voglio ricordare due cose. Pur nell’asprezza della battaglia politica è sempre stata una persona che voleva includere, mai inutilmente dividere. Era la vecchia lezione democristiana: niente va buttato, tutti possono essere utili. Per descrivere lo stile dell’uomo vi racconto un episodio che mi riguarda. Quando decidemmo con Flavio Zanonato di cambiare la storia politica della città aprendo la stagione di una giunta DC PDS che avrebbe portato alla nascita dell’Ulivo padovano lui, che era presidente della Regione e capo della DC veneta, mi chiamò per dirmi che non era d’accordo, che riteneva un errore rompere la collaborazione con i socialisti e cercò di convincermi per non procedere. Io gli spiegai le mie ragioni e restai della mia idea, lui restò della sua. Avrebbe avuto il potere per impedirmi di fare ciò che ritenevo giusto. Allora non c’era l’elezione diretta del sindaco, controllava un certo numero di consiglieri, avrebbe potuto farmi mancare la maggioranza. Ma alla fine disse “sei tu il Sindaco, devi decidere tu, se lo farai avrai comunque la mia collaborazione”.

Era un uomo buono, virtù che l’asprezza della vita politica come spesso accade non aveva appannato. Ho avuto tante testimonianze nel corso degli anni di una sua privata generosità, di un mettersi a disposizione per risolvere i problemi di chi aveva bisogno. Gli capitò anche la pena del carcere, in un periodo in cui procuratori vanesi si preoccupavano di far arrestare in onor di telecamera, dubitando evidentemente della solidità del proprio impianto accusatorio. Affrontò la prova con grande dignità, uscendo poi dalla vita politica senza recriminazioni. Limitandosi a qualche consiglio agli amici che lo richiedevano.

Uomo dai solidi interessi extrapolitici. Appassionato di montagna, organizzatore di grandi spedizioni extraeuropee, amico di artisti di cui apprezzava la forza creativa. Una vita ricca, appesantita da una gravosa malattia anch’essa affrontata con tanta dignità.

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