W l’autonomia, e poi?

Pubblicato il 1 marzo 2018, da Politica Italiana

La firma del protocollo d’intesa tra il Governo e le tre Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto per l’applicazione del Titolo V della Costituzione in materia di autonomia differenziata delle Regioni è un fatto importante e singolare, che si presta a diverse riflessioni politiche.

Intanto si conferma che c’è un governo riformista. C’è un pensiero sul Paese che dura negli anni. La firma del protocollo è reso possibile dal fatto che i governi di centrosinistra ed i Parlamenti con maggioranze di centrosinistra introdussero le modifiche del Titolo V della Costituzione. E questo governo riformista arriva all’accordo, con regioni a diverse maggioranze politiche. È un grande risultato che si raggiunge grazie alla competenza ed alla tenacia di Gianclaudio Bressa, sottosegretario, di fatto ministro delle Autonomie. E del resto fu il parlamentare dell’Ulivo Gianclaudio Bressa a presentare l’emendamento che introduceva nella Costituzione l’articolo sulla autonomia differenziata. A riprova che le competenze servono ed a parlare solo di rottamazione non si ottiene molto. E accanto a Gianclaudio Bressa c’è stato il lavoro silenzioso ma essenziale di Ivo Rossi, dirigente al Ministero, che ha tessuto le fila dell’intesa. Il PD veneto farebbe bene a tenere in maggior conto le competenze politiche e tecniche di Ivo, in un panorama non molto ricco di saperi.

Il fatto singolare è che le due regioni a trazione leghista, Lombardia e Veneto, firmano un protocollo così importante con un Governo “nemico” in scadenza. Mi sa che si fidano di più in questa materia di questo Governo che di possibili futuri Governi di centrodestra. Una destra che questo tema lo tratta in campagna elettorale ma che quando è stata al governo lo ha abbandonato a sé stesso senza alcun risultato.

Siamo un po’ smemorati ma possiamo capire meglio l’importanza di questo risultato se riportiamo alla nostra mente il clima in cui si svolgeva il referendum, suggestionato dalle ipotesi secessioniste della Catalogna e alle parole d’ordine usate per sostenere il referendum. Il merito del nostro Governo è di avere sgonfiato queste pulsioni e di aver offerto una sponda per ricondurle sul terreno costituzionale.

Zaia si conferma abile propagandista, capace poi di pragmatiche ritirate. Non si è avverato nulla di quello che aveva promesso nella campagna referendaria: svolta epocale, nulla più come prima, 9/10 delle risorse, ecc. Si è realizzato ciò che può essere consentito dalla Costituzione e il Veneto (referendum con quorum) non ottiene nulla di più di ciò che ha avuto Emilia Romagna (nessun referendum) e Lombardia (referendum senza quorum). Del referendum (e della relativa spesa) non c’era alcun bisogno. L’abilità di Zaia sta però nel raccogliere consensi con la propaganda e poi molto pragmaticamente accontentarsi di ciò che è possibile. Il problema non è Zaia, e l’uso politico pro campagna elettorale della Lega che ora fa. Cosa scontata, che solo gli ingenui o persone in malafede potevano pensare che non accadesse. Piuttosto è una certa tendenza di una parte importante dell’elettorato veneto ad accontentarsi di promesse, senza mai verificare la credibilità di chi le fa.

E il PD? Intrapresa la strada del Sì critico (che non ho condiviso) avrebbe avuto (e avrebbe) delle carte da giocare. Nel rappresentare di fronte all’opinione pubblica la serietà del Governo al tavolo delle trattative e come molte delle promesse della Lega fossero puri slogan, senza alcun fondamento costituzionale e che alla fine la serietà in politica paga. E la serietà è stata quella dei governi riformatori sostenuti dal PD, che non ha imbrogliato l’opinione pubblica.

Intendiamoci: un passo importante, ma molte sono le cose da costruire. Intanto occorre che il prossimo Parlamento approvi le intese e poi occorre che la Regione sia all’altezza. Nuovi poteri dallo Stato? Benissimo, ma bisogna dimostrare di saperli gestire meglio, cosa per nulla scontata, visti i precedenti

Un motivo in più per sperare che dalle urne del 4 marzo esca la riconferma di una seria linea riformatrice, piuttosto che quella di promesse sbracate, di cui ci si dimentica il giorno dopo.

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