Sante Baro, costruttore di bene

Pubblicato il 24 gennaio 2020, da Realtà padovana

È morto serenamente nei giorni scorsi alla bella età di 93 anni Sante Baro. Alla maggior parte dei miei lettori questo nome non dirà nulla.

Ma è per me importante ricordarlo per due motivi. Per una personale gratitudine: ha insegnato molte cose ad una generazione di giovani militanti della DC di sinistra, di cui anch’io ho fatto parte, indicando valori esigenti, frenando irruenze e semplificazioni e spiegando la complessità dei processi politici.

Per un fatto più importante: è dentro la biografia di persone come Sante che si capisce perché la “repubblica dei partiti”, come la definì Pietro Scoppola, abbia saputo per un cinquantennio avere un consenso ampio tra i cittadini italiani, rappresentandone valori, speranza, voglia di futuro.

Sante Baro faceva parte di quella generazione di veneti che hanno contribuito a trasformare con il loro lavoro, con l’impegno sindacale e politico una regione depressa in una regione ad alto sviluppo, migliorando le condizioni di vita dei cittadini senza fratture eccessive, facendo crescere una democrazia diffusa.

Perché c’erano certamente grandi leader politici, capaci di visione e di suscitare passioni. Per la mia giovinezza penso a Moro, a Zaccagnini, a Donat Cattin…, ma poi c’era un territorio attentamente presidiato da una rete di amministratori locali e di parlamentari, più tardi i consiglieri regionali. I parlamentari mica venivano nominati, dovevano farsi eleggere con il voto di preferenza, dovevano “coltivare” il collegio, conoscere il territorio: Un deputato padovano della DC per entrare in parlamento doveva essere capace di raccogliere oltre 30.000 voti di preferenza: 30.000 persone fisiche che entravano in cabina, barravano lo scudo crociato e scrivevano il nome giusto. Non c’erano social et similia, il contatto doveva essere fisico, una catena di fiducia solida. Una rete che aveva bisogno di costruttori di relazioni.

Sante Baro era uno dei principali animatori di una singolare struttura che nella Padova degli anni 70 e 80 aveva segnato la vita politica cittadina: l’Istituto di Cultura dei lavoratori. Un luogo dove si incontravano sindacalisti, lavoratori, studenti, intellettuali, esponenti dei cattolici del dissenso, ecc. per parlare, discutere, riflettere sui fatti politici. Una attività che si traduceva in convegni di studio, seminari, ciclostilati, documenti di varia natura. Per crescere insieme. Che nel tempo aveva prodotto due sindaci di Padova, Settimo Gottardo ed il sottoscritto, assessori comunali, parlamentari, consiglieri regionali, ecc.

Tutto un lavoro che poi in gran parte si riversava in una attività politica nella Democrazia Cristiana, in modo particolare nella corrente DC di Forze Nuove, corrente di sinistra il cui leader era Donat Cattin. Ed allora c’era un lavoro impegnativo per contattare le oltre 200 sezioni della DC, trovare militanti che aderivano alle proposte della corrente, appianare contrasti, formulare le liste congressuali, ecc.

Sante Baro era al centro di questo lavoro. Aveva alle spalle una esperienza sindacale nella CISL (se ricordo bene era un “letturista” dell’azienda municipalizzata del gas) e si era dedicato anima e corpo a questo lavoro umile, da retrovia, ma essenziale: costruire e mantenere viva una rete di militanza. Perciò infinite telefonate, parole di buon senso per appianare conflitti, per sollecitare impegno, per proporre soluzioni.

Un lavoro generoso, umile, sapiente. Senza mai chiedere nulla per sé. La buona riuscita ad un congresso era una ricompensa sufficiente. L’elezione di un amico ad un posto di responsabilità era una festa anche per lui. Ad un certo punto fu nominato nel consiglio di amministrazione dell’Ospedale Civile, dove profuse il suo impegno soprattutto pensando ai bisogni dei cittadini, alle esigenze del personale dipendente, alle categorie più umili.

Finita la “repubblica dei partiti” non servivano più figure di questo tipo. E questo spiega il progressivo deterioramento della democrazia, cooptati invece che eletti, poco dibattito, poca animazione nei territori, ecc. Si è ritirato in buon ordine, restando comunque legato alla parte progressista, dal PPI, alla Margherita, al PD, lavorando per il bene comune nella parrocchia, nella San Vincenzo, consigliando e trovando soluzioni per chi ne aveva bisogno. La tanta gente accorsa ai suoi funerali, riempiendo la chiesa di Pontevigodarzere, è la migliore testimone del bene seminato. Grazie Sante.

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3 commenti

  1. Giuseppe Baro
    24 gennaio 2020

    Caro Paolo
    (Permettimi il tu) ti volevo ringraziare per il ritratto che hai fatto di mio padre.
    Hai tracciato il suo profilo umano e politico con precisione e puntualità.
    Il tuo commento commovente, ricalca gli ideali e i valori che lo hanno spinto ad avere un impegno concreto, costante e continuo nel sociale anche grazie alle rinunce di mia madre (come ostetrica, e a cui ho letto l’articolo) per seguire i cinque figli.
    Per lui la politica era Servizio soprattutto verso i poveri e gli svantaggiati. Per costruire una società che permettesse a chiunque di avere una vita dignitosa.
    Pur possedendo solo la licenza elementare, aveva una dialettica semplice ma incisiva, ricca di sintesi e accordi. Il suo impegno gli avrebbe permesso traguardi più lontani a cui ha rinunciato per la famiglia.
    Avevo i pantaloni corti e correvo dietro a un pallone quando, ogni tanto, passavano per casa nostra (rimasta semplice come allora) prima Luigi Girardin e Nello Beghin, poi tu e Gottardo, Zaramella, Faggian, Pittarello, Prezioso cito i nomi che mi vengono in mente…
    Fare politica per lui era una passione, ci credeva e ha sempre lavorato per il bene comune, mai per il tornaconto personale, per unire, trovare soluzioni, mai distruggere.
    Non ha mai cambiato idea perché il fascismo l’ha vissuto sulla pelle, la povertà e la fame gli hanno fiaccato il cuore. Ha vacillato solo per il delitto Moro.
    È sempre stato un gran lavoratore, mai domo. Le persone l’ho stimavano e un po’ ci invidiavano.
    Alcune venivano a chiedere consigli o aiuto. Non ha mai detto di no a nessuno. Dedicava il suo tempo libero agli altri e, in questi ultimi anni, seppur anziano, soprattutto a sua moglie, invalida, accudendola senza mai lamentarsi, ma ringraziando il Signore che erano ancora insieme. Solo quattro mesi fa ha acconsentito di avere un aiuto.
    Fino all’ultimo ha continuato a consegnare 50 centesimi a chiunque suonasse alla porta, Fosse giusto o sbagliato non gli importava, lui 4/5 volte al giorno consegnava questa “somma” a chiunque.
    Noi figli siamo stati fortunati a viverlo tutti i giorni e assisterlo quando dolcemente ci ha lasciato.
    Grazie papà
    Giuseppe Baro


  2. Fiorenza Carnovik
    26 gennaio 2020

    Sante era un carissimo amico membro della Società di San Vincenzo de Paoli, della Conferenza di Pontvigodarzere. Lì ha testimoniato per anni (fin da ragazzo) dando lezioni di generosità, sapienza e soprattutto umiltà. Io a lui devo moltissimo, compreso il suo appoggio nelle grandi decisioni da prendere nell’Associazione.
    Fiorenza


  3. Paolo
    28 gennaio 2020

    caro Giuseppe, conservo una grande gratitudine per tuo papà, per quello che ci ha insegnato e per quello che testimoniava con la propria vita, in un campo in cui non è semplice conservare purezza di cuore, che è più della semplice onestà. Si sono fatti più rari uomini come lui nell’arena della politica e questo spiega perchè la politica ha perso reputazione. Rinnovate condoglianze


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Dove uomini o partiti non hanno idee o per idee si spacciano affocamenti di piccole passioni, urti di piccolo interessi, barbagli di piccoli vantaggi, dove si baratta per genio l’abilità e per abilità qualcosa di peggio — Giosuè Carducci




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