W il 25 aprile

Pubblicato il 25 aprile 2019, da Politica Italiana,Relazioni e interventi

Intervento alle celebrazioni del 25 aprile in onore dei caduti della guerra di liberazione a Camin

 

Siamo qui per ricordare. Per adempiere al dovere di una memoria riconoscente verso chi contribuì a ridare dignità ad una Italia tradita da una dittatura che aveva tolta la libertà, aveva decisa la viltà delle leggi razziali, aveva consumato una vergognosa alleanza con un’altra feroce dittatura, aveva gettato il paese in una guerra sanguinosa dalla parte sbagliata. Italiani ed italiane che seppero rialzare la testa, combattere dalla parte giusta per una Italia finalmente libera. E leader lungimiranti, anche se divisi politicamente, seppero consegnarci una Costituzione che è la Costituzione di tutti, il nobile compromesso per offrire a tutti i cittadini una patria comune, la patria dei valori condivisi.

 

Siamo qui per l’espressione di una riconoscenza non immemore ai coraggiosi che ci hanno restituito la democrazia. Ma non è solo questo. Non è soprattutto questo. Ricordiamo soprattutto per noi. Per orientare il nostro presente, per non tradire quei valori perenni chi i resistenti ci hanno trasmesso e che sono alimentazione necessaria della vita democratica.

Non a caso il messaggio ripetuto che ci viene dalle carceri dove erano torturati, dalle celle dove scrivevano l’ultimo saluto ai familiari, dai carri bestiame che li portavano nei lager nazisti era spesso la parola “Ricordate”.

Parola scritta con il sangue sulle mura della sede delle SS in via Tasso a Roma o di Palazzo Giusti a Padova o di Villa Triste a Firenze e di tanti altri luoghi di tortura dei partigiani, in Italia, in Spagna, in Francia, ovunque il totalitarismo toglieva le libertà e voleva ridurre i liberi a schiavi. “Ricordate” scritto sui libri lasciati nelle celle, nelle ultime lettere ai parenti, sui foglietti lasciati cadere dalle tradotte ed affidati alla pietà di qualcuno. L’idea che l’enorme sacrificio che stavano compiendo diventasse vano se non ci fosse stata la memoria, perché non si ripetessero quegli orrori, quelle violazioni dell’umanità. Badate: non ci chiedono di essere ricordati loro, ci chiedono di ricordare il perché. Perché gli orrori si possono ripetere sempre se non si fanno vivere nel presente e non si coltivano per il futuro i valori del rispetto dei diritti umani, della inalienabile libertà di ogni persona, di una pienezza di vita democratica come ostacolo alle sopraffazioni.

 

Abbiamo un dovere in più della memoria. Ieri su un quotidiano si constatava quasi con sufficienza che l’ANPI non ha quasi più iscritti partigiani. Sì, il tempo agisce naturalmente. I ventenni e le ventenni di allora che seppero rischiare la loro giovinezza hanno oggi più di novant’anni se sono ancora in vita. E per fortuna ci sono giovani generazioni che raccolgono il testimone e fanno vivere la memoria, onorando il sacrificio.

 

Abbiamo un dovere in più della memoria. Perché vediamo, ascoltiamo, leggiamo di fatti e comportamenti che sono il segno di una deriva etica del paese, di una rimozione degli orrori che il nazifascismo ha fatto patire al mondo. Si inneggia liberamente a Mussolini, sotto lo sguardo compiaciuto del Ministro dell’Interno. Si riduce la grande festa della libertà, il 25 aprile, ad uno scontro di opposte ed equivalenti nostalgie. Si esibiscono croci uncinate e simboli nazisti. Si dileggia Anna Frank, nelle scuole ragazzini ignoranti minacciano un compagno di scuola ebreo di riapertura dei forni. Peggio: un insegnante di una scuola italiana ha scritto sui social parole offensive ed ignobili sulla Costituzione, augurandosi che la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ai forni crematori possa finire in un “simpatico termovalorizzatore”. Rigurgiti fognari di un fondo melmoso del paese che vengono incoraggiati ed accettati in settori dell’opinione pubblica che hanno dimenticato il sentimento della vergogna. Per non parlare della quotidiana eccitazione all’odio, al disprezzo del diverso, del migrante, dello sfruttamento della paura che è stato il brodo di cultura delle dittature che ha conosciuto il XX secolo.

 

Perciò ricordare per agire, per reagire. Ce lo ricorda in una lettera scritta ai suoi compagni di liceo un giovare resistente, Giacomo Ulivi per motivare il proprio impegno contro il fascismo “Il nostro interesse e quello della cosa pubblica finiscono per coincidere. Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare che con calma ricominciamo a guardare in noi e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete voluto sapere” Giacomo venne fucilato a 19 anni.

 

Ecco, noi vogliamo sapere, vogliamo vedere e combattere i sintomi pericolosi di una negazione della storia. Perché la colpa più grave è l’indifferenza, la distrazione, il girare la testa. I segni ci sono tutti, ma ci sono anche le testimonianze visibili di ciò che è stato. Il pellegrinaggio laico che faremo nei luoghi in cui italiani coraggiosi sacrificarono la propria vita per la libertà di tutti, perché a tutti fosse riconosciuta la dignità di essere umano ci richiamano a questa realtà storica, ci indicano il dovere di non dimenticare.

 

100 anni fa un prete coraggioso don Luigi Sturzo nel fondare un nuovo partito, il Partito Popolare Italiano, si rivolgeva agli italiani liberi e forti. Libertà e fortezza d’animo sono due virtù civili che dobbiamo praticare convintamente. “A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini supremi della patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché insieme propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà”.

È un appello che vale per il presente. Allora don Luigi Sturzo fu costretto all’esilio. Era un antifascista senza esitazioni e senza compromessi. Dall’esilio londinese scriveva ai suoi amici rimasti in patria: “Essere innanzitutto sé stessi. Cioè rigidi assertori di libertà, aperti negatori del regime fascista, vigili sentinelle di moralità pubblica…

L’esempio dei giorni aspri del primo Risorgimento deve farci convinti che nessuna forza armata o potere di principi e dittatori valgono a contenere la diffusione delle idee e a impedire che si affermino quando esse sono mature”.

 

Possiamo ricordare le parole che scrisse per il decennale della Liberazione Raffaele Cadorna, un generale antifascista che guidò insieme a Ferruccio Parri e Luigi Longo il Corpo dei Volontari per la Libertà: “Fu allora l’amore ad unirci. Amore per tutte le nostre città calpestate da un crudele oppressore, per tutte le nostre montagne offese, per le nostre vallate insanguinate, per amore per tanti nostri fratelli perseguitati, insultati, massacrati da un nemico di cui non si riusciva più a distinguere il volto umano. Fu allora il pericolo ad unirci poiché su tutti noi come su un unico sensibile corpo pesava la corda dell’impiccato, il coltello dello sgozzato, il piombo del fucilato, i chiodi dei crocefissi.”

 

Questa è stata la Resistenza, per questa la vogliamo onorare. Ora e sempre. Ricorda lo scrittore Maurizio Maggiani parlando della generazione nata dopo la guerra, che conservava una voglia di futuro: “Eravamo nati nell’aurora e cresciuti volgendo lo sguardo al mezzodì della repubblica, pur sempre nata dalla vittoria di un popolo di intrepidi sul nazifascismo”.

Volgiamo ancora lo sguardo a quel saldo riferimento, a quegli italiani intrepidi, per difendere nel presente i valori della libertà, della giustizia sociale, della solidarietà scolpiti nella Costituzione repubblicana.

W la Resistenza, W la Repubblica, W la Costituzione,

W l’Italia

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Dove uomini o partiti non hanno idee o per idee si spacciano affocamenti di piccole passioni, urti di piccolo interessi, barbagli di piccoli vantaggi, dove si baratta per genio l’abilità e per abilità qualcosa di peggio — Giosuè Carducci




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