Tutti populisti?

Pubblicato il 8 aprile 2019, da Politica Italiana

Populismo è una espressione dei molti significati. Usata a proposito e sproposito. Come del resto a suo tempo la parola federalismo. Chiave magica di tante analisi, ora scomparsa dal lessico sostituita con più pudore dalla parola autonomia. Che stenta a realizzarsi con questo governo.

Anche don Luigi Sturzo 100 anni fa aveva fatto appello al popolo per fondare un partito che volle appunto chiamare Partito Popolare Italiano. Era il popolo “dei liberi e forti”. Una idea molto diversa dall’immagine di un popolo sottomesso al fascino di un capo. E anche i costituenti veneti, a maggioranza assoluta democristiana, quando approvarono il primo Statuto regionale nel 1971, vollero introdurre all’art. 2 il principio dell’autogoverno del popolo veneto. C’era una vera cultura autonomistica che affondava le radici appunto nel popolarismo di don Sturzo.

Tutt’altra cosa oggi. Si piega il popolo verso il populismo. Per chi volesse approfondire suggerisco tra i molti disponibili la lettura di due libri. Il primo è di Ferruccio Capelli: “Il futuro addosso, l’incertezza, la paura, il farmaco populista”, il secondo Alessandro Barbano “Le dieci bugie, buone ragioni per combattere il populismo”. Il primo piega un po’ più a sinistra, il secondo piega più verso una cultura di matrice liberaldemocratica. Il risultato è lo stesso: buone analisi per capire il fenomeno ed attrezzarsi per combatterlo prima che sia troppo tardi. Volendo un po’ semplificare comunque il populismo ha alcuni caratteri identificativi che dobbiamo avere ben presenti.

Primo: l’individuazione costante di un nemico. È sempre stato così. Gli ebrei. Non è iniziato con il nazismo. Pogrom e persecuzioni sono nella storia dell’Europa orientale in particolare nel ‘900. Gli ebrei incominciano ad andare in Palestina ben prima della nascita dello stato d’Israele scacciati da tante violenze e persecuzioni. Hitler raccoglie questi sentimenti diffusi e concepisce l’abominio della soluzione finale. Poi i negri: la popolazione più povera che cerca un nemico ancora più povero. Le frustrazioni per i problemi irrisolti che diventano segregazione e persecuzione. Nulla di nuovo perciò: oggi tocca ai migranti. Il racconto di una invasione che non c’è, il suscitare l’odio verso qualcuno per avere il consenso per sé. Il razzismo e la xenofobia sdoganati ed esibiti con orgoglio. Porta alle estreme conseguenze una deriva che è iniziata con la destrutturazione dei partiti che avevano costruito la repubblica.

Secondo, e di conseguenza: la deresponsabilizzazione. La colpa delle cose che non vanno è sempre degli altri: dei nemici appunto, delle élite, delle caste, di tutti fuorché di sé stessi, dei propri errori, dei propri vizi, delle proprie debolezze civili. Con l’illusione che le cose possano cambiare senza cambiare sé stessi. Vizio antico se dopo l’unità d’Italia Massimo D’Azeglio constatava amaramente: “hanno voluto fare l’Italia nuova e loro rimanere quelli di prima”.

Terzo: il bisogno di un capo. Il rapporto diretto tra capo e folla, l’illusione che senza intermediazione io conto di più.

Il populismo del governo giallo bruno radicalizza direzioni che sono ormai antiche, risalgono alla scomparsa dei grandi partiti popolari. Berlusconi reinventa un nemico, il comunismo, offre la certezza che senza cambiare nulla tutti sarebbero stati meglio, è un capo indiscusso, con la finzione di un partito personale. In fondo anche Renzi non è stato diverso. Ha intuito l’ondata populista, ha cercato di governarla: anche lui ha inventato nemici (i gufi, i professoroni, ecc.), ha cavalcato la semplificazione del messaggio (la rottamazione, basta mandare via quelli di prima e tutto si risolve), la personalizzazione del leader che accentra tutto, partito che non c’è più e governo. È andata a finire come sappiamo.

Però anche ciò che sta succedendo in altri paesi insegna che il populismo ha certamente largo spazio e risonanza in vasti settori dell’opinione pubblica, però non può esaurire tutta la rappresentanza. Tra i grandi paesi in fondo solo in Italia c’è al governo il populismo. E anche in Italia c’è per una alleanza innaturale che si sta incartando.

Qui ci sarebbe lo spazio per il Partito Democratico. Zingaretti ha dato al suo esordio il tono di quella “force tranquille” che consentì a Mitterrand di vincere le elezioni in Francia (ma ci riuscì solo al terzo tentativo…). Bisognerebbe consolidare questa immagine e riempirla di contenuti. Un lavoro molto impegnativo e però necessario. Ce la faremo?

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1 commento

  1. aldo
    8 aprile 2019

    Quante banalità


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