Ricchezza, bene pubblico e benessere: come conciliarli in un'Europa in mutazione

Pubblicato il 26 aprile 2010, da Interventi al Consiglio d'Europa

Dichiarazione di voto a nome dell’ALDE – 26.04.2010

La crisi economica globale del 2008 – 2009 ha evidenziato un paradosso: mentre i dati del PIL restavano fortemente positivi, gonfiati dai numeri della finanza, peggiorava il benessere delle famiglie e si preparavano i presupposti per una recessione di dimensioni inaspettate.

Il problema non è tecnico ma politico. Se si assume come dato prevalente per le scelte strategiche di politica economica pubblica solo il dato della produzione di ricchezza si ha una visuale troppo limitata. In particolare non possiamo pensare che il dato del PIL corrisponda a una misura del benessere di una comunità. Ad esempio le statistiche ci dicono che in Germania ed in Italia nell’ultimo decennio la crescita del PIL in termini reali è stata quasi doppia rispetto alla crescita del reddito delle famiglie. Ancora a partire dal 1991 il gap del PIL pro capite è peggiorato per l’Italia rispetto agli Stati Uniti di dodici punti. Ma nello stesso periodo l’Italia accresceva di due punti percentuali rispetto agli Stati Uniti la speranza di vita della propria popolazione. Quale è stata la performance migliore?

Il PIL si limita a misurare l’attività economica del mercato. E’ un dato certamente importante, perché il livello dell’attività economica di un paese condiziona il livello delle risorse a disposizione dei governi per le politiche di sviluppo e coesione, il volume dell’occupazione, i redditi delle famiglie e delle imprese, l’indebitamento pubblico, ecc. Ma è sbagliato prendere il dato del PIL come un dato che sia sinteticamente un indice apprezzabile non solo per misurare il livello delle attività economiche ma anche del benessere e della qualità della vita dei cittadini.

Gli elementi strutturali della crisi indicano invece come sia necessario valutare per le scelte strategiche di politica economica altri elementi:

  1. come viene distribuito il reddito prodotto e quale sia il grado delle diseguaglianze. Gli studi dell’OCSE mettono in luce che anche nel mondo occidentale la crescita del PIL si è accompagnato ad una crescita rimarchevole delle diseguaglianze;
  2. quali siano gli elementi su cui basare una capacità di crescita durevole nel tempo. Non è indifferente come la ricchezza viene prodotta;
  3. quale sia la sostenibilità dal punto di vista ambientale e sociale del processo di crescita. Un eccessivo consumo delle risorse naturali e un indebolimento della qualità del vivere compromette lo sviluppo futuro.

Questo non significa dover abbandonare il PIL come indicatore sintetico della formazione della ricchezza. Esperienze importanti di utilizzo di altri indicatori (ad esempio l’indice dello sviluppo umano delle Nazioni Unite) dimostrano la difficoltà di utilizzare un unico indicatore quantitativo e qualitativo dello sviluppo. La strada è un altra: un miglioramento dei criteri di misurazione del PIL e l’adozione condivisa a livello internazionale di un set di indicatori maggiormente finalizzati a misurare il benessere dei cittadini e la sostenibilità dello sviluppo.

In primo luogo si tratta perciò di perfezionare la misurazione del pil in direzione di due problemi principali: da un lato concentrarsi di più sull’aspetto dei redditi familiari e allargare la contabilità ad aree della produzione di beni e servizi attualmente non contabilizzati ma di rilevante impatto sulle condizioni dei cittadini. Ad esempio la corretta misurazione di beni e servizi offerti dal settore pubblico al di fuori di una logica di mercato ed il contributo dato dal lavoro di cura domestico. Una parte importante del Rapporto Stiglitz elaborato per il Governo francese va esattamente in questa direzione.

Il secondo problema consiste nell’inglobare nel calcolo del PIL aspetti qualitativi non riconducibile esclusivamente al valore di mercato delle produzioni.

Accanto al dato del PIL così raffinato si tratta di introdurre un uso condiviso di un set numericamente limitato di indicatori statistici. Enrico Giovannini, attuale presidente dell’Istituto di Statistica italiano e già direttore delle Statistiche dell’OCSE, indica la necessità di convenire in una sorta di “costituzione statistica” condivisa a livello internazionale, concentrandosi su alcuni indicatori largamente riconosciuti in letteratura come fondamentali per il benessere degli individui: lo stato psicofisico, la conoscenza, il lavoro, il benessere materiale, l’ambiente, i rapporti interpersonali, la partecipazione alla vita della società. Indicatori che poi si riconducano a due criteri generali: l’equità dello sviluppo e la sua sostenibilità nel tempo.

E positivo che il dibattito sul significato del PIL sia uscito dalla cerchia degli addetti ai lavori e stia assumendo una presenza importante nel dibattito pubblico e negli orientamenti delle istituzioni: possiamo ricordare la Dichiarazione di Istambul sottoscritta nel 2007 dall’OCSE, l’ONU, la Banca Mondiale, la Commissione Europea ed altre istituzioni, nell’ambito del “Progetto globale per misurare il progresso delle società” promosso dall’OCSE, la comunicazione della Commissione Europea “Gdp and beyond” dell’agosto 2009, il Rapporto Stiglitz per la Presidenza francese, il comunicato finale del G20 di Pittsburg che indica la necessità di sviluppare indicatori complementari al PIL.

Si tratta ora di passare ad una fase concreta. L’eccellente rapporto dell’on. Vrettos e le indicazioni contenute nella risoluzione offrono indicazioni preziose e condivisibili e perciò annuncio il voto favorevole del gruppo dell’ALDE.

In fondo si tratta di fare una scelta politica di fondo: rinunciare all’idea che la crescita infinita sia di per sé un obiettivo prioritario ed assoluto, che automaticamente aumenta il benessere e la felicità dei cittadini ma associare all’idea della crescita la valorizzazione di quei beni relazionali, culturali, ambientali che costituiscono appunto una componente essenziale del benessere dei cittadini ed il presupposto per una crescita equa e sostenibile.

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