Nel cantiere degli insulti

Pubblicato il 9 gennaio 2019, da Politica Italiana

Faccio una eccezione, non scrivo io e mi approprio di un articolo di Gianluca di Feo su Repubblica. Per capire dove stiamo andando con i parolai al governo e la umiliazione di fatto degli interessi nazionali…

Chi semina vento raccoglie tempesta. E le prime a finire in mezzo alla tormenta sono le navi. Così, con una coincidenza dall’alto valore simbolico, l’iniziativa francese contro il grande accordo Fincantieri-Stx arriva all’indomani dell’abbraccio dei due vicepremier italiani ai gilet gialli. Solo l’ultima di tante bordate sparate con veemenza da Luigi Di Maio e Matteo Salvini contro il governo di Parigi. Mentre loro inveivano, gli eredi di Richelieu si muovevano silenziosamente e aizzavano l’Antitrust europea verso quello che rischia di essere lo scacco matto ai piani dell’industria italiana.

Non c’è da esserne stupiti. La politica internazionale richiede visione e competenza; l’affidabilità viene pesata sui tempi lunghi e non ha l’istantaneità dei tweet tanto cari ai nostri ministri. Dall’epoca di Alcide De Gasperi c’è stata una stella polare che ha guidato le nostre scelte: “Bisogna aggrapparsi all’Europa per non scivolare in Africa”. Una linea perseguita da destra e sinistra dal dopoguerra in poi, anche a costo di sacrifici pesanti come quelli che hanno permesso l’ingresso nella moneta unica. “La dimensione europea è quella in cui l’Italia ha scelto di investire e di giocare il proprio futuro; e al suo interno dobbiamo essere voce autorevole”, ha ricordato il presidente Mattarella nel discorso di fine anno.

Invece il governo del cambiamento ha deciso di rimettere in discussione ogni cosa. Ha sfidato le regole europee, gonfiando la Manovra di debiti, alzando i toni del confronto fino agli insulti personali contro il presidente Juncker, salvo poi dimenticare tutto e fare dietrofront. Germania e Francia sono diventati “nemici del popolo”, mentre ci si getta alla ricerca di nuovi alleati nei paesi populisti e totalitari dell’Est, con la corsa per venerare il fascino autoritario di Vladimir Putin.

Allo stesso modo i vicepremier fanno a gara per accreditarsi con l’America di Donald Trump, entrambi saranno negli Usa nelle prossime settimane, pronti a sostenere la rivoluzione contro le élites. A questo si somma la volontà, talvolta effimera, di rimettere in discussione qualunque accordo internazionale. Si procede con la ruspa senza curarsi dei danni, ignorando come in diplomazia qualunque azione provoca una lenta reazione. Danilo Toninelli “congela” i lavori della Tav? E può pensare che i francesi assistano all’incenerimento dei miliardi investiti senza far nulla?

Nel settembre 2017, sul palco assieme all’allora premier Paolo Gentiloni, Emmanuel Macron annunciò l’accordo sui cantieri navali con questa frase: “Ci sono due partite in cui vinciamo insieme o perdiamo entrambi: Stx e l’alta velocità Torino-Lione”. Non a caso, l’intesa venne definita proprio a Lione. E la complessa soluzione escogitata per concedere a Fincantieri il controllo della fabbrica di Saint Nazaire si basava su una parola chiave: garanzie. Veniva definita una strategia per il futuro, che metteva insieme la costruzione delle navi da crociera e di quelle militari, condividendo le tecnologie più avanzate e i segreti di Stato: una “Airbus dei mari”, su modello del consorzio europeo vincente nei cieli. Un impegno per i prossimi decenni, possibile solo sulla base di una fiducia reciproca.

Poi le resistenze e i dubbi, che a Parigi sono stati fortissimi sin dall’inizio, hanno trovato sponda nel crescendo di invettive scagliate da Lega e 5Stelle, con la guerra di frontiera per il respingimento dei migranti, le frecciate sulla Libia, l’assalto alla Torino-Lione e il sostegno ai gilet gialli. I dilettanti del potere romano non si sono preoccupati di capire quanto ciò avrebbe influito sui rapporti economici, su quel volume d’affari con la Francia che nel 2017 ha toccato il record di crescita: sei miliardi di attivo per le aziende italiane. Adesso, a partire da Fincantieri, rischiano tutte di pagare il prezzo di una politica estera ridotta a talk show.

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