Un po’ di storia della sanità padovana

Pubblicato il 9 dicembre 2018, da Realtà padovana,Relazioni e interventi

Convegno Amissi dell’Alicorno

6 dicembre 1952 – 6 dicembre 2018

A 66 anni dalla “Nota sul problema delle cliniche universitarie, al sindaco di Padova”

dell’urbanista veneto Luigi Piccinato

 

Contributo di Paolo Giaretta

 

Il dibattito che accompagnò nei primi anni ’50 del secolo scorso la formazione del Piano Regolatore Generale – e in esso la discussione sui progetti di espansione delle cliniche universitarie – merita di essere ripreso per i suoi evidenti elementi di attualità, quelli relativi al rapporto tra la forma della città e le sue funzioni sanitarie, così importanti per definire la “personalità” della nostra città.

A queste vicende Elio Franzin ha dedicato pagine documentate e importanti nel suo “Luigi Piccinato e l’anti urbanistica a Padova 1927-1974” a cui necessariamente occorre rimandare[1]. Tuttavia aggiungo qualche considerazione con una prospettiva in parte diversa.

Intanto il contesto. Il contesto è quello di una città che sta risorgendo dalle ferite della guerra. Ferite profonde quelle fisiche dovuti ad intensi bombardamenti aerei, con gravi danni ad interi quartieri della città e a monumenti insigni, per tutti il quartiere dell’Arcella e la Chiesa degli Eremitani. Altrettanto profonde quelle civili: pesante e crudele l’occupazione nazifascista, con gli sgherri della Banda Carità, la presenza di strutture della Repubblica di Salò, luminosi gli esempi della lotta della Resistenza[2].

C’è voglia di ricostruzione. Nel 1952 l’Amministrazione compie una scelta doppiamente coraggiosa. Decide di dotarsi di un Piano Regolatore Generale. Adottando un nuovo strumento previsto dalla legge urbanistica del 1942 e naturalmente mai attuato per le vicende belliche. È la seconda città in Italia dopo Milano a fare questa scelta. E Padova risultava in quegli anni anche la seconda città d’Italia, sempre dopo Milano, come intensità di sviluppo urbanistico. Che fosse una scelta pienamente consapevole è da dubitarsi, viste le vicende successive, ma comunque esprime una ambizione del gruppo dirigente cittadino a dare un ordine e una prospettiva alla propria crescita[3].

Coraggiosa anche per la scelta del progettista. Si decide di ricorrere a Luigi Piccinato, professionista già affermato, che a Padova aveva già lavorato, ma che era di professata fede socialista. E a Padova i socialisti erano all’opposizione del governo cittadino. La scelta incontrò infatti più di qualche difficoltà nel gruppo consiliare democristiano e per la verità anche il gruppo comunista ebbe a ridire, dichiarando che avrebbe preferito un incarico a qualche esponente dell’istituto di urbanistica dell’Università di Padova. Comunque l’assessore proponente, il democristiano Lanfranco Zancan, si impose, assicurando che la città si affidava” a mani molto valore e amorose”, e il Consiglio Comunale approvò l’incarico all’unanimità[4].

Questo è il contesto, resta da dire dei protagonisti. Il progettista Luigi Piccinato, naturalmente, per il quale penso non occorra sottolineare il ruolo preminente avuto nell’urbanistica italiana. Semmai va ricordato che per tutta la sua attività professionale ha mantenuto un rapporto strettissimo con le vicende urbanistiche padovane, dai suoi studi tra le due guerre alla redazione dei Piani Regolatori del 1954 e 1974.

Altro protagonista è certamente il prof. Lanfranco Zancan, Assessore ai Lavori Pubblici. Zancan, laureato in medicina e assistente di Egidio Meneghetti all’Istituto di farmacologia, democratico cristiano, aveva avuto un ruolo importante come comandante partigiano, vicecomandante del Comitato militare regionale veneto fino al settembre 1944 e poi costretto alla clandestinità a Padova e Milano, chiamato a collaborare con il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Entrato nella prima Giunta Comunale del 1946, prima con Gastone Costa e poi con Cesare Crescente come Sindaci, vi restava per dieci anni fino al 1956. In tutta la complessa vicenda del Piano Regolatore difese sempre senza incertezze l’operato di Luigi Piccinato, talvolta coprendone gli errori, talvolta accettando di restare in secondo piano. Quel che è certo è che pagò duramente questo atteggiamento, perché alle elezioni comunali del 1956 non venne ricandidato dalla Democrazia Cristiana con la promessa di una successiva candidatura alle elezioni politiche, promessa che non venne mai mantenuta.

Nella vicenda del Piano Regolatore un ruolo di secondo piano svolge il Sindaco Cesare Crescente. Che copre inizialmente con decisione e convinzione le scelte coraggiose del suo assessore, ma poi lo abbandona un po’ al suo destino di fronte alle opposizioni larghissime che incontra il Piano Regolatore una volta approvato dal Consiglio Comunale all’unanimità nel maggio del 1954. Tutte le forze politiche dai liberali ai comunisti, una volta resesi conto che l’approvazione significava la immediata entrata in vigore delle clausole di salvaguardia con il blocco dell’attività edilizia, iniziarono a reclamare a gran voce che la Giunta usasse i poteri di deroga. Crescente ritenne che Zancan lo avesse un po’ ingannato e non ne volle più sapere come assessore.

Un altro protagonista fu di fatto l’avv. Luigi Merlin, consigliere comunale e futuro Sindaco, autore dell’emendamento che introdusse la facoltà di derogare dal Piano regolatore per concessioni di opere che rivestissero una pubblica utilità. L’uso larghissimo del concetto di pubblica utilità fu il varco utilizzato per le imponenti violazione del Piano negli anni successivi.

Un protagonista in ombra ma importante nel sostenere l’assessore Lanfranco Zancan fu il senatore Stanislao Ceschi. Ingegnere, antifascista, anche lui attivo resistente, aveva svolto un importante ruolo di collegamento tra gli ambienti nazionali che stavano organizzando la futura Democrazia Cristiana, diventandone vicesegretario nazionale dal 1946 al 1949, senatore dal 1948 al 1968, capogruppo della DC al Senato dal 1953 al 1958 (capogruppo alla Camera era Aldo Moro). Delle sue posizioni avanzate in materia urbanistica sono testimonianza l’appoggio senza incertezze che dette a Fiorentino Sullo per l’approvazione della nuova legge urbanistica, che doveva essere uno dei punti qualificanti del primo governo di centro sinistra. In una lettera al Segretario Nazionale della DC Aldo Moro Ceschi scriveva: “l’area fabbricabile, o più esattamente l’area necessaria allo sviluppo urbanistico è elemento essenziale per la vita della comunità e a rigore dovrebbe essere di proprietà demaniale, comunale o intercomunale. Solo a questa condizione si potrebbe sperare che l’ulteriore ampliamento dei centri urbani si possa realizzare con criteri più umani di quelli che hanno presieduto allo sviluppo urbanistico di questo dopoguerra […] quando penso che Luigi Einaudi nel lontanissimo 1898 propugnava la formazione dei demani comunali delle aree fabbricabili c’è veramente da arrossire di vergogna”[5].  Ceschi conduce su questo tema una battaglia senza esitazioni, forte anche della sua esperienza professionale. La conduce al Senato, ma anche negli organi della Democrazia cristiana, Così riesce a far approvare dal Consiglio Nazionale della Democrazia cristiana un ordine del giorno che sollecita l’approvazione della nuova legge sulle aree fabbricabili con parole molto chiare: “si tratta di portare ordine nel settore più parassitario della proprietà privata dove si esplica la speculazione più sfacciata a spese dei pubblici bilanci[6] Come è noto Sullo fu sconfitto e la legge di riforma urbanistica non vide la luce.

Uno dei punti di più acceso confronto nel processo di approvazione del Piano Regolatore riguardò la decisione in merito alla collocazione delle strutture di espansione delle funzioni sanitarie della città. Proprio questo tema riguarda la “Nota sul problema delle Cliniche universitarie”[7] cui è dedicato questo convegno.

Piccinato si rivolgeva nel dicembre del 1952 al Sindaco cercando di convincere l’Amministrazione sulla bontà della propria ipotesi di un decentramento delle cliniche che era fermissimamente contestata dal Rettore Ferro e da tutta la Scuola di Medicina.

Il giudizio di Piccinato è senza appello: realizzare l’ampliamento sull’area delle Mura è “in netto contrasto con ogni imprescindibile necessità urbanistica”. Per una serie di motivi: non si può appesantire ulteriormente un nodo strategico del traffico di collegamento di Padova con le grandi direttrici esterne; si distruggerebbe più di mezzo chilometro di cinta muraria e quasi totalmente il Parco Treves, oltre all’interramento del Canale di San Massimo, alterando luoghi che richiederebbero invece una valorizzazione; si realizza un complesso poco funzionale, dovendo essere collegato con angusti sottopassi sotto l’arteria principale, l’area non si presta a futuri ampliamenti che si rendessero necessari.

Anni ’50, il canale dei Gesuiti prima dell’interramento

In sostanza sono esattamente le obiezioni che oltre 60 anni dopo sono emerse nel dibattito per la localizzazione del Nuovo Ospedale e che hanno portato alla esclusione di una realizzazione del “nuovo su vecchio”.

Le proposte di Piccinato non furono prese in considerazione. Si usò l’argomento che una leggina statale del 1952 che aveva assicurato il finanziamento per la realizzazione delle cliniche universitarie citava espressamente la convenzione del 1933 che demanializzava le aree a fini ospedalieri e si sarebbe corso il pericolo di perdere tale finanziamento. Comunque la volontà del Rettore Guido Ferro era decisiva, sostenuta dall’appoggio di personalità influenti dell’ambiente democristiano, come il senatore Angelo Lorenzi, che in materia sanitaria aveva nella DC l’ultima parola e del futuro assessore e presidente dell’Ospedale Celeste Pecchini.

Piccinato aveva guardato più lontano, Tuttavia non sempre è stato così ed è un po’ semplificatorio contrapporre un illuminato Piccinato ad una amministrazione di corto respiro.

Decisioni molto criticate a posteriori furono prese con il consenso pieno del progettista del Piano. Ad esempio l’interramento delle riviere, che hanno sfigurato la natura della nostra città fu non solo approvato all’unanimità dal Consiglio Comunale ma oltre ad essere naturalmente previsto dal Piano Regolatore Generale trovò in Piccinato un convinto sostenitore, tanto da adoperarsi per vincere le resistenze della Soprintendenza ai Monumenti, affermando in una lettera al Soprintendente del 1956 che “la copertura del tratto di Naviglio da Riviera Mugnai a San Lorenzo la stimo una soluzione necessaria a risolvere per sempre la viabilità interna”[8]. D’altra parte il consenso sulla operazione di interramento delle riviere era larghissimo, preparato da una campagna di stampa e forse da una gestione dell’idraulica cittadina che lasciando pressochè senza acqua i canali interni suscitava lo sdegno della popolazione per le brutture che venivano alla luce.

Nel febbraio 1955 viene approvato all’unanimità il progetto di massima per la copertura dei canali interni da Porte Contarine a Ponte san Lorenzo, salutato da tutti come un contributo decisivo alla soluzione del problema del traffico cittadino. Il consigliere Busetto capogruppo del PCI, assicura il consenso convinto del PCI, con la realizzazione dell’opera si avrà “la valorizzazione di tutta la zona cittadina com’è dimostrato dal Piano regolatore della città: allarga il centro. Lo rende più ricco, più vivace, lo abbellisce, cioè gli fa perdere qualche caratteristica di paesotto vecchio, simpatico sotto certi aspetti, ma antipatico sotto altri[9]

Unica voce solitaria di dissenso (e potremmo dire profetica) fu quella di Luigi Gaudenzio, direttore della rivista “Padova” e nel 1961 primo presidente della sezione padovana di Italia Nostra, che in un suo editoriale osservava che le motivazioni igienico sanitarie erano risolvibili per altra via e che la pessima visione di canali semivuoti pieni di detriti si risolve mantenendo un adeguato livello idrico: “Tutti i canali, svuotati naturalmente o volutamente dalle loro acque presentano lo stesso guaio, compreso il Canal Grande di Venezia, che nessuno tuttavia si sogna di coprire[10] .

Alla stessa logica rispondeva del resto la previsione del PRG della realizzazione di Corso Milano che avrebbe portato direttamente in Piazza Garibaldi tutto il traffico proveniente da Ovest, anche se è da dire che proprio in Corso Milano si realizzò in modo prepotente lo strumento delle concessioni in deroga, innalzando altezze e ampliando volumi non previsti dal Piano.

Sono gli anni delle grandi manomissioni in deroga al Piano Regolatore. Non è questa la sede per una analisi di quelle vicende, del manifestarsi di un blocco di interessi politici, finanziari, edilizi che prese il sopravvento. Il mite Diego Valeri in una lettera aperta al Sindaco scriveva: “Dirò dunque schiettamente […] che molte nuove costruzioni mi sembrano o piuttosto sono dei veri orrori. […] io non credo che siano approvabili, per nessun motivo o pretesto, certe demolizioni, più o meno abusive, di edifici di interesse storico – artistico”. Riferendosi tra l’altro alla demolizione del Palazzetto Massa – Arnhold censura duramente il suo abbattimento “ove sorge ora lo squallido grattacielo di Largo Europa. Io penso e credo veramente che qui non si tratti di fatalità, bensì di speculazione e di sfrenata speculazione sulle aree fabbricabili. Vorrei aver torto, e spero che lei mi dimostri che ho torto. Le demolizioni citate or ora a me appaiono addirittura dei peccati mortali contro la storia, contro il gusto e perfino il buon senso. Il grattacielo di cui sopra ci offre un vistoso esempio, appunto, di dispregio della storia, di insensibilità estetica e di irragionevole ambizione[11].

Certamente difettò di lungimiranza la lunga battaglia che Piccinato condusse con ogni mezzo per impedire la realizzazione della Zona Industriale padovana[12]. Piccinato non credeva ad un ruolo produttivo per l’area padovana e si limitava a prevedere un ampliamento delle aree industriali allora esistenti a cavallo della Stanga, certamente inadatte, a stretto contatto con quartieri abitati e che dal punto di vista viabilistico avrebbero comportato le stesse obiezioni riguardanti la zono ospedaliera. Così le primitive impostazioni del PRG predisposto da Piccinato prevedevano una modesta zona per le attività produttive a nord del Piovego, collegando alcuni insediamenti industriali già esistenti. Fortissime furono le critiche dell’associazione degli industriali che osservarono che la superficie prevista (circa 164 ettari) era assolutamente insufficiente alle necessità delle aziende e che l’area, incuneata come era tra due insediamenti abitativi, avrebbe comportato problemi di inquinamento a danno dei centri abitati e rilevanti costi di acquisizione. La Camera di Commercio, guidata dalla forte personalità del Presidente Ettore Da Molin , d’intesa con gli industriali fa predisporre al Presidente del Collegio Costruttori Edili ing. Antonio Pavanato uno studio radicalmente alternativo, prevedendo un’area di circa mille ettari tra Camin e San Gregorio. Così lo presentava Da Molin: “Padova è situata entro il triangolo che ha per vertici Verona, Marghera, Ferrara. Tre località che hanno ottenuto da tempo l’istituzione della zona industriale…Soltanto con la costituzione di una zona industriale si potranno ottenere i maggiori benefici dal Piano Vanoni…Infine la zona si presta ad ubicarvi il porto fluviale: ciò che offre alle industrie il grande vantaggio della immediata loro adiacenza ad una importante idrovia, specialmente per il diretto collegamento con Porto Marghera[13] .

Piccinato usò tutti gli strumenti a sua disposizione per contrastare le scelte del Comune. Era influente componente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici che allora presiedeva alla approvazione dei Piani Regolatori dei Comuni. Crescente questa volta si impose, conducendo una aspra battaglia contro gli interessi (grandi e piccoli) che venivano toccati dalla realizzazione della Zona Industriale. Difese con convinzione l’autonomia comunale in questa materia: “Cosa dovremmo dirvi? Solo che noi ci battiamo, ci batteremo perché le deliberazioni del Consiglio Comunale vengano accolte dal Consiglio superiore, perché chi fa il Piano Regolatore deve essere la città di Padova, il Comune di Padova che è l’unico interessato e non possiamo tollerare che da Roma vengano qui a dettarci delle norme sulla costituzione del Piano Regolatore…. Perchè, cosa volete, quando difendo i deliberati del Consiglio Comunale sono a posto, non devo rendere conto a nessuno[14]. Alla fine il Piano Regolatore su approvato nel luglio del 1957 con un compromesso prevedendo una superficie di un milione e mezzo di metri quadrati.

Tornando al presente non possiamo non constatare come la storia si sia sostanzialmente ripetuta nelle decisioni riguardanti il nuovo ospedale, sia pure con uno schema rovesciato: questa volta la Scuola Medica sceglie di andare fuori e l’Amministrazione Comunale cerca di restare dentro…

Però come allora le scelte urbanistiche vengono piegate alle contingenze del momento. Uno studio urbanistico accurato, che aveva portato, attraverso anche una comparazione tra diverse aree, alla localizzazione dell’espansione ospedaliera a Padova ovest, viene accantonato per motivi politici e si sceglie Padova Est. Un’area che mutatis mutandis si presterebbe alle stesse obiezioni della Nota sulle Cliniche di Piccinato: un’area che non consente ulteriori espansioni in un quadrante urbanistico già molto appesantito. Ma viene usato lo stesso argomento: si rischia di perdere il finanziamento regionale. La volontà dell’Università si impone a quella inizialmente manifestata dalla nuova amministrazione comunale succeduta a quella di Bitonci.

Allora era un contesto diverso, l’operazione più semplice. Il finanziamento era reale e sufficiente e rapidamente si realizzarono le nuove cliniche universitarie ed il tratto di circonvallazione che doveva servire l’ampliamento. Per l’oggi vedremo: tempi e modi di realizzazione del Nuovo Ospedale e tempi e modi del risanamento (per quanto possibile) di aree ospedaliere dismesse nel vecchio, per la realizzazione dell’auspicato Parco delle Mura.

[1] Elio Franzin, Luigi Piccinato e l’urbanistica a Padova, Il Prato, Padova 2004

[2] A.A V.V. Testimonianze dei Prigionieri di Carità a Padova (1944-45,) La Nuova Italia 1972

[3] Per un esame delle vicende urbanistiche padovane nel dopoguerra si veda Mario Battalliard Padova, trasformazioni della città, Padova 2016

[4] Una ricostruzione di queste vicende in Paolo Giaretta Francesco Jori La Padova del Sindaco Crescente 1947 – 1980, Il Poligrafo, Padova 2017

[5] Franco Bojardi, a cura di Stanislao Ceschi, l’elogio della Pazienza, Rubbettino, Roma 2015, pag. 59

[6] Franco Bojardi, op. cit, pag. 246

[7] Il testo della Nota in Elio Franzin, op. cit, pag. 142

[8] Lettera di Luigi Piccinato a Luigi Rusconi, Soprintendente ai Monumenti di Venezia, 15 ottobre 1956, riprodotta in Elio Franzin, op. cit. pag.149

[9] Archivio Comune di Padova, verbali del Consiglio Comunale,10 febbraio 1955

[10] “Padova, rivista mensile dell’attività amministrativa e cittadina”, n. 3, aprile 1955

[11] La lettera di Diego Valeri e la risposta di Crescente in “Città di Padova” n. 4 1961

[12] Su tutte le vicende della Zona Industriale si veda Paolo Giaretta E Francesco Jori, op. cit. pagg 115-122 , Giorgio Roverato La modernizzazione del secondo novecento in Giuseppe Gullino Storia di Padova dall’antichità all’età contemporanea, Verona 2009, pagg. 299-308; Lino Scalco Mario Volpato, maestro e pioniere tra ricerca, politica ed innovazione, Padova 2002, pagg. 167-218; Consorzio Zona Industriale di Padova I primi trent’anni della Zona Industriale di Padova, Padova 1988, Consorzio Zona Industriale Una scommessa vinta, la Zona Industriale di Padova, volume celebrativo per i 50 anni della ZIP, Padova 2006

[13] In Collegio dei Costruttori Edili della provincia di Padova Costruire per innovare, sessant’anni di vita associativa, Padova 2005, pag. 35

[14] Verbali del Consiglio Comunale, 15 dicembre 1958

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